OBAMACARE | 09 Gennaio 2015

Luci e ombre della crescita Usa

Obamacare: sale il Pil ma le piccole e medie aziende non assumono per i troppi costi. Chi ci guadagna sono la burocrazia federale e le assicurazioni

di GERARDO COCO

l 23 dicembre il Wall Street Journal titolava euforico: "Gli USA registrano il più forte sviluppo in oltre un decennio" (U.S. Economy Posts Strongest Growth in More Than a Decade WSJ,23 Dec.14), spiegando nell’articolo i dettagli della presunta crescita del 5% del PIL americano che neppure la Cina, in questi tempi, potrebbe raggiungere. L’incremento risulta dalla revisione delle stime del secondo trimestre del 2014 che prevedevano la crescita di “solo” il 3.9%.

Ma se si scandagliano i dati e le note tecniche emanate dal Bureau of Economic Analysis (http://blog.bea.gov/) del Dipartimento Commerciale, non si fa molta fatica a scoprire il bluff.  Perché il primo vero incremento riguarda, sì, la spesa in beni di largo consumo, aumentata nel terzo trimestre del 3.2 rispetto al 2.5% del trimestre precedente, ma di questa spesa, l’80% è costituito…dall’aumento delle spesa sanitaria imposta dall’Obamacare, la più inefficiente e dispendiosa riforma sanitaria di tutti i tempi. Si tratta di una spesa “imposta” perché tutti gli americani sono obbligati per legge ad assicurarsi contro le malattie e coloro che non hanno il reddito sufficiente sono sussidiati dal governo cioè dalle tasse imposte agli altri cittadini.

L’Obamacare si è guadagnata l’epiteto di “jobs killer” perché migliaia di piccole e medie aziende hanno dovuto rinunciare ad assumere lavoratori a tempo pieno, non potendo sobbarcarsi l’onere previdenziale che per legge è a loro carico. In compenso, la perdita di posti di lavoro in questo settore è stata compensata dalla creazione di quelli nella burocrazia federale, appositamente rinforzata per gestire la riforma stessa, sempre interamente pagata dai contribuenti americani. Ergo, il reddito dei contribuenti che doveva aumentare il PIL è diventato reddito del governo e delle assicurazioni.

E’, dicevamo, aumentata la spesa in beni di largo consumo (del 20% rispetto al trimestre precedente) ma quella in beni durevoli come case auto, elettrodomestici, computer ecc. che dovrebbe segnalare gli aumenti dei redditi, è invece diminuita. Ed è diminuita proprio perché l’aumento dei redditi reali non c’è stato.

Il secondo, vero, incremento del PIL è la spesa per la Difesa, balzata dal 0.9% del secondo trimestre al 9.9% del terzo.

Quindi, secondo il Dipartimento Commerciale e la stampa di regime, spendere in previdenza, carri armati e aerei da caccia significherebbe crescita economica.

Ovviamente i mercati, reagendo con i soliti riflessi pavloviani, hanno spinto per la prima volta il famoso indice azionario, Dow Jones, al massimo storico, sopra quota 18.000.

Perché sbandierare questa revisione trimestrale del PIL? Perché si tratta di tenere viva la finzione e l’illusione di una ripresa che non esiste. Naturalmente erano pure finzione anche i dati del secondo trimestre e di tutti i precedenti fino al 2009 da quando, cioè, gli USA hanno cominciato a “stimolare” l’economia. E’ una finzione che dura da anni, alimentata dalla politica “accomodante” della Federal Reserve, il tesoriere del governo americano.

Ma, manipolazione dei dati a parte, ciò che smentisce la finzione è il crollo dei prezzi delle materie prime industriali, in aperto contrasto con la presunta crescita: non solo è calato il prezzo del  petrolio (-47%), uno dei più rapidi e drammatici ribassi della storia, ma anche ferro (-49%), gas naturale (-30%) e rame (-15%). La caduta dell’indice delle materie prime (commodities) è ancora più pronunciata di quella del 2008, l’anno dell’inizio della crisi.

I prezzi delle commodities sono infatti un indicatore della crescita economica. Una vigorosa domanda di prodotti industriali e di consumo non è compatibile con un crollo dei prezzi delle materie prime così clamoroso.  Tuttavia il Chairman della FED, Janet Yellen nella conferenza stampa del 17 dicembre lo ha liquidato come transitorio. Ma il grafico (in fondo all’articolo) dell’indice dei prezzi delle materie prime non dà assolutamente l’impressione di essere transitorio.

Normalmente, poi, l’aumento dell’attività economica induce il rialzo dei tassi di interesse perché l’aumento della domanda di credito per investimenti e beni di consumo durevole fa aumentare il costo del denaro. Ma il tasso di interesse, il federal fund rate, (equivalente del libor) è prossimo allo zero e difficilmente la Yellen lo aumenterà come ha annunciato (questa aspettativa ha contribuito a alzare il valore del dollaro rispetto alle alter valute), anzi è probabile che, entro il primo semestre del 2015, lo riduca ancora non potendo l’economia americana, di fatto, tollerarne uno più alto. La maggior parte delle società quotate si sono indebitate a tassi irrisori e irrealistici e il 50% del PIL è sostenuto da tassi a zero. E tuttavia non cresce in termini reali.

I valori della borsa americana riflettono il boom del buyback cioè del riacquisto, da parte delle principali società quotate, di azioni proprie che riducendo il numero di quelle in circolazione ne ha aumentato il prezzo in modo fittizio. La FED ha dunque fornito liquidità gratuita, non per finanziare nuovi investimenti, ma per far riacquistare le azioni in circolazione.

E’ chiaro che la borsa ha quindi cessato di essere il barometro dell’economia dei tempi normali e riflette solo gli effetti speciali creati dagli interessi a zero, dai quantitative easing e dai deficit del governo. Altro che crescita del 5%. La struttura dell’economia americana assomiglia sempre di più a quella della Lehman Brothers del settembre 2008.

Qui occorrerebbe un approfondimento sulla assoluta inadeguatezza del PIL come misura della produzione della ricchezza e sulla sua idoneità, invece, alle manipolazioni di ogni tipo. Diremo, brevemente, che il PIL misura unicamente la spesa monetaria che non va solo a finanziare gli investimenti per accrescere la capacità produttiva dell’economia alimentandone la crescita netta, ma va a finanziare sopratutto deficit, sussidi e ogni sorta di spreco cosicché la sua crescita nominale maschera la voragine che spalanca ogni anno all’economia reale.

Un’ultima nota. La rivelazione della “ripresa” americana ha creato più entusiasmi in Italia che negli Stati Uniti. Un coro conformista ne ha celebrato il miracolo con i soliti banali commenti: pil che vola e borsa che brinda. E, ovviamente, elogi smisurati alla FED e a Obama, il quale, non essendo  stupido, ha evitato i toni trionfalistici che dati reali avrebbero giustificato. "I dati americani dimostrano che puntare su investimenti e crescita funziona.  “Ecco perché l'Europa deve cambiare'' ha commentato su twitter il presidente del Consiglio, Matteo Renzi subito dopo la diffusione della notizia. Come a dire: cosa aspetta la BCE ad aprire la danza monetaria? Poco male, Renzi non sa né come funziona l’economia italiana, né quella europea, figuriamoci l’americana. Il grave è che non si sia sentita una sola voce “tecnica” respingere la patacca diffusa dal WSJ, da Bloomberg e da ogni altra agenzia di stampa di regime. Che  nessuno non si sia peritato di verificare la plausibilità dei dati è allarmante. Purtroppo in un’era di interventismo statale e monetario tutto ciò che è informazione economica è disinformazione o deformazione dei fatti. E’ ormai impossibile fidarsi di qualsiasi notizia, statistica, indicatore, valutazione sulla realtà e salute del sistema economico da parte dei media. Tutti i dati macroeconomici e i valori sono sistematicamente falsati e manipolati per adattarsi agli scopi propagandistici dei governi e delle banche centrali. Questo è il motivo per cui le crisi scoppiano all’improvviso e senza preavviso. Non c’è mai nessuno che segnali in tempo l’arrivo dell’uragano.


GERARDO COCO

Economista e consulente industriale, laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari in Inghilterra. Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di New York, al Mit di Boston e alle Nazioni Unite. Fa parte del comitato scientifico dell’università popolare Unimeier di Milano dove tiene corsi di economia e finanza rivolti agli imprenditori.

 

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