PAESI ARABI | 09 Aprile 2015

Lo Yemen e la 'guerra fredda' islamica

Arabia Saudita e Iran si giocano il controllo sui paesi arabi, e l'instabilità in Yemen non è che una parte di questo scontro. L'Occidente non può restare inerme, ed è chiamato a prendere posizione in questo conflitto

di COSTANTINO LEONI

I bombardamenti della coalizione araba a guida saudita stanno spostando la lente d’ingrandimento dei media di tutto il mondo sullo Yemen, ma l’instabilità del paese e i tanti attori protagonisti di questo scontro non fanno che rendere sfocata la visione di questo conflitto.

Cerchiamo dunque di mettere a fuoco. Lo Yemen è uno stato a maggioranza sunnita da sempre al centro di contese fra grandi potenze per la sua posizione strategica; attraverso lo stretto di Bab-el-Mandeb transitano al giorno circa 3 milioni di barili di greggio. È facile allora intuire perché lo Yemen fosse rimasto diviso in due fino al 1990: col Nord filo-americano separato dal Sud filo-sovietico. Dopo l’unificazione del 1990 il potere è stato preso del presidente del Nord, Saleh, un dittatore non troppo diverso da i vari Saddam, Gheddafi o Mubarak. Nel 2011 Il vento di rinnovamento proveniente da Tunisia ed Egitto arrivò anche in Yemen sfociando in scontri di piazza che portarono alla precipitosa fuga di Saleh in Arabia Saudita e all’ascesa di Hadi in qualità di presidente. Inutile dire che la “primavera araba” non ha avuto (come nella maggioranza dei casi) l’effetto sperato.

A questo già fragile quadro di instabilità politica dobbiamo aggiungere anche il problema dovuto all’estremismo islamico sunnita da sempre presente sul territorio (lo Yemen ha dato i natali a Osama Bin Laden). Dal 2011 i droni americani bombardano le basi di al-Qaeda, per la verità con scarsi risultati, ed è proprio da uno dei campi d’addestramento yemeniti che è partito il maggiore dei fratelli Kouachi per dare il via alle stragi di Parigi. Attorno alla sigla di AQAP (Al-Qaeda della Penisola Arabica) gravitano come satelliti altre formazioni jihadiste non ultimo ISIS che proprio lì ha ultimamente compiuto attentati sanguinari in diverse moschee sciite. La vicinanza dello Yemen al Corno d’Africa non fa che rendere il paese un vero punto di contatto tra l’estremismo islamico arabo con quello africano (responsabile con gli al-Shabab dell’atroce massacro all’università di Garissa), oltre che un centro di attrazione per il jihadismo centroasiatico (la presenza in Yemen di comandanti di truppe jihadiste cecene è nota da tempo).

Il fatto che il governo di Sana’a non faccia abbastanza contro l’estremismo sunnita non ha fatto che alimentare l’odio della minoranza sciita del paese rappresentata politicamente e militarmente dalla setta sciita degli Ansarullah (i Partigiani di Dio) meglio conosciuti come Houthi e sostenuti dall’Iran. Da sempre gli Houthi denunciano soprusi e discriminazioni subite ai danni della minoranza sciita e rivendicano da decenni una riforma federale del paese che dia loro una qualche autonomia politica. I ribelli sciiti sono saliti agli onori della cronaca dopo la conquista del palazzo presidenziale lo scorso gennaio. Va sottolineato il fatto che i ribelli non hanno mai chiesto la destituzione del presidente (quindi è sbagliato parlare di golpe) ma solo una modifica della costituzione affinché venga concessa loro più autonomia.

Nel frattempo Saleh è ritornato dal suo esilio in Yemen e (per ironia della sorte) le sue milizie sunnite sono oggi alleate dei suoi antichi nemici sciiti. L’esercito regolare ormai non esiste più, rintanato in alcune roccaforti fedeli al presidente Hadi. Le esigue forze moderate che avevano contribuito (anche pacificamente) alla semi-riuscita della primavera araba sono oggi schiacciate tra l’incudine jihadista sunnita e il martello sciita filoiraniano.

Negli ultimi giorni la situazione si è ulteriormente aggravata a causa dell’entrata in scena di altri personaggi dal peso decisamente maggiore: Iran e Arabia Saudita.

Pur di non lasciare lo Yemen in mano agli sciiti l’Arabia saudita e gli altri paesi sunniti del Golfo, anche grazie ai loro poderosi mezzi di informazione hanno accusato l’Iran (spesso in maniera infondata) di aver favorito gli Houti con ingenti quantità di denaro e armi. Non è un caso che queste accuse siano state mosse proprio pochi giorni prima dell’inizio della conferenza di Losanna per gli accordi sul nucleare iraniano. Inoltre alla fine del mese di marzo la Lega Araba, dopo un incontro al Cairo, ha annunciato la nascita di una coalizione il cui obiettivo è quello di combattere il “terrorismo”. Ebbene, la prima operazione effettuata da questa coalizione è stata quella contro gli sciiti in Yemen denominata “tempesta di fermezza” responsabile di più di 500 morti in pochi giorni, tra i quali numerosissimi bambini. Gli iraniani dal canto loro sono gli unici che stanno realmente affrontando sul terreno lo Stato Islamico insieme all’esercito iracheno e ai Peshmerga Curdi.

Viene da chiedersi che ruolo possa assumere l’Occidente in questa che è una vera e propria “guerra fredda islamica”, in cui due grandi potenze (Arabia Saudita e Iran) si azzannano per conto di terzi cercando di accaparrarsi più potere possibile. Da questa guerra globale all’interno dell’Islam noi non siamo toccati se non tangenzialmente. Dobbiamo decidere se rimanere inermi sopportando altri attentati come Tunisi o Parigi indignandoci e twittando meccanicamente il nostro sdegno tra una foto al pranzo di Pasqua e una al nuovo regalo di compleanno, oppure difendere e far conoscere ciò che di più buono e bello hanno da offrirci queste terre martoriate prima che vengano inghiottite dal baratro della guerra.


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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