MADE IN ITALY | 27 Luglio 2015

Lo Stato? «Smetta di inseguirci con la burocrazia»

Molini Bongiovanni, il “regno” torinese delle farine su misura. Parla l’imprenditore: esperienza e innovazione al servizio del made in Italy. Dallo Stato? «Meno burocrazia e più fiducia in chi fa impresa. Aumenterebbero anche i posti di lavoro»

di LUCA PIACENTINI

Dalla pasta alle brioches, della pizza ai panettoni. I mille prodotti tipici italiani non sono solo il frutto delle grandi tradizioni locali. Per dare forma alle ricette regionali più famose servono infatti gli ingredienti giusti: materie prime superiori, che rappresentano il segreto delle eccellenze alimentari che fanno unica l'Italia nel mondo. L'obiettivo di aziende come “Molini Bongiovanni” è proprio quello di tenere alta la qualità, indagando le esigenze dei clienti, dal piccolo artigiano alla grande industria, per offrire loro ciò che cercano: farine su misura. 

L'impresa fattura circa 35 milioni di euro, dà lavoro a una trentina di persone e produce qualcosa come un milione di quintali l'anno. Un risultato possibile grazie al costante sviluppo tecnologico, alla ricerca di laboratorio e all'informatizzazione del processo, che hanno reso l'azienda di Cambiano, in provincia di Torino, una delle più avanzate del settore. Certo, le difficoltà non mancano: a partire da un mercato sempre più internazionalizzato e da un’Europa che non sembra tutelare abbastanza il made in Italy. Mentre lo Stato italiano, come sottolinea Claudio Bongiovanni, amministratore unico dei Molini che portano il suo nome, potrebbe fare certamente di più.

Da imprenditore, come valuta la politica? Che cosa manca oggi da parte dello Stato?
«Sembra un paradosso: direi che mancano tante e poche cose nello stesso tempo. Concettualmente servirebbe maggiore fiducia verso noi imprenditori, perlomeno nei confronti di quelli che cercano di lavorare seriamente. Lo Stato dovrebbe smettere di inseguirci con la burocrazia, guardandoci con meno diffidenza. Gli imprenditori ricambierebbero con un approccio più positivo al sistema. Non è cosa da poco: questa fiducia si tradurrebbe in maggiori investimenti, nell’apertura di nuove attività e, di conseguenza, nella creazione di nuovi posti di lavoro».

Fino a che punto oggi l'Europa è un’occasione per chi fa impresa?
«In generale penso che l'Europa sia una grande opportunità. Purtroppo il settore l'alimentare, quello in cui operiamo, ne esce penalizzato. Le eccellenze italiane tendono infatti a non essere protette. Si consentono troppe cose. Nel nostro paese abbiamo biodiversità esemplari, grandi differenze qualitative tra le regioni, in cui sono maturate conoscenze incredibili. Pensate solo alle migliaia di tipologie di pani regionali e locali. Sono questi i valori da difendere. L'appiattimento sui surgelati e sui prodotti di importazione, insieme alla mancanza di garanzie in merito all'origine, è un problema tipicamente italiano. Forse gli altri paesi hanno maggiori possibilità. Resta il fatto che l'Italia è più penalizzata in questo settore».

Come nasce la vostra azienda?
«La nostra impresa nasce nel 2003 dalla fusione di tre storici impianti piemontesi di medie dimensioni, che si trovavano nelle province di Asti, Alessandria e Torino. Qui a Cambiano abbiamo concentrato la produzione dispersa nei vari stabilimenti, riunendola in un unico mulino più grande e tecnologicamente avanzato, maggiormente garantista sotto il profilo della sicurezza alimentare e dell'ambiente di lavoro». 

Che cosa vi caratterizza sul mercato?
«Fondamentalmente ci distinguiamo per la capacità di produrre farine su misura. Come avete visto, attraverso l'uso del laboratorio cerchiamo di capire le esigenze dei clienti, grandi e piccoli. Puntiamo a soddisfare i loro obiettivi dal punto di vista qualitativo, fornendo le farine adatte ai loro prodotti: alti o spessi che siano, con o senza crosta. Non importa quanto le richieste siano diverse dalle precedenti: quando il cliente riesce a trasferirci le sue esigenze, cerchiamo di costruirgli la farina “ad hoc” per consentirgli di realizzare ciò che vuole».

Il vostro è un punto di vista privilegiato sull’alimentazione, tema è tanto più attuale in questi mesi di Expo, evento di portata mondiale: secondo la vostra esperienza, come cambia il modo di alimentarsi?
«L’alimentazione muta in funzione della curiosità, della capacità di approfondimento e della conoscenza del consumatore. È finalmente arrivato il momento in cui le persone si interessano a ciò che mangiano. Per anni il consumatore si è alimentato seguendo solo il gusto. Fortunatamente oggi si preoccupa di conoscere ciò che acquista, legge le etichette e tenta di capire le provenienze dei cibi. È un elemento di novità dei tempi moderni, che a noi dà la possibilità di raccontare i prodotti e le nostre aziende, evidenziando storia e impegno, anche sociale, mentre al consumatore permette di conoscere meglio ciò che mangia. È il vantaggio di eventi come questi, dove aumenta la consapevolezza di quanto abbiamo nel piatto».

Che sfide avete davanti oggi, in un mercato sempre più internazionalizzato? Come affrontate i concorrenti?
«Con una battuta potrei risponderle: “a cazzotti”. Ovviamente in senso economico. E’ in corso una guerra dei prezzi molto dura. In Italia c'è la “concorrenza perfetta”: la capacità produttiva è circa il 30% in più rispetto alla necessità e al consumo. Questo provoca una grande offerta di farine di ogni tipo e non solo. Tenga presente che operiamo a livello locale. La farina è un prodotto “povero”: il trasporto incide sui costi per il 30% e diventa difficile allontanarsi dalle regioni confinanti. Lavoriamo con la grande e media industria e con artigiani di tutti i tipi in Piemonte, Lombardia, Emilia, Veneto e Liguria».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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