LA LETTERA DI RENZI | 13 Novembre 2015

«Lei è entrato di ruolo!» Requiem per la scuola italiana

Il presidente del Consiglio scrive ai docenti neo-assunti. La soddisfazione per essere entrati di ruolo, a tempo indeterminato. Ancora una volta il piano delle occupazioni è l'unica priorità delle politiche scolastiche

di ROSSANO SALINI

«Benvenuta nella comunità delle donne e degli uomini che lavorano per lo Stato». Con queste parole il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha voluto accogliere le decine di migliaia di docenti neo-assunti ed entrati in ruolo. E ha voluto insistere non poco sulla definitività dell'assunzione: «Lei adesso è a tutti gli effetti un insegnante a tempo indeterminato. È entrato ''di ruolo''!».

La lettera contiene passaggi di valore, tutto sommato anche ben scritti, con un poderoso richiamo all'importanza dell'educazione, al ruolo primario che gli insegnanti hanno, o dovrebbero avere, nella società. «Il Suo lavoro è persino più importante del mio», dice Renzi, e aggiunge con calore: «La prego, dal profondo del cuore: non ceda mai al vittimismo, alla rassegnazione, alla stanchezza. Sia sempre capace di affascinare i suoi studenti, di spronarli a dare il meglio, di invitarli a non cedere al cinismo e alla meschinità». Parole che suonano sincere, e che certamente saranno state ben accolte.

Se però proviamo ad analizzare la lettera da un punto di vista politico – poiché di gesto eminentemente politico si tratta – gli aspetti positivi si assottigliano, mentre crescono i lati negativi, il segno di un modo vecchio e tipicamente italiano di guardare la scuola.

Non sprecherò nemmeno un secondo con discorsi su un possibile sciacallaggio comunicativo, sulla voglia di accaparrarsi meriti e conquistare i voti di chi è stato assunto a tempo indeterminato e quindi avrebbe contratto una sorta di debito elettorale nei confronti di Renzi. Tutto questo fa parte della normale vita di un politico: era ridicolo criticare Berlusconi quando mandava le lettere a casa, sarebbe ridicolo criticare Renzi oggi («sarebbe», lo dico al condizionale, perché al tempo i sarcasmi sull'epistolografia presidenziale abbondavano tanto quanto oggi scarseggiano).

Il punto è un altro: la lettera rivela ancora una volta che il grande cuore delle politiche scolastiche nel nostro paese rimane sempre il piano di assunzioni. È lì che il politico di turno si gioca il tutto per tutto. A questo si punta nella partita 'scuola' di un governo: raggiungere il giusto equilibrio sull'aspetto occupazionale, dietro cui si nasconde la continua ed estenuante trattativa con le organizzazioni sindacali. Nessuno sfugge a questo criterio di fondo; e tanto meno può farlo un governo di sinistra, che ha nel mondo della scuola un importantissimo bacino elettorale.

L'immagine di un presidente che trova l'ispirazione per prendere metaforicamente carta e penna nel momento in cui decreta l'assunzione a tempo indeterminato, l'entrata in ruolo, la conquista del posto fisso è quanto mai emblematica di questa caratteristica dell'impianto politico scolastico italiano. Una cosa vecchia, che si perpetua negli anni e che ricopre come un'incrostazione anche i cosiddetti innovatori, quale è tutto sommato il presidente Renzi.

Anche io sono dalla parte dei docenti bravi, appassionati, che faticano nello studio e nella didattica, che meritano il giusto riconoscimento del valore inesauribile del loro ruolo educativo. E se dovessi tradurre in soddisfazione professionale questo loro merito, sogno il momento in cui, anziché congratularsi con loro per l'assunzione a tempo indeterminato nello Stato, cioè la cosa che più di ogni altra potrebbe professionalmente spegnere il loro fuoco lavorativo e la loro spinta a migliorare sempre più, sarà possibile invece congratularsi perché, in un sistema scolastico libero e giustamente competitivo, non sono rimasti fissi nello stesso posto tutta la vita, ma hanno cambiato, hanno ottenuto una promozione, e hanno magari raggiunto finalmente il successo professionale di essere stati chiamati a insegnare in quella tal scuola a cui tanto aspiravano. E poi magari dopo anni hanno deciso di andare via anche da quella scuola, e sceglierne un'altra per avere ancora nuovi stimoli.

E invece no. Siamo ancora qui, al posto fisso statale come plastica immagine della compiutezza professionale di un docente.

Fissità centralistica della scuola di stato. Fissità impiegatizia dell'insegnante dipendente statale. La morte dell'educazione.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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