POLITICA | 21 Dicembre 2016

Lo scatto d’orgoglio che serve all’Italia

Né la rabbia dell’antipolitica grillina, né il libro dei sogni della falsa rottamazione renziana. Ma politiche forti e responsabili. Per cambiare davvero le cose, all’Italia serve uno scatto di orgoglio. E il centrodestra ha già dimostrato di esserne capa

di LUCA PIACENTINI

La protesta non basta a cambiare le cose. Almeno se si vogliono cambiare in meglio. Ci stanno delusione e rabbia: la classe politica ha tradito attese e promesse. E a volte è davvero difficile dare torto a chi di fronte allo spettacolo desolante offerto negli ultimi tre anni dai governi Monti-Letta-Renzi (l’esecutivo Gentiloni è sulla buona strada) è tentato di gettare la spugna scivolando nello sconforto dell’antipolitica.  

Fatta questa doverosa premessa ad amor del vero, lo diciamo chiaro e tondo: non possiamo regalare il voto, né a chi grida e basta, né a chi promette e non mantiene; né a chi elabora proposte realizzabili o a chi, alla prova di governo, dimostra tutta la propria inadeguatezza. 

Nessuna pretesa di fornire un decalogo del perfetto elettore. Né dispensare ricette su come dovrebbe essere il programma del partito ideale. Solo alcune indicazioni brevi e frammentarie su come stanare gli atteggiamenti pubblici da rifuggire come la peste, davanti ai quali dovrebbe scattare un grosso campanello di allarme: qualcosa non quadra.

Prendo spunto da due notizie recenti, una di cronaca nera, l’altra di politica. Primo: l’attacco di Berlino; secondo il caos della Giunta Raggi. Si tratta di fatti in sé lontani e slegati, ma che offrono elementi comuni di riflessione per le risposte che, in entrambi casi, è chiamata a dare la politica.

La piaga del terrorismo non si cura con l’odio verso l’Islam. Trovare una soluzione è una necessità. Combattere chi ci odia è una necessità. Ma non richiede anzitutto rabbia, questo al massimo può essere un carburante per mettere in moto la macchina. 

Per fare politica in modo razionale serve una presa di coscienza responsabile, sul piano emotivo uno scatto di orgoglio: non si può ignorare il problema immigrazione; né chiudere gli occhi di fronte alla liaison islamismo-kamikaze; negare l’urgenza di regolamentare il flusso inarrestabile dei migranti (la stragrande maggioranza economici, non profughi); occorre farla finita con la retorica dell’accoglienza a tutti i costi, che si rivela un boomerang anche per chi aspira a lasciare i paesi poveri col miraggio di una vita migliore, visto che poi, nella maggior parte dei casi, se ne dovrà tornare a casa scornato senza aver risolto né i problemi personali né quelli del paese d’origine. 

Ma occorre resistere con scetticismo alle soluzioni estreme: né chiusura totale delle frontiere, né ‘via tutti gli islamici dall’Europa’. Perché? Banalmente non sono realizzabili. Quindi: non fateci perdere tempo. 

Quale strada percorrere? Ripeto, non si hanno ricette. Quelle toccano agli esperti. Ma una traccia di massima, quella sì: serve un giro di vite nei controlli sugli immigrati bloccando i flussi, potenziando la sorveglianza nei campi di accoglienza e velocizzando i rimpatri di chi non ha lo status di rifugiato; un aumento delle spese per intelligence e sicurezza, una realpolitik sul fronte Mediorientale che si sieda al tavolo con i paesi che contano (Usa e Russia, anzitutto) negoziando da protagonisti senza scartare a priori le opzioni, magari con prese di posizione pacifiste e irresponsabili; dobbiamo essere irremovibili pretendendo da tutti, a partire dalle comunità musulmane, una mobilitazione reale contro il terrorismo per individuare gli estremisti, isolarli dal tessuto sociale dove trovano alimento e protezione, e consegnarli alla giustizia. 

Seconda notizia: il caos al Comune di Roma (in)governato dai Cinquellestelle. Esito: un disastro politico. Mesi e mesi per scegliere gli assessori, dimissioni a raffica, tentennamenti e contrasti interni al movimento grillino, la bufera dell’ultima inchiesta giuridiziaria e, notizia nella notizia, per la prima volta nella storia amministrativa della Capitale la bocciatura del bilancio previsionale.  

Non era mai accaduto: l’Oref, l’organo deputato a vigilare sui conti pubblici, i cui membri sono selezionati a sorte con tutte le garanzie di terzietà, ha dato parere negativo sul bilancio 2017-2019, a proposito del quale erano stati fatti annunci roboanti dal sindaco Virginia Raggi, che vantava il rispetto dei termini. 

Ebbene, oggi il bilancio è da rifare, l’esercizio provvisorio è più che un rischio concreto e c’è già chi parla di commissariamento imminente. 

Ergo: la rabbia non serve al buon governo. Né a quello amministrativo, né a quello politico. Sono trascorsi sei mesi da quando i pentastellati hanno conquistato il Campidoglio ma, dicono i romani e gli osservatori intervistati, i problemi della città sono ancora lì, sotto gli occhi di tutti: municipalizzate inefficienti, debito mostruoso, caos e sporcizia per citare solo i macro capitoli da affrontare. 

Che fare davanti al disastro della politica? Agli elettori il dovere di diffidare egualmente dei sogni e della protesta fine a se stessa, delle soluzioni facili offerte da una fantomatica ‘democrazia del web’. Abbiamo visto sia che fine fanno le false promesse di rinascita del renzismo sia dove portano i miraggi dell’antipolitica grillina. 

Alla classe dirigente del paese la vera sfida, che oggi solo il centrodestra sembra avere le carte in regola per raccogliere: resistere alla tentazione di dispensare promesse irrealizzabili in campagna elettorale e riprendere in mano i contenuti solidi a disposizione, punti fermi fissati in un’esperienza ormai ultra ventennale. 

Un’avventura politica iniziata a Milano nel 1994 da Silvio Berlusconi che ha contagiato l’amministrazione lombarda ed è arrivata fino a Palazzo Chigi. Difesa della famiglia naturale, priorità all’impresa che genera valore e lavoro, una fiscalità non oppressiva, uno stato leggero anti burocratico che riduca le leggi e dia più spazio all’iniziativa privata e alla sussidiarietà, un atteggiamento culturale che parta dalle tradizioni cristiane dell’Europa, una politica estera che miri anzitutto a creare in modo responsabile le basi affinché i cittadini italiani vivano in sicurezza. Le condizioni per fare bene ci sono. Ora occorre ripartire, con orgoglio e con fiducia. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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