GOVERNO | 13 Marzo 2019

Ma come si fa a dire no alla Tav?

La Tav è un'opera strategica che produce posti di lavoro, ma il governo tentenna tra dubbi e tatticismi. Salvini la vuole, Di Maio no. E intanto si dà il messaggio alle imprese e agli investitori che l'Italia non vuole crescere

di ROBERTO BETTINELLI

La strana coabitazione al governo di due forze profondamente diverse nei programmi e nei valori, come sono la Lega lepenista di Salvini e la sinistra populista del Movimento 5 Stelle, è entrata in una fase di crisi. La questione della Tav, come era naturale che fosse, ha spaccato l’equilibrio tra i due partiti che costituiscono la maggioranza che finora è riuscita a tenere nonostante le divergenze radicali che separano la proposta politica dei leader Salvini e Di Maio.

Certo, sulla Tav si è ricorso ad un trucco. Far partire i bandi senza però vincolarli a delle spese e degli ingaggi reali, rinviando tutto a dopo le elezioni europee, ha permesso di salvare l’esecutivo ma di fatto resta il problema di una visione sclerotica delle urgenze della nazione. Risulta palese e mortificante la contraddizione della sola nazione che in Europa non sta crescendo e che non vuole una infrastruttura come la Tav, capace di aumentare la competitività delle economie locali e di creare posti di lavoro.

Dal rinvio dei bandi escono sconfitti entrambi: Salvini e Di Maio. Il primo perché ha dato la sensazione di non tutelare sufficientemente le ragioni dei ceti produttivi del Nord davanti all’estremismo ambientalista dei 5 Stelle. L’altro perché la Tav, magari ridotta, alla fine si farà. Ma tra i due è sicuramente Di Maio a versare in una situazione di difficoltà. Le elezioni sarde, dopo quelle dell’Abruzzo e del Molise, hanno fatto registrare un drastico calo del consenso grillino che ora è atteso dalla sfida complessa delle europee di maggio. I 5 Stelle, dall’esperienza di governo con la Lega, stanno uscendo fortemente ridimensionati. D’altronde, sul campo, hanno dovuto lasciare molto promesse inattuate: dalla liquidazione dell’Ilva allo stop del gasdotto pugliese fino all’imbarazzo per i provvedimenti giudicati incomprensibili dalla base come il decreto sicurezza di Salvini.

La fragilità è accentuata dal lento recupero che il Pd sta avviando con i due partiti che ormai sono quasi alla pari nei sondaggi. Un fatto che dimostra come tanti elettori di sinistra in fuga dal Pd renziano siano ormai pronti a tornare in presenza di una strategia diversa, unionista e ideologicamente più organica come è appunto quella che sta dispiegando il nuovo segretario Zingaretti.

Di Maio non può cedere sulla Tav perché il via libera all’alta velocità Torino-Lione, che il Movimento 5 Stelle non ha mai appoggiato fino a farla diventare una sorta di battaglia-simbolo, verrebbe considerato come l’ennesimo fallimento della partecipazione al governo mentre le elezioni europee, per non tradursi in una debacle, necessitano di una vittoria immediata.

Salvini dal canto suo non può indietreggiare sulla Tav, ma incalzato da Di Maio, non ha reagito con la fermezza che avrebbero gradito gli imprenditori del Nord. L’infrastruttura rappresenta il segmento centrale del corridoio Mediterraneo che unisce l’intero sud Europa, dalla Spagna fino all’Ucraina. Il costo dell’opera è di 8,6 miliardi di euro con il 40% in capo alla Ue, il 35% all’Italia e il 25% alla Francia. Finora sono stati spesi 2,5 miliardi tra progetti e realizzazione del tunnel. Le sanzioni, qualora il governo rinunciasse all’opera, potrebbero superare il miliardo di euro. La partita è strategica e il governo italiano sta manifestando dubbi, perplessità e tatticismi che sanno tanto di vecchia politica. L’Italia non può farsi escludere dagli scambi continentali. Il saldo commerciale del paese è in attivo con la Francia e la UE rappresenta il grosso dell’export. La Tav serve alle imprese e ai lavoratori, a maggior ragione nello scenario di recessione che si sta inesorabilmente configurando e dove ogni fattore di competitività sarà decisivo per non perdere ulteriori quote di Pil.

Salvini lo sa bene, Di Maio anche ma ha una tesi opposta. L’esecutivo del cambiamento, come lo chiamano i suoi più autorevoli rappresentanti, sta tentennando e procede a rilento quando il paese chiede più investimenti e più competitività. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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