APERTURA DEL MERCATO | 12 Dicembre 2017

Liberalizzazioni: Italia ottava in Europa

L’Istituto Bruno Leoni pubblica l’indice delle liberalizzazioni 2017. Gran Bretagna al top, Italia ottava. Al nostro paese i punteggi più bassi nei settori carburanti, servizio ferroviario locale e poste

di LUCA PIACENTINI

Nelle liberalizzazioni l’Italia ha ancora del lavoro da fare. E' un paese dai fondamentali solidi ma con una priorità, che dovrebbe essere l’imperativo categorico di ogni classe politica: fare le riforme per crescere. E farle subito: in campo economico, nel diritto del lavoro, in ambito giuridico e sociale. Il posizionamento del belpaese e la necessità di ulteriori interventi emerge dall’indice liberalizzazioni 2017 «sul grado di apertura del mercato in dieci settori dell’economia nei 28 Stati membri dell’Ue» elaborato come ogni anno dall’Istituto Bruno Leoni, che ha pubblicato un ottimo resoconto di un’ottantina di pagine liberalmente consultabile e scaricabile in pdf

Due riflessioni: una di metodo, l’altra di merito. La prima. In Italia servono più think tank come l’IBL: autorevoli in quanto a studiosi, e produttivi in termini di elaborazione dei contenuti, utili per opinion leader e policy maker, come sottolinea Carlo Stagnaro nell’introduzione. 

Secondo: il punto colto dell’Istituto diretto da Alberto Mingardi è cruciale e condiviso. Coglie nel segno perché riguarda uno schema d’azione legislativa - quello delle liberalizzazioni, appunto - sul quale il consenso è tendenzialmente trasversale. 

Con una criticità (probabilmente, a giudizio di chi scrive, la principale): il calcolo politico di chi legifera, che spesso tende a frenare le liberalizzazioni per il timore di perdere la poltrona, probabilmente a causa del fatto che i benefici, anche se piuttosto certi e su larga scala, sono di medio-lungo periodo, mentre i costi, sia pure limitati ad alcune categorie, sono immediati. 

«La consapevolezza sull’utilità delle liberalizzazioni, su cui esiste un diffuso consenso tra gli esperti, è riconosciuta anche dall’opinione pubblica - scrive Stagnaro - Ciò nonostante, i policy-maker sembrano percepire le riforme come un potenziale costo politico; come se non avessero ricadute bene che tanto sul piano economico quanto su quello del consenso. Non è un caso se essi si sforzino di allontanare il momento della loro approvazione dalle scadenze elettorale, né che in generale esse si materializzino in occasione del recepimento di direttive europee e, dunque, assumano più l’aspetto dell’obbligo da rispettare che quello della scelta da compiere liberamente». 

«Elemento chiave nel determinare la possibilità (ex ante) e il successo (ex post) delle riforme - aggiunge Stagnaro - è la capacità di spiegarne le ragioni agli elettori. La comprensione degli effetti di lungo termine delle riforme è infatti cruciale per giustificare cambiamenti che nel breve possono risultare impopolari e che in ogni caso determineranno vincitori e vinti, con una tendenziale asimmetria tra i benefici (che ricadono su una platea diffusa e crescono nel tempo) e i costi (che invece sono più concentrati e immediati) (Buchanan e Tullock 1962)».

Veniamo ora all’Italia. A questo link si trova l’introduzione sul portale web dell’IBL, che offre un orientamento sintetico generale dell’elaborato, di cui vale la pena citare un paio di passaggi. «Nel 2017 il paese con l’economia più liberalizzata nell’Unione europea è la Gran Bretagna, con un punteggio complessivo pari a 95, seguita da Paesi Bassi (80) e Spagna (78). L’Italia - scrive l’Istituto - occupa l’ottava posizione con 71 punti». 

Il nostro paese «ottiene un punteggio molto elevato nel settore delle telecomunicazioni (91 punti) e risultati positivi nel mercato elettrico (79), nei servizi audiovisivi e nel trasporto aereo (78), nel mercato assicurativo (76), nel mercato del lavoro (71) e in quello del gas (70). Sono invece inferiori i punteggi in altri ambiti dell’economia: poste (69), carburanti (52) e trasporto ferroviario (50)». 

«Rispetto al 2016, l’Italia segna un lieve avanzamento complessivo (un punto), dovuto a un miglioramento nei mercati dei carburanti, del lavoro, poste, servizi audiovisivi, trasporto aereo e assicurazioni, e arretramenti negli altri casi. In generale, tuttavia, si tratta di scostamenti di modesta entità».

Il dossier contiene dati, tabelle e conclusioni sintetiche per ciascun capitolo. Emblematico di come stiano le cose in Italia è la sezione dedicata al trasporto ferroviario. «L’Italia si trova in ottava posizione con un punteggio pari a 50, lo stesso della Germania - scrivono i curatori del capitolo Paolo Belardinelli e Carlo Stagnaro - Questo collocamento mediano è indicativo da un lato del buon risultato ottenuto sull’alta velocità (l’Italia è l’unico paese UE ad avere aperto del tutto alla concorrenza l’alta velocità, ndr), dall’altro della resistenza ad aprire gli altri segmenti di mercato». 

Evidenti i benefici dell’apertura: «In particolare dell’alta velocità ha registrato un aumento di quasi l’80% del numero di passeggeri chilometro, pur in presenza di un prodotto interno lordo in diminuzione, nel periodo 2011-2016. Questo forte incremento di traffico è dovuto in gran parte alla diminuzione dei prezzi. Si stima che il prezzo medio del biglietto a parità di chilometri percorsi sia sceso di oltre il 40%». 

Altrettanto netti i contorni delle ombre, che si allungano soprattutto in ambito locale: «Si sottolinea invece la mancanza di concorrenza - si legge ancora nel capitolo 9 - nel settore del trasporto regionale dove prosegue la prassi dell’assegnazione diretta all’incumbent o a operatori regionali pubblici. Il punteggio assegnato all’Italia dipende da un risultato relativamente buono per quanto riguarda la regolazione, visto il buon lavoro dell’Autorità dei trasporti, ma uno score deludente in relazione all’esito dei mercati, con la citata eccezione dell’alta velocità, che però incide solo in parte in quanto la maggior parte dei viaggiatori utilizza altre tipologie di servizio».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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