NO AL RENZI BIS | 14 Dicembre 2016

Le urne tradite e la credibilità della politica

Renzi che manovra da dietro le quinte e il rischio di una ‘legislatura beffa’ fino 2018. Se a Roma si può dire tutto e il contrario di tutto, difficile biasimare chi nutre sentimenti di delusione e rabbia verso la politica

di LUCA PIACENTINI

È inaccettabile che in queste ore si parli soltanto dei fedelissimi di Renzi sistemati nelle stanze che contano. Sui giornali è un profluvio di retroscena, rassegne di opinioni, analisi più o meno serie della soporifera seduta in aula d’esordio del governo Gentiloni. Tra i più critici si fa pelo e contro pelo al premier additandone la longa manus sul governo, che in pratica è una fotocopia sbiadita del precedente. 

Ci si concentra, anche giustamente, sul prossimo futuro e sulle emergenze da gestire (internazionali e nazionali) mentre si evita di trarre le doverose conseguenze dalle parole del leader. Come se non pesassero le frasi - che abbiamo già ricordato - utilizzate dallo stesso ex presidente del Consiglio: lascio la politica, non solo Palazzo Chigi.

L'Italia è il posto in cui non si dimette mai nessuno, diceva Renzi. Già, ed è anche il paese in cui questa parola, «dimissioni», può essere riempita o svuotata di significato a piacimento. E’ la vecchia politica dell'eterno ritorno, una scuola alla quale oggi non possiamo che ritenere appartenga fin dalla prima ora anche Matteo Renzi. 

Un dubbio: c’è un’impressionante analogia tra i toni definitivi utilizzati nella campagna referendaria da Matteo Renzi e dalla fedele Maria Elena Boschi. Anche la neo sottosegretaria alla presidenza del Consiglio parlava della necessità di ‘lasciare la politica’ in caso di sconfitta sulla madre di tutte le riforme. La ripetizione del concetto per bocca delle due figure di riferimento dell’ex governo legittima l’interrogativo: strategia comunicativa orchestrata in modo accurato? 

Ma oggi sembra che non interessi a nessuno. Ci si accontenta delle dimissioni da capo del governo. Mentre Renzi è ancora lì a fare il segretario del principale partito di maggioranza, gestendo tutto «from behind». Non per niente molti retroscena non escludono che la mancata gratificazione di Ala con un dicastero, che ha giustificato il no alla fiducia dei verdiniani all’esecutivo, altro non sia che una strategia renziana per impedire il rafforzamento del governo stesso, destinato ad affrontare indebolito il terreno minato di un Senato dai numeri risicati. 

Oltre alla coerenza nel dare il giusto peso alle dichiarazioni dell’ex premier, servirebbe anche un po’ di grammatica istituzionale. Il vero potere in Italia è nelle mani del capo dello Stato. Che possiede la prerogativa di sciogliere le camere, indire nuove elezioni, nominare presidente del consiglio e ministri, autorizzare i disegni di legge dell’esecutivo, promulgare le leggi. Insomma, tutti i poteri chiave di una democrazia, che se vengono esercitati per lo più in sintonia con governo e maggioranza, può accadere - ed è accaduto - siano interpretati secondo strade politicamente diverse, in funzione delle valutazioni del presidente della Repubblica in una certa congiuntura storico-politica.

Ergo: 'governo di scopo', 'governo istituzionale', 'governo del presidente', 'governo di transizione' sono tutte espressioni che lasciano il tempo che trovano. La verità è che l'esecutivo in sé non ha scadenza e dipende soltanto da una variabile: il voto di fiducia della maggioranza. Finché garantito, andrà tutto bene (per il governo).

Dunque è questo il momento di tenere la barra dritta, insistendo nella richiesta di elezioni prima della scadenza della legislatura nel 2018. Il tutto se vogliamo davvero rispettare il responso uscito dalle urne il 4 dicembre, quando gli italiani hanno bocciato clamorosamente la parabola politica di Matteo Renzi. 

L'altro elemento su cui non si dovrebbe smettere di insistere è la coerenza, ricordando a Renzi - ma a riguardo non sembra che i commentatori italiani siano poi così inclini a trarre conclusioni logiche dalle premesse - che, se resta in politica, è totalmente privo di credibilità. Le parole hanno un peso. E devono mantenerlo. Altrimenti si precipita nel caos, dove si può dire tutto e il contrario di tutto. Un atteggiamento che è tra le ragioni per cui nei cittadini crescono delusione, rancore e rabbia verso la politica. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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