IL VENTO DEL NORD | 25 Novembre 2014

Maroni: «E ora il referendum per l’autonomia»

La via italiana al federalismo. L'intervista al presidente Roberto Maroni

di ROBERTO BETTINELLI

Linea dura contro il Governo Renzi sul piano delle riforme istituzionali e della legge di stabilità, invito a rispettare gli impegni economici presi dal premier contro i danni del maltempo dove «Regione e Comune hanno fatto la loro parte», rilancio del federalismo attraverso una strategia ‘europea’ che parte dalla Macroregione delle Alpi, estende alle regioni ordinarie i vantaggi fiscali di quelle a statuto speciale «per trattenere il 100% delle tasse sul nostro territorio» e soprattutto punta a ottenere il prima possibile il referendum popolare sull’autonomia. Così il presidente della Regione Roberto Maroni risponde alle nostre domande dopo le elezioni regionali in cui la Lega Nord ha umiliato Forza Italia e si è posizionata al secondo posto nella regione più rossa d’Italia dove il Pd di Renzi ha subito un’autentica debacle a causa di un astensionismo senza precedenti. 

Dall’Unità ad oggi il rapporto Stato-Regioni è sempre stato problematico: il modello centralizzato sabaudo, il ritardo nell’attuazione della legge costituzionale che istituiva gli organi regionali, la riforma del Titolo V del 2001 fino all’ondata di inchieste giudiziarie degli ultimi tempi che hanno contribuito a delegittimare i risultati della ‘devoluzione’. E’ ancora possibile una via italiana al federalismo e quali caratteristiche deve avere?
«Ho già citato il modello dei Lander tedeschi, e credo nel ruolo fondamentale che le Regioni devono continuare ad avere. Condivido, inoltre, la richiesta che arriva da Regioni come il Veneto di estendere il modello della specialità alle Regioni a Statuto ordinario e non di cancellarlo. Questo consentirebbe alla Lombardia, ad esempio, di eliminare parte del residuo fiscale che ancora oggi la penalizza gravemente. Il mio obiettivo è e resta quello di trattenere qui le risorse prodotte con il nostro lavoro e il referendum sull'autonomia è il primo passo per raggiungerlo. La Lombardia Regione a Statuto speciale è la soluzione. In poco più di un anno e mezzo di Legislatura abbiamo tolto il ticket a 800 mila anziani, abbiamo aperto gli ambulatori pubblici e privati la sera e nel fine settimana per le visite specialistiche, abbiamo azzerato il bollo per chi rottama la vecchia auto inquinante e lo abbiamo eliminato per gli scooter 50. Pensate a che cosa potremmo fare se riuscissimo a trattenere il 100% delle tasse sul nostro territorio».

Dopo l’esempio della Scozia e della Catalogna è ancora possibile parlare di un’Europa fondata sull’autonomia delle Regioni?
«Certo che sì, il modello a cui tendere è l’Europa dei Popoli e delle Regioni, che insieme sono chiamate a definire strategie comuni per lo sviluppo dei territori. Proprio a Palazzo Lombardia, sede del Governo regionale, lunedì 1 e martedì 2 dicembre si terrà una due giorni di confronto e dibattito per scrivere il piano strategico della Macroregione delle Alpi, con la partecipazione di 48 Regioni europee di tutto l'arco alpino. È l'evoluzione a livello europeo della Macroregione del Nord che ci permetterà di dialogare direttamente con la Commissione europea su temi fondamentali, ad esempio sui fondi agricoli e sociali. La Lombardia, inoltre, presiede l’Associazione dei Quattro Motori per l’Europa, di cui fanno parte le Regioni europee più avanzate: Baden Wurttemberg, Rhone Alpes, Catalogna, con cui condividiamo strategie per favorire la ricerca e l’innovazione, ad esempio». 

L’abolizione del bicameralismo per come è stata immaginata dal premier Renzi la convince?
«C’è un modello che funziona bene che è quello del Bundesrat tedesco, il Senato dei Lander, delle Regioni, che gestisce il rapporto dell'altra Camera rappresentando la voce dei territori. Questo da noi manca. Ciò di cui si discute, invece, è una via di mezzo che mette insieme Regioni e Comuni, senza tenere conto di una differenza fondamentale: le Regioni hanno competenze legislative e i Comuni no. Il rischio è quello di fare una Camera mista che poi non funzioni».

Riforma delle Province: che cosa è cambiato?
«La riforma delle Province è confusa e credo che non porterà vantaggi economici. Però questa è la legge e noi dobbiamo applicarla. Sul come farlo ne abbiamo discusso a lungo all'interno delle Regioni e con il Governo e, con grande fatica, siamo arrivati a un accordo che prevede una serie di impegni. In particolare, per quanto riguarda le funzioni non fondamentali, la Regione Lombardia è quella che ne ha trasferite di più alle Province e ora dobbiamo decidere cosa fare. Per questo abbiamo costituito l’Osservatorio regionale con l’obiettivo di mettere ordine a questo caos istituzionale e decidere quali funzioni lasciare alle Province e alla Città Metropolitana. Personalmente, sono per la massima applicazione del principio di sussidiarietà e quindi sono orientato a non intervenire e a non ritrasferire le competenze alla Regione, ma naturalmente desidero che su questo ci sia un'approfondita discussione da parte di tutti i soggetti coinvolti, a partire dai sindaci».

Il maltempo ha colpito duramente la Lombardia. Quali sono i rischi ancora presenti?
«In Lombardia ci siamo mossi subito, e insieme alle istituzioni locali, per risolvere i problemi e ridurre i disagi per i cittadini. Penso ad esempio alla criticità che si è verificata sulla tratta ferroviaria Milano-Brescia a causa dell’allagamento di una centralina a Melzo. Nei giorni dell’emergenza in Regione abbiamo subito convocato un tavolo con i sindaci delle zone interessate, con la Prefettura e le società ferroviarie. I tecnici hanno lavorato 24 ore su 24 e i cittadini sono stati tenuti in costante aggiornamento. Questa è la dimostrazione che condividere i problemi vuol dire trovare soluzioni a vantaggio dei cittadini. E poi, come promesso, abbiamo chiesto al Governo di riconoscere lo stato di emergenza anche per l’alluvione di novembre, dopo le calamità di luglio. Voglio rinnovare ancora una volta il mio ringraziamento alla Protezione civile lombarda, elogiata anche dal Governo per il prezioso lavoro svolto, motivo di grande orgoglio per tutti noi. Tuttavia, vorrei ricordare che ci sono cose che non dipendono dalle istituzioni. Penso, ad esempio, ai mutamenti climatici. Per questo, a fine ottobre, ho voluto partecipare alla Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici di New York su invito del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon. E la Lombardia è stata la prima Regione a partecipare. Per valutare quanto sta succedendo a livello globale e capire come adeguarci, sarà fondamentale il vertice Onu che si svolgerà l’anno prossimo a Parigi per riaggiornare il Protocollo di Kyoto».

Lei ha denunciato il ritardo del Governo nel mantenere gli impegni presi dopo l’esondazione del Seveso. Avete ricevuto risposta?
«Dopo l’ultima esondazione, il Governo ha confermato il finanziamento degli oltre 86 milioni di euro necessari per la realizzazione del progetto di difesa idraulica e di depurazione delle acque del Seveso. Regione Lombardia e Comune di Milano hanno fatto la loro parte: la prima vasca di laminazione è già finanziata con 10 milioni da parte della Regione e con 20 del Comune. Noi siamo pronti a partire con i lavori nei tempi prestabiliti, ora tocca al Governo rispettare gli impegni presi. All’Esecutivo ho chiesto inoltre garanzie sul Patto di stabilità, affinché i Comuni possano spendere le risorse che hanno accantonato per gli interventi necessari».

Renzi ha attaccato le Regioni dicendo che negli ultimi 20 anni è mancata una politica di difesa del suolo. Qual è la sua opinione?
«Se non si è fatto quello che si doveva fare, la colpa è di chi ha governato, a tutti i livelli. Però non sono interessato a trovare un colpevole. Preferisco piuttosto lavorare per risolvere i problemi. Durante il vertice che si è svolto in Prefettura a Milano nei giorni dell’emergenza maltempo il Governo, attraverso il sottosegretario Delrio e il Capo Dipartimento della Protezione Civile Gabrielli, ha dato la sua disponibilità a lavorare. Ora ci aspettiamo che le promesse vengano mantenute e che non accada, ad esempio, ciò che è successo per l’alluvione di luglio e il risarcimento dei danni per le zone colpite. Il Governo ha confermato che non darà alla Lombardia un centesimo in più rispetto ai 5,5 milioni stanziati, a fronte di ben 88 milioni di euro di danni. E purtroppo anche i danni causati dall’ultima alluvione ammontano a decine di milioni di euro».

Il Governo chiede 4 miliardi di euro alle Regioni, 1 alle Province e 1,2 ai Comuni. I cittadini lombardi dovranno aspettarsi qualche brutta sorpresa come il taglio dei servizi o l’aumento di tasse e tariffe?
«I tagli previsti dalla Legge di Stabilità penalizzano le Regioni virtuose, come la Lombardia. Certamente è giusto ridurre la spesa pubblica, a patto però che siano applicati i costi standard e che le Regioni virtuose non siano penalizzate. Per la Lombardia un taglio di 930 milioni, come previsto, significherebbe chiudere 10 ospedali, alzare i ticket, l'Irpef, non fare più investimenti. Questo non è giusto e bisogna intervenire applicando i costi standard per ridurre gli sprechi, laddove ci sono. Questa è la sfida che io lancio a Renzi. Se, ad esempio, tutte le Regioni applicassero il sistema di spesa pubblica della sanità della Lombardia si risparmierebbero anche più di 4 miliardi. La cosa paradossale è che avevamo già cominciato ad applicarli: a luglio c’è stato un accordo Governo e Regioni per l’applicazione dei costi standard in sanità, grazie al quale la Lombardia ha guadagnato 500 milioni di euro proprio perché siamo bravi a spendere. Adesso questa legge li cancella e si ritorna al passato. I tagli alla sanità lombarda ammonterebbero a 750 milioni. E garantire gli stessi servizi ai cittadini, perché non possiamo fare altro questo, significa necessariamente non investire più nelle strutture e, di conseguenza, ridurle».

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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