PENSIERO UNICO | 27 Ottobre 2016

Lo Stato assoluto: una minaccia presente

Il potere assoluto dello Stato, quale fonte di diritti, è uno degli esiti fondamentali del pensiero unico contemporaneo. Cristiani e liberali, per loro natura, non possono non opporsi a questa impostazione politica e culturale

di GIUSEPPE ZOLA

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Ci si potrebbe chiedere che origine abbia l’avanzata (che qualche imbelle ritiene inarrestabile) del pensiero unico, fino a trasformarsi in una dittatura con tale contenuto. La domanda potrebbe anche essere formulata in questo modo diverso: «C’è, tra la gente, un unico pensiero a cui tanti si stanno sottomettendo».

Forse e purtroppo la risposta dovrebbe essere positiva. Sì, esiste un unico pensiero comune a tanti, fino a diventare un pensiero unico dominante. Esso consiste nel ritenere che il potere dello Stato sia assoluto, qualunque sia la forma istituzionale dello Stato stesso. Che si arrivi al potere tramite una via “democratica” (comunque influenzata dalle grandi lobby) o che si arrivi tramite la via autoritaria e tirannica, la concezione del potere non cambia: il potere dello Stato è comunque assoluto.

Mi è tornata chiara questa considerazione, rileggendo un dimenticato libro del servo di Dio don Luigi Giussani: “L’Io, il Potere, le Opere” (edito da Marietti1820, 2000). Consiglio a tutti di leggere tale libro, che dedica i primi saggi, fino a pagina 48, proprio al tema del potere.

Il ragionamento che viene seguito è molto logico, come sempre.

L’origine del potere sta in Dio, l’onnipotente, che ha creato tutto quello che esiste. In particolare, ha creato l’uomo a propria immagine e, quindi, anche munito del potere di governare il creato, secondo il disegno del creatore. Il guaio è che soprattutto l’uomo moderno usa questo potere avendone censurata l’origine divina. Soprattutto l’uomo di oggi osa (massima bestemmia) porsi al posto di Dio, usando del potere come se Dio non ci fosse e, quindi, solo in base al proprio pensiero, ai propri desideri ed ai propri egoismi. Tanto questo è vero che la Chiesa, con il tanto dileggiato “Sillabo”, ha dovuto condannare, come condanna, la seguente proposizione: «Lo Stato, come fonte e sorgente di tutti i diritti, gode del privilegio di un diritto senza limite». E don Giussani aggiunge che tale proposizione «è la definizione dello Stato moderno, secondo la mentalità dominante che lo ha determinato». E’ proprio così. E le conseguenze si vedono. Si potrebbero fare molti esempi: ci limitiamo ad alcuni di essi.

E’ evidente che l’aborto provoca la soppressione di un essere umano, stroncandone la vita. Ma quando lo Stato lo permette, esso diventa addirittura un “diritto” della donna. Cioè, il potere assoluto dello Stato trasforma addirittura in diritto un gesto contro la vita innocente.

E’ altrettanto evidente che il bene per ciascuna persona e per l’intera società sarebbe che un matrimonio durasse per tutta la vita, ma, anche in questo caso, l’assolutismo statale crea il diritto a rompere a proprio piacimento tale rapporto, aiutando lo sfascio di tante famiglie e, quindi, una crisi irreversibile dell’intera società.

Da sempre esistono coppie omosessuali che convivono, ma i giacobini del nostro tempo si sono rivolti all’onnipotente Stato perché, anche in questo caso, trasformasse in diritto il desiderio della convivenza, anche se ciò, in Italia, viola palesemente l’articolo 29 della Costituzione. L’assolutismo statale ha vinto un’altra volta, grazie a coloro che si fanno passare per libertari, ma che in realtà sono fortemente e assolutamente statalisti, tanto è vero che chiedono allo Stato anche di limitare la libertà di opinione e di pensiero, inventando reati inesistenti come l’omofobia e l’islamofobia, quando, tra l’altro, il vero pericolo è quello della cristianofobia.

Quello che più stupisce è che anche molti cristiani si stiano allineando a questo pensiero dominante, dimenticando, tra l’altro, che i primi martiri cristiani furono tali proprio perché si erano rifiutati di piegarsi ad una concezione assolutista (e senza Dio) del potere.

Scrive ancora don Giussani alle pagine 16 e 17 del libro citato: «I primi cristiani sono entrati in un mondo, l’impero romano, in cui tutte le religioni erano tranquillamente ammesse. Una sola condizione era imposta a tutti: che ci fosse, come ultimo criterio, la devozione all’imperatore. Era una condizione ultima cui i cristiani non potevano certo sottostare!».

Temo che, invece, molti cristiani di oggi sottostiano ai vari imperatori del momento, anzi, ne cerchino la benevolenza, dimenticando che il cristiano non può non avere una “distanza critica” da chi esercita il potere. Ed i veri liberali pure.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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