DIFENDERE LA DEMOCRAZIA | 01 Marzo 2016

Libia, le guerre giuste esistono

Solidarietà al politologo ad Angelo Panebianco, contestato dai collettivi di sinistra. L’invasione della Libia è necessaria per difendere le democrazie occidentali, a partire dall’Italia, e costruire uno stato di diritto che fermi la barbarie dell’Isis

di ROBERTO BETTINELLI

La guerra in Libia, che l’Italia si prepara ad affrontare con un primo contingente di 5mila uomini ma che di fatto sta già sostenendo mettendo a disposizione droni, aerei Amx e aeroporti militari, può essere interpretata in due modi. Come il male assoluto. O come un atto necessario di autotutela davanti al pericolo del Califfato. 

Quest’ultima è la posizione di Angelo Panebianco, ripetutamente contestato in questi giorni per il suo editoriale pubblicato sul Corriere della Sera dal titolo ‘Noi in Libia saremo mai pronti?’ in cui ha affermato che il nostro Paese, a causa del cordone ombelicale che l’ha sempre legato agli Usa, non è avvezzo alla «cultura della sicurezza». Verissimo, la critica non poteva essere più fondata. 

Contro il docente dell’Università di Bologna, che ha dovuto subire l’umiliazione di essere interrotto durante le lezioni, si sono schierati i collettivi di sinistra. L'opinione degli sprovveduti studenti è semplice ai limiti del grezzo e fa coincidere il conflitto, un qualsiasi conflitto, con il totale azzeramento dei valori che stanno alla base di una civiltà democratica. Civiltà, alla quale, si presume che l’Italia e l’Europa facciano parte. 

Ma, come ha giustamente fatto notare Panebianco, una democrazia è tale se riesce a realizzarsi concretamente. Il che significa che deve essere attuabile in un regime politico. E ciò non è possibile in assenza di un vero e proprio atto di fondazione. Situazione, questa, che spesso implica il ricorso alla forza. «Le unificazioni politiche non si fanno col burro ma con i cannoni. Sono sempre state guerre e minacce geopolitiche a innescarle» scrive a ragione il celebre scienziato politico. 

E quando parla di «unificazioni politiche» Panebianco intende certamente la Libia divisa fra i governi di Tobuk e Tripoli, entrambi assediati dall’esercito del Daesh, ma anche nazioni come l’Italia e potenze regionali come l’Unione Europea che sarebbero costantemente a rischio dopo la nascita di un feudo jihadista sulla sponda africana del Mediterraneo. 

La guerra in Libia è giusta perché mira a costruire una democrazia laddove non esiste. E lo è perché mira a tutelare la sopravvivenza delle democrazie europee a partire, naturalmente, da quella più esposta alla minaccia dell’Isis vista la vicinanza geografica. E cioè l’Italia. 

Per noi italiani dichiarare guerra al Califfato è un atto di difesa e non di aggressione. E’ questo il pensiero di Angelo Panebianco. Ed è assolutamente condivisibile. Il male assoluto dei collettivi si applica ad altri conflitti, come quelli della Germania nazista, e di sicuro non all’invasione via terra della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan che ha lo scopo di sostituire lo stato di diritto alla barbara oppressione dell’estremismo islamico. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.