PRIVILEGI A ‘STATUTO SPECIALE’ | 21 Novembre 2016

Le verità imbarazzanti sulla riforma

I politici delle Regioni a statuto speciale sono «intoccabili». E la riforma costituzionale tanto cara ai paladini del ‘cambiamento renziano’ li trasformerà di fatto in una sorta di ultra casta. Ecco perché

di LUCA PIACENTINI

Le Regioni a statuto speciale rischiano di diventare una specie di ultra casta. La riforma costituzionale infatti non le sfiora minimamente. E in caso di vittoria del sì al referendum, se il parlamento sanasse i problemi evidenziati da più di un giurista - l’incompatibilità tre le cariche di consigliere regionale e senatore, ennesimo pasticcio di una legge mal scritta - a compensi già stratosferici verrebbe ad aggiungersi il privilegio dell’immunità. 

In caso di ‘elezione-nomina’ al nuovo Senato, dunque, grazie alla riforma i senatori-consiglieri godrebbero dello scudo giudiziario. La cosa più clamorosa è il motivo: se avessero toccato le Regioni ‘speciali’, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio la riforma non sarebbe passata. 

Torna ciclicamente alla ribalta ed è un capitolo (mancato) incredibile e grottesco della riforma costituzionale quello dei privilegi delle cinque Regioni a statuto speciale. 

L’incredibile è che si tratta di vantaggi abnormi e sotto gli occhi di tutti. Nell’ormai nota intervista al premier Renzi andata in onda lunedì 21 novembre su Radio24, il giornalista Oscar Giannino giustamente chiede conto dei motivi per cui queste Regioni continueranno a godere di uno status privilegiato. Hanno una spesa media che supera di 14 miliardi quella degli enti a statuto ordinario (oltre 5mila euro pro capite contro circa 3.500 euro, i dati citati da Giannino). 

Il grottesco è nella risposta del premier, che ammette di avere un’opinione precisa sul perché nessuno sia intervenuto a correggere le evidenti distorsioni del sistema politico italiano. La spiegazione è di una semplicità disarmante: se avessero anche solo sfiorato gli enti a statuto speciale, la riforma non sarebbe passata. Mai e poi mai. 

Meglio di niente, direbbero i difensori del sì. E immaginiamo i possibili contro argomenti: dalla critica al ‘benaltrismo’ - per cui quando lo Stato fa un intervento c’è subito qualcuno che parla di ‘ben altre’ priorità - al tentativo di tutelare la casta camuffandosi da paladini della Costituzione. 

Ci chiediamo come sia possibile sostenere che gli emendamenti alla carta fondamentale pensati dal governo colpiscano la cosiddetta ‘casta’. I risparmi legati al ddl Boschi sono praticamente zero, la semplificazione un miraggio, il disegno generale neo centralista. Mentre, come denuncia l’opposizione, i lavori parlamentari sono sostanzialmente fermi in attesa che gli italiani il 4 dicembre si pronuncino sulla ‘riforma-pasticcio’. 

Solo a sentire parlare di modifiche agli articoli sulle Regioni a statuto speciale, qualcuno avrebbe dunque storto il naso. Qualcuno chi? Evidentemente elementi della maggioranza che sostiene di governo poco in sintonia col cambiamento tanto caro a Renzi. Ma come, «l’accozzaglia» non era quella schierata contro il premier? Perdonateci, ma continuiamo a nutrire forti dubbi sul fatto che l'alleanza Renzi-Alfano-Verdini sia una maggioranza 'omogenea' - per usare un eufemismo - dal nobile scopo 'costituente'. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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