SPREMUTI DALLE TASSE | 05 Maggio 2016

Libertà fiscale, maglia nera all’Italia

Nonostante i proclami di Renzi, l’Italia è all’ultimo posto per libertà fiscale. I dati impressionanti nella classifica di Impresa Lavoro: ogni anno un’azienda di medie dimensioni versa allo stato il 64,8% dei profitti. Mentre la spesa pubblica cresce

di LUCA PIACENTINI

L'Italia è all'ultimo posto per libertà fiscale. Nonostante siamo abituati a sentire il ritornello delle «tasse troppo alte» e sappiamo tutti di vivere in un paese dove lo stato divora la ricchezza dei privati cui non restituisce però servizi e prestazioni proporzionate, fa una certa impressione vedere l'ottava potenza industriale del mondo preceduta in questa classifica da Grecia, Croazia, Cipro, Bulgaria e Romania. 

Il dato emerge dal secondo rapporto sull'Indice della libertà fiscale 2016 del centro studi di ispirazione liberale Impresa e lavoro. Il posizionamento è sconfortante ma non certo inatteso. Perché si sa, l'Italia, potremmo dire riprendendo il titolo di un romanzo famoso, non è un paese per imprenditori, che se interpellati, ricordano quanto la pressione fiscale sia abnorme e arrivi a sfiorare anche il 70%. 

L'enormità della tassazione sulle aziende è confermata dal dossier realizzato elaborando dati Eurostat e Doing Business della Banca mondiale relativi a 29 paesi (Ue a 28 più la Svizzera). Dei sette indicatori presi dal centro studi per stilare la classifica, due vedono il bel paese fanalino di coda: il costo per pagare le tasse, cioè quanto spende mediamente un'impresa in procedure burocratiche per assolvere gli obblighi fiscali, e il Total tax rate, che sintetizza quanto profitto una media azienda deve pagare annualmente allo stato. Nel primo caso il costo annuo è di 7.559 euro, nel secondo la percentuale dei profitti che finisce nelle casse dell'erario è pari al 64,8%. 

Siamo certamente in buona compagnia, visto che a un'impresa tedesca essere in regola con il fisco costa 7.020 euro mentre un'azienda francese paga allo stato il 62,7% dei profitti; e dobbiamo aggiungere anche che tra i molti meriti dell'analisi, c'è quello di evidenziare quanto i lacci fiscali stringano le principali economie dell'eurozona, tutte nella parte bassa della classifica - zona arancione 'non del tutto liberi' e zona rossa 'oppressi' fiscalmente - mentre stati nazionali senza moneta unica, come Gran Bretagna e Svezia, sono nella zona verde che include 'liberi' e 'molto liberi'. 

La maglia nera che vede assegnare 39 punti all'Italia e la bolla come cenerentola dell’Europa, è francamente sconcertante e inaccettabile, soprattutto riflettendo sulle enormi potenzialità e ricchezze del nostro paese, dalla qualità della manifattura alla creatività che lo distingue nel mondo, al genio che gli viene riconosciuto in tutti i settori principali, da quello scientifico alle discipline dell'arte. Gli italiani, cittadini e imprenditori, non meritano un apparato burocratico-fiscale-statale così scassato. 

E pensiamo che non bastino gli annunci del presidente del Consiglio Matteo Renzi, che rilanciando l'azione del governo sulle pensioni per introdurre maggiore flessibilità in uscita, promette una riduzione dell’Ires tutta da vedere e ripropone nel contempo un intervento sulle aliquote Irpef. Come ritenere credibili queste promesse di fronte alla timidezza nel realizzare le attese sforbiciate a un apparato pubblico che resta elefantiaco, come la spending review e il mancato taglio delle partecipate, per citare solo due voci? 

L'inerzia sui tagli appare tanto più grave quanto più si torna a guardare la fotografia della spesa pubblica corrente, recentemente aggiornata dalla CGIA di Mestre, la quale rileva che «al netto degli interessi è aumentata nell'ultimo anno di 340 milioni di euro, arrivando a toccare la quota di 691,2 miliardi». Non solo: se alcuni capitoli di spesa scendono, quelli relativi a pensioni e assistenza vedono un incremento di 3,1 miliardi in 12 mesi. I numeri dicono chiaramente che serve un deciso cambio di rotta. Ma il governo naviga a vista, e non sembra in grado di virare.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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