LA FINE DEL PREMIER | 05 Dicembre 2016

Lo schiaffo a Renzi e l’ipocrisia delle dimissioni volute

Renzi si dimette ma non poteva fare altrimenti. Poi scarica capricciosamente sulle opposizioni la responsabilità del dopo referendum. Ora trovino una legge elettorale efficace e si torni finalmente al voto

di ROBERTO BETTINELLI

Il referendum che doveva donare l’ambita investitura elettorale che non ha mai avuto, alla fine, è stato la tomba del premier.

Ma le sue dimissioni sono tutt’altro che un atto voluto. Non aveva alternative dopo un risultato che peggiore non poteva essere: più di 19 milioni di italiani hanno votato contro di lui, scegliendo il ‘no’ che ha vinto in ogni lembo della penisola se si escludono Emilia Romagna, Toscana e Trentino Alto Adige.

Le percentuali crescono via via che si scende nelle regioni meridionali dove si toccano punte del 70% ma il ‘no’ si è imposto senza appello anche in Lombardia e Veneto. In merito ai cluster anagrafici, il ‘no’ ha catalizzato il consenso dei giovani e della fascia di mezzo degli elettori, i 35enni e i 45enni, mentre il ‘si’ ha prevalso nettamente negli oltre 54enni. Il rapporto complessivo non ammette repliche: 60-40 con il ‘sì’ incontrovertibilmente in svantaggio, fermo a poco più di 13 milioni di voti.

Un giudizio chiaro e lampante. Paragonabile ad uno schiaffo umiliante. Gli italiani hanno sonoramente bocciato Renzi e l’operato del suo governo. Il premier ha pagato i molteplici errori di un’avventura governativa che ha interpretato in termini personalistici al limite del dispotismo trasferendone gli eccessi nella campagna referendaria. Un battage intollerabile che saturato l’opinione pubblica occupando giornali e televisioni pubbliche, con il maldestro risultato di generare l’effetto opposto a quello desiderato. Ossia il rifiuto dei cittadini.

Una reazione che è emersa in modo inequivocabile dalle urne. La riforma, raffazzonata e confusa, è stata fortunatamente accantonata dai cittadini che non hanno creduto alle mirabolanti promesse su governabilità, spending review, diritti di rappresentanza.

Ma ad essere bocciato è stato l’interno percorso di governo che non ha modificato in modo sostanziale le condizioni drammatiche in cui versano le famiglie, i lavoratori e le imprese. Le slide illusorie del premier non hanno convinto.  

Renzi ha dovuto assistere anche al fallimento della ‘strategia madre’, finalizzata ad attrarre i voti di un centrodestra che doveva essere agonizzante e che invece ancora una volta, come alle ultime elezioni politiche e regionali, ha dimostrato un sussulto di dignità nonostante l’assenza di leadership che lo contraddistingue.

I mezzi comunicativi imponenti, che il governo ha impiegato senza badare a spese e debordando rispetto ad una correttezza che è venuta meno fin da subito, non hanno piegato un fronte eterogeneo caratterizzato dalla carenza di strumenti, coordinamento, risorse e dove è emerso con forza il Movimento 5 Stelle.

Ma Renzi è stato sconfitto anche nella battaglia interna al Pd. Il popolo del centrosinistra non l’ha seguito, manifestando un  attaccamento alla costituzione del ’48 che la sinistra ha sempre considerato un simbolo della propria storia e una garanzia per la propria libertà. Renzi, che ha voluto recidere un legame vissuto come indissolubile da una gran parte degli elettori del Pd, ha pagato le conseguenze di una scelta che oggi brilla per la sua ingenuità e superficialità.

A nulla sono valsi i prestigiosi endorsement inanellati dal premier nel corso della campagna e che hanno visto schierarsi al suo fianco il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, il cattolico progressista Romano Prodi con tutti i vertici della commissione europea, i vertici della triplice che hanno siglato il finto contrato degli statali a pochi giorni dal voto o l’ex presidente americano Barack Obama.

Di errori, Renzi, ne ha commessi tanti. E tutti hanno contribuito in quota parte ad affossarlo. L’ultimo, in ordine di tempo, risale al ‘discorso di mezzanotte’ in cui ha annunciato le dimissioni e dove ha ribadito la volontà di dare un segnale di forte discontinuità rispetto ai politici italiani. Da qui la decisione di lasciare insieme a tutto il suo governo. Secondariamente ha detto che ora spetta al fronte delle opposizioni, notoriamente diviso su tutto tranne che sul giudizio negativo della riforma, prendere in mano la situazione e assicurare la continuità istituzionale. Entrambe le affermazioni sono false.

Nonostante la ‘scoppola’ Renzi ha fatto il furbo, ancora una volta, lasciando intendere la gratuità delle dimissioni quando è evidente a tutti che mai avrebbe potuto rimanere al governo un premier non eletto, responsabile di aver asfaltato le prerogative del parlamento buttando oltre 300 milioni di euro di soldi pubblici per trascinare il Paese nel guado di una riforma che ha scatenato una ribellione senza precedenti.  

Sul tentativo di ‘scaricare’ le responsabilità del dopo sulle opposizioni, non ha alcuna chance di praticabilità. Il capo dello Stato ha il dovere di sondare l’esistenza di una maggioranza in parlamento, che c’è ed è costituita dalla deprecabile alleanza fra Renzi-Alfano-Verdini, e che si renderà disponibile a rilanciare l’esperienza di governo dopo l’ovvia e imprescindibile sostituzione del premier.

Chi sarà il nuovo presidente del consiglio non è un punto dirimente. E’ molto più importante stabilire che cosa farà l’esecutivo. E qui non ci devono essere dubbi, pena la tabula rasa del Pd alle prossime elezioni politiche a tutto vantaggio dei 5 Stelle e del cartello delle destre. Non si può fare molto e altro di più rispetto all’obbiettivo di una legge elettorale proporzionale che deve superare il ballottaggio dell’Italicum, recepire il meccanismo delle preferenze e risolvere il nodo della diversità del bonus di maggioranza fra Camera e Senato.

Volendo, è questione dai tempi rapidi. Non volendo, si può tirare a campare in attesa che i parlamentari, a settembre 2017, mettano in cassaforte il vitalizio. Ma sarebbe un suicidio politico. E soprattutto per il Pd dal momento che gli alleati, i centristi Alfano e Verdini, nel Paese non contano nulla.

Vista la grande e mai vista affluenza, intorno al 68%, Renzi ha ipocritamente commentato il voto referendario come «una festa della democrazia». Ma questa volta, gli italiani, la festa l’hanno fatta a lui. Un motivo di esultanza per un popolo che, spinto dalla necessità di difendersi da un’aggressione liberticida, ha finalmente riscoperto il gusto della partecipazione. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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