TERRORISMO | 20 Luglio 2015

Libia: il Paese dell’anarchia da cui è (quasi) impossibile uscire

La notizia dei quattro italiani rapiti da poche ore in territorio libico desta sconcerto e preoccupazione. Arturo Varvelli (ISPI) descrive la difficilissima situazione in cui versa la nazione nordafricana

di RICCARDO CHIARI

Sono quattro gli italiani rapiti da poche ore in Libia nelle vicinanze del compound della Mellitah Oil and Gas, controllata Eni. Mellitah è una località distante circa una sessantina di chilometri da Tripoli. I quattro sono dipendenti della società Bonatti, che ha sede a Parma e lavora nell’ambito dell’industria petrolifera. Al momento in cui scriviamo non sono ancora giunte notizie circa eventuali richieste di riscatto o sulle motivazioni, ideologiche o meno, dei rapitori. 

La Libia è ormai da molto tempo in una situazione di caos anarchico spesso incontrollabile. E la situazione dei cittadini italiani ed europei che lavorano in quell’area è ad altissimo rischio. Eppure negli ultimi giorni, proprio quando l’attenzione dei media era rivolta principalmente all’accordo di Vienna sulla gestione dell’energia nucleare in Iran, dalla Libia giungeva la notizia positiva di un accordo di pace raggiunto fra i leader politici libici a Skhirat, in Marocco, con la mediazione dell’ONU. A questa risoluzione ha partecipato il Governo di Tobruk, la cui legittimità è riconosciuta a livello internazionale, ma non quello di Tripoli.

«Al momento non sono in grado di dare risposte circa la situazione dei nostri connazionali rapiti» spiega il prof. Arturo Varvelli, Research Fellow and Head of Terrorism Program di ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) al quale abbiamo rivolto alcune domande sulla situazione in Libia. 

Potrebbe spiegarci la natura del recente accordo di pace firmato in Marocco da parte di numerosi esponenti delle forze combattenti libiche?

 «È semplicemente la conseguenza di uno sforzo diplomatico molto intenso che le Nazioni Unite, attraverso la figura dell’inviato Bernardino León, stanno mettendo in atto sul territorio. L’ONU è all’opera dallo scorso ottobre nel tentativo di trovare una mediazione non fra due, ma fra moltissime fazioni presenti nello scenario libico attuale. Il tentativo di León è quello di uniformare il più possibile le differenze attraverso la comune volontà di realizzare un governo di unità nazionale. Oggi sappiamo che in Libia esistono due governi e due parlamenti: quello di Tobruk e quello di Tripoli. La legittimità del primo è riconosciuta dalla comunità internazionale, mentre il secondo governo, quello di Tripoli, è stato di fatto creato da una sentenza della Corte Costituzionale Libica».

È qualcosa di più di una formalità, almeno da un punto di vista simbolico?

«Purtroppo quest’accordo tiene fuori ancora buona parte di coloro che sostengono il Governo di Tripoli. A presidiare quest’ultimo sono delle vere e proprie milizie armate, il che non fa molto ben sperare in termini democratici a una rapida risoluzione del problema in corso. Non si capisce come potrà insediarsi nella capitale qualsiasi governo che non sia appoggiato dalle milizie di Tripoli. Per dirla in breve: l’accordo è un timido passo avanti in questo regno dell’anarchia che è la Libia di oggi, ma siamo ancora molto lontani dal traguardo della stabilità e della formazione di istituzioni autorevoli nel Paese». 

Quanto è realistico il rischio che una situazione di caos come quella libica possa tornare utile ai fini del terrorismo islamico?

«Come sempre laddove regna l’anarchia e manca il monopolio della forza da parte dello Stato o comunque di un’autorità centrale, il rischio che si creino dei focolai di terroristi è sempre molto alto. Lo vediamo in numerosissimi casi; dalla Somalia allo Yemen, alla Siria, all’Iraq, i terroristi hanno gioco facile nel perpetrare le loro attività approfittando della mancanza di qualsiasi tipo di controllo. In Egitto, ad esempio, esiste un governo forte, ma non in grado di controllare Penisola del Sinai che è diventata anch’essa una zona ad alto rischio terrorismo. La Libia, naturalmente, non fa eccezione. E il pericolo non è rappresentato soltanto dal fatto che sul suo territorio possano prendere piede l’Isis o formazioni jihadiste spontanee che si proclamino appartenenti allo Stato Islamico, ma anche dal rinvigorimento di milizie radicali salafite che operavano già da molti anni prima della nascita del Califfato».

Quindi le minacce non dipendono esclusivamente dall’azione del Califfato?

«Certo. Questo è molto importante. Non dobbiamo intendere la minaccia jihadista, soprattutto in un territorio come quello libico, come qualcosa rappresentato da un’unica entità. Le vicende che stanno accadendo in questi giorni, ad esempio nella città di Derna, nella quale formazioni jihadiste locali si contrappongono a forze che si dichiarano pro Isis, ci svelano la natura complessa delle relazioni interne a questo Paese. La Libia è frammentata in varie fazioni così come lo sono le forze jiahidiste».

Crede ci sia qualcuno che trae dei vantaggi da una situazione di non definita governabilità di questo territorio?

«No, penso che nessuno tragga dei vantaggi. Nessun paese occidentale e nemmeno le nazioni vicine. Egitto, Tunisia, Algeria, Ciad, Nigeria ne traggono anzi le consueguenze più drammatiche: instabilità, traffici illeciti di ogni tipo e terroristi addestrati su un territorio loro confinante i quali potrebbero attraversare le frontiere e compiere attentati nelle loro città. Oggi vediamo come la situazione di instabilità in Libia stia causando numerosi problemi anche ai Paesi europei, in primo luogo a quelli dell’area mediterranea e in seconda battuta a tutta l’Unione. Si pensi solo al rapimento dei quattro italiani avvenuto in queste ultime ore o alla questione immigrazione. A queste situazioni umanitarie strazianti si aggiunge anche la perdita di un fornitore di materie prime fondamentali per l’energia, come il petrolio e il gas».

Si può quindi affermare che il raggiungimento di un ordine stabile in Libia è uno dei pochi obiettivi condivisi da Paesi arabi e occidentali?

«In parte si può dire così, ma il vero problema è che questa situazione rappresenta il prodotto di concezioni diverse di stabilità. Tutti mirano a una stabilità in Libia, ma ognuno nel modo che gli è più conveniente. Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, ad esempio, vogliono la creazione di un governo in Libia nel quale la Fratellanza Musulmana non abbia il benché minimo ruolo. Questo perché la Fratellanza Musulmana è il primo grande nemico di Abd al-Fattah al-Sisi, molto più di quanto lo possa essere l’Isis. Esattamente opposta è l’opinione e l’azione di Turchia e Qatar. Per questi ultimi in Libia il governo deve attribuire un importante ruolo politico alla Fratellanza Musulmana. Per quanto riguarda l’Occidente l’unica nazione in grado di giocare una partita importante nel raggiungimento della stabilità sono gli USA. Ma la loro presenza in Libia oggi è molto meno preponderante di un tempo anche perché sono impegnati su diversi altri fronti. Stando così le cose penso che l’attuale situazione di anarchia durerà purtroppo ancora a lungo».

Il numero dei profughi in Europa e in Italia è però lievemente diminuito.

«La situazione rimane drammatica, ma in effetti si cominciano a vedere alcuni piccoli risultati positivi. In buona parte questo parziale miglioramento dipende dalla missione navale Eunavfor Med in atto contro gli scafisti. Credo che questa missione, di cui i media parlano decisamente poco, rappresenti un risultato tangibile di un’Unione Europea in grado, una volta tanto, di fare sistema. Un risultato ottenuto con molta, forse troppa fatica, ma comunque positivo. Non è stato facile trovare un accordo fra Paesi che hanno una concezione così differente del problema profughi e dei rischi ad esso collegati, ma alla fine siamo riusciti a mettere in atto misure che incrementano la nostra sicurezza e che portano un valido aiuto ai migranti»

Crede che l’Europa potrebbe fare di più?

«Di più può essere fatto naturalmente sulle quote dei rifugiati. Il periodo che stiamo attraversando è molto particolare e parecchi politici europei hanno gioco facile nel fomentare il malcontento popolare. Personalmente credo che un’Europa unita i cui membri collaborino fra di loro in maniera concreta sia perfettamente in grado di accogliere dentro i propri confini qualche decina di migliaia di rifugiati. In quest’ottica occorre che siano formulati e rispettati dagli Stati Membri accordi chiari sulle quote. Integrare queste persone all’interno del tessuto europeo non significa che si debba mantenerle a vita, ma dar loro regole precise, il minimo per poter vivere decorosamente e un concreto aiuto all’inserimento. Questo vuol dire insegnar loro la lingua in breve tempo e aiutarli a trovare una casa e un lavoro. Solo con regole precise e con un aiuto condiviso quella che oggi è un’emergenza si trasformerà domani in una vera risorsa per il nostro Continente». 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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