DISASTRO AEREO | 31 Marzo 2015

Lubitz: la paura della nostra imprevedibilità

Secondo il noto psichiatra Alessandro Meluzzi è giusto che le indagini su Lubitz procedano, ma senza la pretesa di poter arrivare a decretare verità assolute. Non esiste una teoria psicologica che spieghi né nel bene né nel male il mistero dell’uomo

di RICCARDO CHIARI

Sono innumerevoli le ipotesi circolate in questi giorni a seguito della tremenda notizia del suicidio del pilota Andreas Lubitz e della conseguente morte di 150 persone a bordo dell’A320 della compagnia Germanwings. Dalla depressione ai motivi ideologici, dalla paranoia al raptus improvviso. Si moltiplicano i tentativi e gli sforzi di ricondurre a una causa certa un tragico evento. Perché la paura di non comprendere quali cause abbiano portato un essere umano a provocare la propria morte e quella di altre 149 persone è forse più grande dello sconcerto che questo orrendo incidente ha provocato nel cuore di tutti. C’è quindi chi si appella a una presunta negligenza da parte della compagnia aerea, chi invoca procedure che garantiscano più sicurezza, chi critica l’inefficacia dei test psicologici. Osservazioni corrette, riportate e ribadite nei nostri telegiornali e talk show nonché in quelli di tutto il mondo all’indomani di questo drammatico evento.

Eppure in poche occasioni è capitato di sentire affermare una certa verità. Forse perché scomoda o forse perché percepita come una “resa” di fronte alla nostra moderna e scientifica pretesa di poter indagare e conoscere ogni cosa. Questa verità non fa altro che ribadire la natura insondabile degli uomini, una componente di mistero che costituisce ciascuno di noi. Fra i pochi che considerano questo come elemento imprescindibile per una completa descrizione dell’animo umano si annovera il famoso psichiatra Alessandro Meluzzi al quale abbiamo rivolto alcune domande. 

Professor Meluzzi, fra le varie ipotesi formulate nel tentativo di dare una spiegazione al gesto di Andreas Lubitz, la più ricorrente è quella della depressione. Com’è possibile che i test psicologici, di norma effettuati sui piloti, non abbiano fatto rilevare nulla in proposito?

«In primo luogo occorre esaminare gli stessi test e comprendere a quale tipo di valutazione Lubitz sia stato sottoposto. Perché non è assolutamente detto, è anzi poco probabile, che dei semplici test psicoattitudinali, basati sul comportamento, sulle performance e sulle funzioni mentali superiori siano in grado di decretare un disturbo depressivo in una persona che fa di tutto per occultare di essere depressa. Chi nasconde la propria depressione di solito è abbastanza abile nell’affrontare questi test senza essere scoperto. In questo caso abbiamo a che fare con un soggetto particolarmente motivato nell’intenzione di occultare le sue vere condizioni psichiche, probabilmente per paura di perdere il proprio lavoro. Le risposte ai quesiti vengono fornite in maniera distorta. Non bastano dei test di routine quando si ha a che fare con una depressione torbida, tendente al delirio persecutorio e alla paranoia, come quella da cui probabilmente era affetto Lubitz».

Che cosa allora può servire a smascherare questo tipo di patologie mentali?

«Per riconoscere un individuo depresso o paranoico che fa di tutto per celare il proprio stato mentale occorrerebbero diverse sedute psicologiche o psichiatriche dalle quali si potrebbe poi tracciare un quadro psico-comportamentale un po’ più completo rispetto a quanto può essere ottenuto mediante dei test, siano essi scritti o brevi colloqui».  

Però è piuttosto difficile che le compagnie aeree paghino psichiatri per diverse sedute cui sottoporre tutti i propri piloti. Ci potrebbero essere altre soluzioni?

«Una soluzione che garantisca la certezza assoluta non ci potrà mai essere. Piuttosto mi affiderei al fatto che di norma gli esseri umani, e quindi anche i piloti d’aereo, non tendono a suicidarsi. Al di là di questa evidenza, utile solo a evitare il generarsi di psicosi da parte dei potenziali passeggeri dopo il tragico atto di Lubitz, direi che si possono però escogitare alcuni sistemi di controllo finalizzati a una diminuzione delle già bassissime probabilità che un evento simile si ripeta».

Ad esempio?

«Si potrebbe in parte affidare agli stessi piloti il monitoraggio dei propri colleghi. Mediante dei corsi di formazione e aggiornamento li si potrebbe istruire su alcune modalità e comportamenti tipici di persone affette da disturbi psichici, di modo che, una volta ravvisati in un loro collega, segnalino la cosa a chi di dovere. Questi valuterà a sua volta se sia il caso di procedere o meno a un esame psichiatrico approfondito».

Anche questo però, come lei dice, non offre una garanzia totale. Una persona depressa può essere in grado di dissimulare il proprio stato per lunghi periodi di tempo?

«Sì, può succedere».

Tornando al caso in questione: s’è fatto un’idea del perché Lubitz abbia scelto di suicidarsi in modo così plateale?

«Un’idea chiara è difficilissimo farsela in casi come questo. Probabilmente Lubitz soffriva di disturbi schizoaffettivi che spesso sfociano in deliri persecutori dando il via ad atti di distruzione e aggressività. Probabilmente l’idea di schiantarsi con un aereo e provocare la morte di molte persone è rimasta a lungo nell’ambito delle rappresentazioni mentali fino, purtroppo, a essere improvvisamente messa in atto»

Quindi in questo gesto si palesa anche dell’odio verso i propri simili?

«Spesso chi soffre di deliri persecutori associa a questi pensieri anche un profondo fastidio e una forte intolleranza verso gli altri e verso il mondo».

Una specie di “muoia Sansone e tutti i filistei”?

«Una specie, ma senza contenuto ideologico».

Ha senso cercare qualche indizio della patologia di Lubitz indagando nel suo ambiente famigliare, come sta avvenendo in questi giorni?

«Ha perfettamente senso. Ogni volta che si deve fare quella che noi chiamiamo “autopsia psicologica” di un individuo, la ricerca di segni di patologie mentali fra i membri della sua famiglia, la presenza di ricette mediche o di altri tipi di certificazioni sono azioni fondamentali. Questo comunque non assicura la riuscita di un quadro psicologico esaustivo».

Se il risultato dei test è così poco affidabile perché continuare a sottoporre i piloti a questi controlli?

«In primo luogo perché il fatto che siano poco affidabili non significa che siano totalmente inutili. Da quanto emerge nel caso specifico di Lubitz credo che ci siano state diverse leggerezze anche da parte della compagnia Germanwings, se è vero, come risulta, che il pilota aveva sofferto di crisi depressive in passato. Io non affiderei un aereo di linea a un pilota con quei precedenti psichici. Al di là di questo vorrei ribadire una concetto. La sicurezza totale sullo stato psichico di un individuo non si avrà mai. È inutile parlare di garanzie in quest’ambito. Pensare che, mediante test o sedute psicologiche e psichiatriche si possa arrivare alla prevedibilità assoluta dei comportamenti umani è una folle illusione. Questa illusione è oggi alimentata da un pensiero ideologico, figlio di uno scientismo positivista di basso livello in forza del quale pretendiamo riposte chiare e nette da una materia misteriosa come l’anima umana. Forse quest’incidente, nella sua tragicità, ci insegna che tale pretesa è radicalmente sbagliata».

 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.