ELEZIONI USA | 06 Novembre 2014

Le speranze deluse

La sconfitta di Obama alle elezioni di medio termine è conseguenza inevitabile di un messaggio basato su un'idea salvifica della politica

di ROSSANO SALINI

Un interessante post del blog politico di Andrew Sullivan The Dish, dal significativo titolo aperto «Where did Obama go wrong?», cerca di analizzare l'amministrazione Obama alla luce della sonora sconfitta delle elezioni di metà mandato, arrivando alla conclusione (o partendo dal presupposto) che non vi siano oggettive motivazioni che possano spiegare questa debacle.

Al di là di quanto l'analisi sia condivisibile, quel che conta è che in effetti il dato disastroso incassato dall'amministrazione Obama supera anche le peggiori attese dei sondaggisti, e questo deve far riflettere. Mille analisi potrebbero essere fatte a proposito di diversi dati specifici; ma, in questo caso, è necessaria anche una minima astrazione, al fine di valutare il caso Obama alla luce di categorie più profonde. Perché un dato disastroso è frutto di una delusione profonda nell'elettorato.

Barack Obama, nella sua cavalcata verso l'elezione del 2008, fu accompagnato da una grandissima aspettativa. La parola distintiva della sua campagna elettorale fu «speranza»: speranza che, da un punto di vista contingente, veniva declinata come rivalsa dopo la delusione dell'amministrazione Bush, presentata con tinte eccessivamente oscure dalla pubblicistica democratica; e al tempo stesso una speranza più ampia, incarnata dal primo uomo di colore che fa ingresso alla Casa Bianca, simbolo della possibilità per chiunque di realizzare i propri sogni, al di là delle condizioni di nascita.

Sulla seconda declinazione del termine speranza si calcò il piede non poco, al punto da creare una sorta di effimera ideologia, una sorta di «obamismo» in grado di venare di sfumature quasi salvifiche l'arrivo di questo uomo nuovo al posto di comando più importante del mondo. Nel volume Obama. L'irresistibile ascesa di un'illusione i giornalisti Martino Cervo e Mattia Ferraresi hanno ben descritto questa visione salvifica della figura di Obama, entrando anche nel dettaglio del curioso caso della presunta citazione di Gioacchino da Fiore (con tutto il suo portato profetico sull'arrivo di una nuova era) da parte del presidente americano.

E qui sta il nodo per spiegare – al di là dei dati sulla situazione economica americana, o dei clamorosi errori e inadempienze in politica estera – i veri motivi della profonda delusione che invece investe la figura di Barack Obama. L'esigenza di una figura di leader carismatico è certamente imprescindibile nella storia politica di tutti i tempi, e in particolare nella storia dei giorni nostri. Ma da qui a calcare sull'aspetto salvifico, sulla speranza addirittura di un cambiamento e rinnovamento generale della società grazie all'ascesa al potere di una singola persona, ne passa.

La politica non ha nulla a che fare con la salvezza. E nemmeno con la felicità in senso stretto. La politica ha a che fare solo con gli strumenti che, se ben utilizzati dal singolo cittadino, possono portare al perseguimento della felicità. Quegli strumenti sono il campo di azione della politica. Nient'altro. Quando invece si vuol creare l'illusione che un uomo al potere possa da solo cambiare le cose, l'esito dietro l'angolo non può che essere uno solo: una profonda delusione per la mancata promessa. Il problema è che era la promessa stessa ad essere sbagliata.

Tornando alle elezioni americane, il Grand Old Party americano vive da anni un periodo di profonda crisi, e di assenza di un vero leader. Ma in questo momento di delusione nei confronti di Obama, la ragionevolezza di un partito concreto e poco perso in discorsi aleatori ha premiato, e ha permesso ai repubblicani di portare a casa un successo oltre le aspettative. La cosa può valere come lezione per i partiti di ispirazione liberale: il loro elettorato di riferimento non chiede alla politica di costruire il paradiso in terra. Non chiede visioni salvifiche. E se anche si attacca a un leader, vuole leader concreti, efficaci. Alla Thatcher, per intendersi. I liberali non devono scimmiottare i liberal, sia per non rinnegare la loro stessa natura, sia per non incappare in disastrosi declini come quello vissuto da Obama nei giorni scorsi.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.