TERRORISMO | 20 Marzo 2015

«Lo Stato islamico va distrutto»

«Is va distrutto uomo per uomo». L’attentato di Tunisi e la dura posizione di Marco Lombardi, direttore di Itstime, centro di ricerca sul terrorismo della Cattolica. «Cresce la minaccia all’Italia. Il Mediterraneo rischia di diventare frontiera di guerra»

di LUCA PIACENTINI

«Nessuna trattativa con Is, l’unica risposta è sul piano militare». In Italia si è attirato le ire di molti. Ma Marco Lombardi, docente di Sociologia e direttore di Itstime, centro di ricerca dell’Università Cattolica che si occupa di terrorismo, resta fermo nella linea dura: «Lo Stato islamico deve essere biologicamente distrutto, uomo per uomo». Tanto più dopo l’attentato di Tunisi, dove hanno perso la vita 23 persone, tra cui due assalitori e quattro turisti italiani. Le forze di sicurezza tunisine hanno arrestato nove sospetti. Lo Stato islamico ha rivendicato l'attacco via Twitter. Lombardi è un esperto di sicurezza, presso il Dipartimento di Sociologia dell’università milanese dirige l’Italian Team for Security, autorevole think tank che elabora analisi per agenzie internazionali. Sono gli unici analisti italiani a far parte del network delle intelligence europee. E in queste ore stanno disegnando scenari e ipotizzando soluzioni. Occorre fare presto, sottolinea Lombardi, e superare gli ostacoli politici coinvolgendo i paesi islamici nella lotta all’Is. Perché più il tempo passa, e più la minaccia cresce. 

Che cosa succede in Tunisia? Qual era l’obiettivo dei terroristi?

«L’obiettivo generale e politico di Is (Islamic state) è chiaro: destabilizzare tutto il Nord Africa, la Libia è un comodo punto di partenza per spingersi verso Tunisia e Marocco, spostando la minaccia sempre più vicino all’Europa. In Tunisia nacque la Primavera araba e sul piano simbolico la identifichiamo come il paese democratico dell’area. Ma è una realtà molto complessa. Malgrado i risultati elettorali, sottolineo sempre che il primo articolo della Costituzione tunisina dice che l’Islam è religione di stato. Questo dà molta forza agli islamisti per sostenere in maniera coerente che, se l’Islam è religione di stato, allora la sharia è alla base di tutte le norme. E’ vero che molti cittadini sono scesi in piazza a manifestare dopo l'attentato. Ma ricordiamoci che la Tunisia ha il più alto rapporto combattenti per Is-popolazione: 22 ogni 100mila abitanti. Gli altri paesi hanno un rate tra i 2 e i 4 ogni 100mila. In termini assoluti ne ha più il Marocco, ma il rapporto della Tunisia è altissimo, il segnale di un disagio che trova risposta nell’offerta islamista». 

La Tunisia difenderà le piccole conquiste di libertà della cosiddetta Primavera araba o cadrà nella stretta repressiva? 

«Entrambe le cose. Tra gli obiettivi dell’attacco c’era il Parlamento, pur non essendo chiaro se insieme oppure prioritario rispetto al Museo del Bardo. Si discuteva la legge contro il terrorismo, che è stata criticata da molti perché è troppo repressiva e supera i poteri di contenimento che riteniamo legittimi in democrazia. La Tunisia difenderà le sue conquiste ma probabilmente si irrigidirà molto. I tweet dei tunisini subito dopo l’attacco mostrano che tra la gente c’è una richiesta diffusa: perché non entra in vigore la legge marziale? Perché non li mettiamo tutti a morte? Questo attacco ha colpito il turismo, la risorsa più importante della Tunisia. Probabilmente legittimerà interventi ancora più repressivi, al limite della democrazia. L’obiettivo di Tunisia e Marocco è difendersi dalla minaccia che ritengono più grande: le infiltrazioni di Is». 

Osservatori internazionali e importanti testate americane non danno però per scontato che la matrice dell’attentato sia lo Stato islamico.

«E’ vero, c’è molta incertezza. Ma oggi sembra esserci una firma di paternità da parte di Is. Personalmente sono certo che l’attentato sia funzionale allo Stato islamico. Ci sono strani legami, circola la foto di un attentatore ritratto con il presidente del partito Ennhada (formazione islamista al potere dopo la rivoluzione tunisina, ndr). Certo: vuol dire tutto e niente. Emergono però altre due informazioni interessanti. Anzitutto sembra che il 28 dicembre 2014 questo attentatore sia rientrato in patria dalla Libia, che è un crogiuolo di fondamentalisti legati a Is. Inoltre pare che l’ultima telefonata di un attentatore alla famiglia provenisse da una sim irachena, altro elemento che ricollegherebbe l’azione ai “foreign fighters”. A differenza dell’attentato di Parigi, purtroppo non abbiamo filmati in presa diretta per capire la preparazione dei terroristi. Di certo però nessuno voleva farsi saltare per aria o era uno shahid disposto ad immolarsi per la causa. Piuttosto il modus operandi è quello di militari preparati a combattere il nemico, per poi essere riutilizzati altrove. Questi elementi e il quadro politico fanno pensare ad un’azione funzionale a Is, e ad una connessione diretta molto probabile. Is non prepara cellule che partono per colpire. Conta sui combattenti di ritorno che, abili militarmente e ostili al mondo in cui vivono, vengono ispirati da proclami pubblicati dallo Stato islamico, e sono disposti ad attuarli. Si tratta di “materiale umano” che crea possibilità di attacco neppure preventivate da Is, ma coerenti con i suoi proclami».

Prima dell'attentato sembra che Isis abbia invitato i jihadisti tunisini ad entrare in azione. Si poteva prevenire la mattanza?

«Un giorno prima c’è stato un tweet il cui senso era: state pronti, perché adesso le suoneremo alla Tunisia. E’ un elemento che conferma la presenza ispiratrice di Is dietro l’azione terroristica. Ma con tutto il materiale che circola in Rete, non si può certo prevedere un attentato sulla base di un tweet. In Nord Africa e in Libia, Is non ha la struttura dello stato né si è impossessato del territorio come in Iraq. E’ presente a macchia di leopardo: gruppi che si ispirano ad esso, fortemente correlati ma anche frammentati. Pensiamo ad Ansar Al Sharia in Tunisia, mentre Al Qaeda fa da integratore nel Maghreb con una leadership comunque non compatta. Tutto il mondo del jihad nord africano ha questa struttura atomizzata. E in un simile contesto, la prospettiva di attacchi ispirati che sfuggono alla premeditazione logistica e all’organizzazione formale di Is, resta altamente probabile». 

Dalla Libia alla Tunisia, i fatti di sangue segnalano una minaccia crescente per l’Italia? Gran Bretagna, Francia, Spagna sono state colpite dal terrorismo. L’Italia no. Dobbiamo preoccuparci? 

«Che abbiano ucciso italiani è casuale: sono entrati nel Museo del Bardo e hanno sparato nel mucchio. Detto questo, la minaccia all’Italia e all’Europa è comunque molto forte e assolutamente in crescita. Ricordiamo che, sul piano geografico, l’attacco a Tunisi è avvenuto più a nord delle frontiere italiane. Le coste africane sono molto vicine. Un Nord Africa destabilizzato trasforma la frontiera del Mediterraneo potenzialmente in una frontiera di guerra, estremamente permeabile. Questo è il punto fondamentale. E se ancora non si può parlare di attacco diretto all’Italia, sicuramente la minaccia è in costante aumento». 

Contro Isis gli Stati Uniti non intervengono, almeno al momento, “boots on the ground”. Ma perché non si muove una coalizione internazionale? I miliziani di Isis non sembrano in grado di fronteggiare un vero esercito. Perché si mandano a combattere i militari scarsamente addestrati dell'Iraq e non si mobilitano invece truppe di terra occidentali, superiori per tecnologia ed efficacia?

«Isis racconta un sacco di menzogne. I missili sull’Italia affonderebbero nel mare ancora prima dei missili di Gheddafi di Lampedusa, giusto per avere un’idea. Militarmente Is è spazzabile via nel giro di un mese. Ma eliminarlo dal Nord Africa e dall’Iraq è un’operazione costosa, comporterebbe grandi perdite umane. Anche se i nemici sono solo 20mila, è pur sempre un combattimento “boot on the field”. Lo dico da tempo, tirandomi addosso le ire di tanti: con Is non si può trattare, l’unica risposta è sul piano militare. Is deve essere biologicamente distrutto, uomo per uomo. La mia posizione è molto dura, ma in questi giorni l’ho sentita addirittura riprendere. Io e Gad Lerner non siamo sulle stesse posizioni ma in un suo articolo su Repubblica è stato duro almeno quanto me. L’indirizzo è questo, ma il vero problema è politico». 

Si spieghi meglio.

«Due osservazioni. Immaginiamo di spazzare via militarmente lo Stato Islamico dall’Iraq. Senza un accordo politico, abbiamo creato un enorme vuoto in un’area cruciale della geopolitica globale. Il governo iracheno non è in grado di gestirla, mentre l’Iran ci vuole entrare da est, i curdi pretendono sicurezza da nord, i Turchi sono interessati alla stessa zona ma da nord ovest, il Libano e il Middle East stanno ribollendo ad occidente. Elimino Al Baghdadi con l’esercito ma, se non ho un accordo politico forte, mi ritrovo con quell’enorme deserto pieno di petrolio che diventa il “playground” di un conflitto dove il nemico comune non è più l’Is. Iran, curdi, turchi, Middle East si possono trovare a diretto confronto. Questa situazione è ancora più esplosiva di Al Baghdadi. In Nord Africa è fondamentale intervenire. Come? Alcuni membri della coalizione hanno posizioni chiare: l’Egitto sopporta Tobruk, mentre insieme agli wahabiti il Qatar fa il doppio gioco, è parte della coalizione ma finanzia sotto banco il terrorismo e sostiene i Fratelli Musulmani. In questo contesto, o si interviene come parte terza ignorando Tobruk e i Fratelli Musulmani, con il rischio di trovarsi però a combattere non solo Is ma anche una stranissima coalizione che riunisce buona parte del tribalismo e della politica libica coesa contro un invasore, oppure si sceglie chi supportare, se il Qatar o l’Egitto, formalmente parte della coalizione. L’impasse è totale. E’ la ragione per cui si continua a dilazionare l’unica soluzione possibile, quella militare. Is lo sa benissimo: la forza del terrorismo sta nel cogliere le vulnerabilità del nemico, che nel nostro caso è politica». 

Quindi cosa fare in concreto? 

«I colloqui con Egitto e Qatar devono proseguire in cerca di accordo. Si discute riservatamente di un doppio governo. Ma sono prospettive di lungo termine. I tempi della politica non sono quelli della governance: servono risposte immediate. Ecco perché da un lato è così importante l’accordo con l’Iran sul nucleare, in quanto potrebbe cambiare le loro pretese sull’Iraq; mentre resta decisivo il negoziato tra Qatar ed Egitto. Dando una forma di relazione non combattente tra questi due gruppi, si potrebbe intervenire in Nord Africa. Non credo che l’opinione pubblica sia contraria all’intervento militare. A parte alcune testate, che in maniera preconcetta puntano alla guerra, anche giornali insospettabili dicono che l’intervento è necessario. Più l’Is continua a colpire, e meno credo che l’uomo medio sia contrario. Il problema è politico. L’ideale sarebbe riuscire a mettere in piedi un intervento di polizia militare che combatte non un altro paese, ma contrasta il terrorismo, che è una forma di criminalità. Si tratta di una situazione nuova, ed è difficilissimo trovare strategie. Ma più passa il tempo e più diventiamo vulnerabili. E ulteriori attacchi di Is rischiano di alimentare la tentazione di un intervento militare senza accordi tra tutti membri della coalizione. Sarebbe un grande male. E’ fondamentale che l’Islam combatta Is insieme a noi, non deve diventare una guerra tra crociati e Islam, ma tra persone perbene e organizzazioni criminali terroristiche». 

Nel caos crescente nel Nord Africa, l’Europa ha responsabilità?

«Enormi, per molte ragioni. L’Europa non capisce nulla. Tutta la storia che vediamo è scritta: il progetto del Califfato trova le radici in Al Zarqawi nel 2005. Quello accaduto il 29 giugno 2014 con la proclamazione del Califfato, era stato organizzato con Isi, che è la radice di Is, dallo stesso Al Zarqawi. Per dieci anni ha prosperato senza che nessuno se ne occupasse. E nessuno si è interessato davvero alla Siria, badando solo a sostenere i nemici di Assad. Un’enorme idiozia. L’Europa è responsabile di aver tagliato la testa a Gheddafi in nome della democrazia, ha interpretato le primavere arabe come penetrazione della democrazia, ignorando che si tratta del risultato storico di un processo lungo in una piccola parte del mondo. L’Europa è accecata dalla luce del proprio etnocentrismo: è questo il dramma. E i politici, a loro volta ciechi, non sono in grado di leggere i segnali che analisti e intelligence stanno lanciando da tempo».   


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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