TASSE | 06 Marzo 2015

Lo stato? «Ci mette solo i bastoni tra le ruote»

«Ricerca e innovazione»: i segreti della Bcs raccontati dal figlio del fondatore. L’antitesi tra genio d’impresa e ostacolo pubblico: «Lo Stato non fa nulla. Per chi produce in Italia tasse all’85%». Il governo? «Sì al taglio Irap, ma serv

di LUCA PIACENTINI

Campi sterminati. Dove si lavora duramente. E, sotto il sole che brucia, per andare avanti si può contare solo su due cose: la falce e la forza delle braccia. Negli anni Quaranta è qui, in uno dei polmoni agricoli d’Italia tra alta e bassa Pianura Padana, che inizia una rivoluzione destinata a migliorare la vita dei contadini lombardi. Luigi Castoldi ha il colpo di genio: mettere insieme lame e motore a scoppio, costruire un attrezzo leggero, di facile utilizzo. L’intuizione prende corpo nella piccola officina di Abbiategrasso, dove assembla l’invenzione. «Eccola lì, era il 1943», ricorda Fabrizio Castoldi, figlio del fondatore e attuale presidente della Bcs, mostrando la motofalciatrice esposta all’ingresso dello stabilimento milanese. «Era una delle prime al mondo», sottolinea spiegando i segreti dell’asimmetria che l’hanno resa unica. Per i contadini si tratta di una svolta: la produzione aumenta in modo esponenziale, stress e fatica si riducono drasticamente. 

L’impronta delle origini è nell’acronimo Bcs, le iniziali dei cognomi di Luigi Castoldi, del meccanico Severino Speroni e di Camillo Bonetti, gestore dell’esattoria del paese, entrambi coinvolti nel progetto. 

Oggi l’azienda è una multinazionale con circa 800 dipendenti, stabilimenti ad Abbiategrasso, Cusago e Luzzara, esporta in cento paesi, ha una decina di filiali all’estero e nel 2014 ha fatturato qualcosa come 110 milioni di euro. Il segreto? «Ricerca e sviluppo - risponde Fabrizio Castoldi - E’ tutto qui. Ricerca e sviluppo: grazie a questo oggi possiamo vantarci di essere ancora in piedi». 

L’impresa nasce «durante la guerra da un’idea di mio padre - racconta - che concepì questa falciatrice per tagliare l’erba. Era una falce motorizzata. Il progetto ha avuto successo e ha consentito la crescita dell’azienda fino ai valori di oggi». L’ultimo scorcio della vita di Bcs vede una crescita vertiginosa della gamma di prodotti: «Da dieci anni a questa parte - chiosa Castoldi - abbiamo fatto più progetti che in sessant’anni di vita della Bcs. Siamo continuamente alla ricerca di innovazioni». I risultati sono eccezionali e si riflettono nel superamento del milione di macchine Bcs e Mosa (altro marchio di proprietà, legato alle moto saldatrici) vendute nel 2007. E non mancano premi e riconoscimenti, l’ultimo dalla Fiera di Verona per il trattore semicingolo a doppio sterzo. 

Bcs crea e brevetta, produce moto falciatrici e moto saldatrici, trattori, intere linee per il settore agricolo e la manutenzione del verde. E' il prototipo dell'azienda frutto del genio industriale italiano. Ma, come tutte le realtà imprenditoriali, si scontra con le contraddizioni di uno stato elefantiaco, che sembra più interessato a preservare se stesso che a creare benessere per cittadini e imprenditori. 

Le aziende si sforzano di innovare e stare al passo con il mercato. Intanto lo stato cosa fa? 

«Lo stato non fa nulla. Anzi, a dire la verità ci mette i bastoni tra le ruote. Auspichiamo che lo stato si renda conto che, per generare benessere e posti di lavoro, per aumentare le assunzioni dei giovani riducendo la disoccupazione, un’azienda deve poter crescere ed espandersi e, per fare questo, è cruciale investire in ricerca e sviluppo. Crediamo che con le ultime azioni di Renzi il governo abbia intrapreso questa strada saggia». 

Il principale problema qual è? La tassazione?

«E’ il problema principe. Quello che blocca le aziende, impedisce slancio e crescita. Parliamo delle tre tasse: Ires, Irap e Imu che si intersecano e si sommano, creando una situazione molto difficile ed estremamente complessa. Gravano soprattutto sui posti di lavoro. Più un’azienda produce in Italia, maggiore è la sua pressione fiscale; viceversa più delocalizza e minore è la pressione fiscale. E’ un controsenso. Semmai dovrebbe essere l’opposto. Da un’indagine fatta in Assolombarda è emerso che all’incirca la metà delle aziende italiane ha una pressione fiscale media intorno all’85%. E sono quelle che producono qui. Perché si sommano Irap e Imu. Se uno non produce qui, questa pressione fiscale scende fino al 30-35%»

Quindi uno stato che disincentiva l’occupazione.  

«Paradossalmente per adesso è proprio così. L’ultima iniziativa di Renzi, l’eliminazione del costo del lavoro dall’Irap, va però nella direzione giusta. Secondo noi è un bel passo avanti, ma è necessario farne ancora uno».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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