ZAVORRA PUBBLICA | 21 Novembre 2014

Liberiamoci della Rai

Terremoto nel cda della Rai. La rivolta contro la cura dimagrante imposta dal governo dimostra che le cose devono cambiare. Privatizziamo l'azienda di stato e liberiamocene una volta per tutte

di LUCA PIACENTINI

L’ennesimo pasticcio. Con strascichi imbarazzanti. Comunque la si pensi, da destra o da sinistra, le assurde vicende che negli ultimi giorni hanno trascinato la Rai al centro di accuse politiche e ricorsi legali, sono la conferma che la TV di stato deve cambiare. Una volta per tutte. Sì, perché non ne possiamo più: vogliamo una televisione che funzioni, generi valore economico e produca intrattenimento di qualità facendo cultura. Altrimenti si interviene come in tutte le aziende private che non vogliono chiudere: o si cambia o si vende.

Tre punti che richiamano l’urgenza di mettere mano alla Rai: la decisione senza precedenti del cda di ricorrere contro il proprio azionista, (lo stato), il canone inserito nella bolletta energetica e la gestione dell’azienda a dir poco discutibile, soprattutto se paragonata con un altro colosso dell’informazione pubblica, la Bbc. 

Primo fatto. Per finanziare il bonus di 80 euro, il governo ha tagliato 150 milioni di euro all’azienda di viale Mazzini. Apriti o cielo, nel cda è scoppiata la rivolta. La maggioranza ha approvato un ordine del giorno che dà mandato al direttore generale Luigi Gubitosi di ricorrere contro il provvedimento. Immediato il terremoto: Luisa Todini (presidente di Poste Italiane) si è dimessa definendo la decisione «inaccettabile», contrario anche Antonio Pilati. Nel cda due sole voci si sono opposte alla riduzione della spesa. Ci chiediamo in quale Paese avanzato lo stato non può ridurre le erogazioni a settori dell’amministrazione pubblica o alle proprie aziende. E’ la commedia dell’assurdo: lo stato che denuncia se stesso. 

Secondo punto, il canone. Come giustamente sottolineato dall’Istituto Bruno Leoni, si tratta già di un «tributo odioso», un’imposta «anacronistica e ingiustificabile». Come se non bastasse, oggi si parla di far “sparire” la gabella infilandola nella bolletta elettrica, creando «un mostro giuridico». Così, ancorandola al servizio energetico, si nasconderebbe l’imposta in una tariffa rendendo inoltre «più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità».

Terzo aspetto: la pessima figura della Rai a confronto con la Bbc. Non serve dilungarsi. E’ sufficiente richiamare due aspetti evidenziati dalla recente analisi «qualitativa» pubblicata in ebook dall’economista Roberto Perotti, collaboratore della voce.info. Perché la Bbc? E’ la tv pubblica con la reputazione più solida, notizie a pagamento che informano 330 milioni di famiglie ed è vista in 1,8 milioni di camere d’albergo. 

Mettendo a confronto i bilanci, scrive il docente bocconiano, balza all’occhio una differenza notevole: «Il gruppo Bbc è esattamente il doppio del gruppo Rai in termini di entrate totali, ma ha un costo del lavoro e un numero di dipendenti che sono superiori solo del 40 e 70 percento, rispettivamente». Il confronto diventa impietoso sui dirigenti. «La Bbc, con il 50 percento in più di occupati rispetto alla Rai, ha il 20 percento in meno di dirigenti» e «su un totale di 1939 giornalisti, ben 324, un impressionante 17 percento, hanno la qualifica di dirigenti. Pochi enti al mondo, pubblici o privati, devono avere un tale rapporto tra dirigenti e non dirigenti».

Insomma, delle due l'una: rivoltare la Rai come un calzino cambiandone assetto e governance oppure privatizzarla, liberandosene una volta per tutte. 

Personalmente ritengo che la soluzione per sottrarre definitivamente la Tv di S tato alle beghe dei partiti, assicurarne la crescita economica e l'efficienza, sia una sola: privatizzare, dare un taglio all’informazione di stato e aprirsi al mercato. Non ne gioverebbe solo il pluralismo televisivo ma l'intero paese. Perché più concorrenza significa maggiori garanzie. E più qualità per il telespettatore. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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