GOVERNO E COMUNICAZIONE | 22 Dicembre 2015

Lo scandalo banche e la vecchia politica dell'autodifesa

Sul caso banche il presidente Mattarella invita a «comportamenti che non siano ristretti alle convenienze del giorno per giorno». Ma questo è proprio ciò che ha fatto il governo Renzi in questo frangente: improvvisazione, autodifesa e scaricabarile

di ROSSANO SALINI

Il modo con cui è stata trattato lo scandalo di Banca Etruria da parte del governo Renzi ha messo ancora una volta in luce un modo vecchio di fare politica, e soprattutto comunicazione politica, che potremmo collocare sotto la voce «autodifesa». E ciò stupisce per un governo guidato da colui che, non a torto, è stato da molti considerato come un grande innovatore, e che proprio sulla freschezza comunicativa ha costruito una parte rilevante del proprio successo. Qui invece abbiamo visto un film completamente diverso.

Il punto di partenza è innanzitutto il dato di fatto sottostante, come è stato anche focalizzato dalle parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione degli auguri alle alte cariche dello Stato. Il caso delle quattro banche oggetto di un decreto ad hoc del governo, e in particolare di Banca Etruria dove vicepresidente era il padre del ministro Boschi, ha permesso di portare alla luce un gravissimo problema strutturale nel nostro sistema bancario. E non si tratta, certamente, di un problema innanzitutto di carattere politico. Il punto è che abbiamo sostanzialmente scoperto che gli organi di controllo del nostro sistema economico-finanziario, Bankitalia e Consob, erano a conoscenza di ciò che accadeva in queste banche. Da via Nazionale erano partite lettere molto esplicite indirizzate a Banca Etruria, che mettevano in guardia dalla vendita di prodotti ad alto rischio a clienti non istituzionali ma a semplici risparmiatori. Eppure tutto questo è rimasto segretato. Bankitalia poteva impedire a Banca Etruria di fare quello che ha fatto? Magari no, ma di certo poteva rendere pubbliche le preoccupazioni che l'hanno spinta a mettere nero su bianco quegli ammonimenti. Sapendolo, i risparmiatori ci avrebbero pensato due volte prima di affidare i loro soldi a un istituto che era oggetto di una tale operazione di controllo. Invece no: per anni sono stati fatti ammonimenti di questo genere, senza che i risparmiatori aggirati potessero essere coinvolti in un processo quanto meno di conoscenza.

Un grave problema di sistema, dunque, che non per nulla ha fatto affacciare l'ipotesi di dimissione del governatore della Banca d'Italia. Ovvio che di fronte a un problema così complesso e strutturale, il governo è chiamato a intervenire. All'esecutivo non spetta direttamente l'intervento su emissioni di obbligazioni ad alto rischio; ma su un sistema che non funziona, dove i pericoli per i cittadini sono noti, ma tenuti nascosti, allora sì che il governo deve dimostrare tutta la propria capacità di intervento a favore della tenuta del sistema.

Ebbene, di fronte a questa che ha tutti gli aspetti di una emergenza nazionale (pensiamo solo ai risvolti tragici che la vicenda ha avuto), il governo ha pensato bene di mettere in campo quattro mosse: salvare le banche, tirare fuori dal cilindro ancora una volta Raffaele Cantone come una mascotte della moralità, fare muro intorno al ministro Boschi al centro di un palese caso di conflitto di interesse e mastodontica inopportunità politica, e infine scaricare tutte le colpe sul nemico buono per tutte le stagioni, vale a dire l'Europa. Sostanzialmente una grande azione di autotutela, e di scaricabarile. Esattamente come la politica più deteriore ha sempre fatto.

Tornando alle parole di Mattarella, nel discorso di lunedì 21 dicembre il capo dello Stato ha richiamato il mondo della politica a «uno sguardo lungo, una visione e comportamenti che non siano ristretti alle convenienze del giorno per giorno». Sebbene il premier Renzi si sia premurato ad applaudire al discorso del presidente, risulta abbastanza evidente che tali parole di addicono quanto mai all'azione del governo in questa situazione. Una reazione veramente da «giorno per giorno», senza prospettiva, senza strategia, senza sussulto di responsabilità. Sia nella nomina di Cantone (il quale può anche dire che lui non è né un «parafulmine» né un «“tuttologo”, sebbene qualcuno voglia farmi passare per tale», ma il problema è che il primo a volerlo far passare per tale è proprio il premier Renzi), sia nella difesa ad oltranza del ministro Boschi, il governo dell'ex sindaco di Firenze ha dimostrato come mai fino ad oggi la propria incapacità di affrontare situazioni delicate con il piglio e la lungimiranza necessaria. Ed è così che l'Italia rimane ancora una volta senza una guida sicura.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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