ELEZIONI | 18 Maggio 2015

Lo spettro dell’astensione

Il primo nemico da battere alle elezioni regionali è l’astensione. Appello al voto dopo il crollo dell’affluenza alle politiche 2013 e alle europee 2014: se i candidati non vi convincono, turatevi il naso come diceva Montanelli e scegliete il male minore

di LUCA PIACENTINI

Non importa come la pensiate. Tra sei giorni, in sette tra le più importanti regioni d'Italia conterà una cosa sola: il segno che avete scritto sulla scheda elettorale. Non annullatela, anche se la tentazione è forte. Non riempitela di insulti contro la classe politica che ha messo in ginocchio l'Italia. E, soprattutto, visto che nella maggior parte delle regioni chiamate al voto le spiagge sono pericolosamente vicine ai seggi, non andate al mare. Almeno ritardate la partenza una manciata di minuti, resistete alla tentazione di mandare al diavolo l'intera classe dirigente del paese e scegliete un candidato. Insomma: prendete la tessera e andate a votare. Se non volete farlo perché nessuno dei pretendenti vi convince, fatelo se non altro per evitare l'alternativa peggiore. 

Quando si ragiona in positivo, sull’efficacia delle proposte politiche, i dubbi si moltiplicano. E’ comprensibile. Ma se si tratta di quantificare i danni, è sicuramente più semplice. Un po’ come per gli economisti di scuole diverse, per i quali è più facile andare d’accordo sulla previsione dei costi, invece che sui benefici, generati da una politica pubblica. 

Guardando i partiti, conoscendo le singole storie e sentendo parlare i candidati, focalizzate chi non vorreste mai e poi mai che guidasse la vostra regione. E non temete: non è un atteggiamento bislacco e neppure da minorati della politica. Nella storia repubblicana gli esempi non mancano. Indro Montanelli, il più grande giornalista italiano, pur non essendo democristiano invitò a votare la balena bianca per un solo motivo: perché altri non decidessero al suo posto, rischiando di mandare al governo i comunisti di Luigi Berlinguer, allora in crescita impetuosa. 

Drew Westen, studioso americano di Psicologia clinica, mettendo in luce l’importanza delle emozioni nella scelta elettorale, ha scritto ne “La mente politica” che in ultima istanza si vota in funzione degli interessi e dei valori: scelgo cioè un candidato perché ritengo sia giusto quello che propone oppure perché mi conviene, perché va a vantaggio, in termini di utile, a me e alla mia famiglia. 

Ecco, una cosa sicuramente conviene a tutti: che decidiamo in prima persona, senza lasciare che altri lo facciano al nostro posto, come accade invece nelle tirannie e, in democrazia, come succede quando ci si astiene e non si esercita il diritto di voto. Per carità, anche quello di starsene a casa il giorno della chiamata alle urne è un diritto sacrosanto. Ma se a convincere non bastano l’argomento della convenienza o il ragionamento astratto, forse è utile un esempio concreto, ricordando l’esito delle elezioni politiche del 2013, da cui non uscì un vero vincitore. 

Tre partiti, PD, Pdl, Movimento cinque stelle, si contesero la guida del governo mentre una percentuale impressionante di cittadini non andò a votare. Per la prima volta nella Repubblica l’affluenza scese sotto l’80% in un paese da sempre caratterizzato da una tensione molto forte alla mobilitazione elettorale. Era un sintomo del malessere degli italiani, confermato ancora più chiaramente l’anno successivo, quando solo il 58% degli elettori, l’8% in meno rispetto a cinque anni prima, si recò al seggio per le elezioni europee. Tornando alle politiche, l'esito estremamente incerto delle consultazioni  2013 ebbe come effetto le larghe intese. Tradotto: oggi ci troviamo con il terzo presidente del consiglio non eletto e il terzo governo deciso a tavolino nei palazzi romani. 

Non solo. I meccanismi previsti dalla Costituzione consentono ad un premier non indicato dagli italiani e neppure eletto in Parlamento come Matteo Renzi, il quale ha avuto la sola legittimazione delle primarie di partito, di prendere in mano il paese indirizzandolo come meglio crede, con modi spesso discutibili e sulla base di una visione statalista e liberticida della politica, di certo sgradita a milioni di italiani che siamo convinti rappresentano la maggioranza del paese. Per fare pesare questi numeri, però, in democrazia c’è un solo modo: andare a votare. Fatelo, ne vale la pena.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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