ORGOGLIO NAZIONALE | 12 Febbraio 2015

Ma l'Italia non è la Grecia

Tsipras al centro della scena politica. Rischio terremoto nell’eurozona o chance irripetibile contro l’austerity per paesi come il nostro? Sì al dibattito no ai parallelismi antistorici: la distanza che separa l'Italia dalla Grecia è abissale

di LUCA PIACENTINI

Siamo d’accordo: insieme alla crisi Ucraina, oggi il rischio default della Grecia è l’argomento più discusso. Nei corridoi del Parlamento europeo nessuno parla di Renzi, neppure tra i suoi eurodeputati. Si parla di Tsipras (non solo a sinistra), e della sua incredibile vittoria elettorale in Grecia. Anche se sottovoce, sono in molti tra gli oppositori dell’austerity a sperare che il leader di Syriza diventi la testa d’ariete in grado di intaccare il muro tedesco e ammorbidire la linea del rigore. 

Superato lo choc e il disorientamento politico di fronte alla scalata del potere che ha collocato il greco rampante al centro della scena europea, le analisi del voto sui giornali sono state rapidamente affiancate dai ritratti di colore sul fascino del neo premier e sul look del suo stravagante ministro delle Finanze Varoufakis (che, dice l’Economist, propone «exotic ways» per ristrutturare il debito). 

Sul piano economico, tutti si chiedono: cosa accadrà in Grecia? La troika (Bce, Commissione Ue, Fmi) riuscirà a fargli rispettare gli impegni? Pagherà i debiti? Quanto è verosimile una “Grexit” dall’Ue? L’Italia senza riforme rischia di fare la stessa fine? 

Okay, la Grecia è il tema del momento. La spirale della crisi, il commissariamento da parte delle istituzioni internazionali, lo spettro dell’uscita dall’euro. E va bene ricavare accademiche analogie di sistema, sempre che gli addetti ai lavori ne traggano suggerimenti per decidere meglio in futuro. 

Ma gli stretti parallelismi con l’Italia non ci stanno. Perché rischiano di alimentare un’immagine distorta della realtà. Non basta infatti il monumentale debito pubblico del bel paese per metterlo sullo stesso piano della Grecia nelle analisi di economia politica, né sono sufficienti i paragoni (pure frequenti) tra tassi di crescita evidenziati negli ultimi anni dalle istituzioni internazionali, che hanno spesso insistito su livelli più bassi dell’economica italiana. Allo stesso modo sarebbe sbagliato promuovere presso l'opinione pubblica l’automatismo della coppia Grecia-Italia, favorendo la percezione di un concreto destino comune dei due paesi. 

Una distanza siderale separa infatti Roma e Atene. Sotto il profilo storico-istituzionale, culturale ed economico. 

Nella storia recente dell'Europa, a marcare la lontananza basterebbe solo ricordare che l’Italia è tra i fondatori (De Gasperi è uno dei padri, mentre un trattato chiave è stato siglato nel 1957 proprio nella capitale), mentre la Grecia è entrata nella comunità europea solo nel 1981, quasi 25 anni dopo. Ed era il paese più povero della CE a 15 membri, uscito da pochi anni dalla dittatura dei colonnelli. 

Fattori culturali e industriali, poi, fanno dell’Italia un caso unico in assoluto: il genio e l’arte, le eccellenze del «made in», le conoscenze tecnologiche riconosciute in tutto il mondo, la capacità della piccola e media impresa di inventare ciò di cui le multinazionali non possono fare a meno. 

Volendo fare un confronto sui numeri e rimanendo all’ambito economico, però, la differenza tra Italia e Grecia è impressionante. Pil e reddito procapite non sono neppure lontanamente avvicinabili. Prendendo in esame dati consolidati riferiti al dicembre 2009 (fonte Eurostat), il Pil della Grecia è pari a 261,400 miliardi di euro, mentre quello dell’Italia è 1.404, 270 miliardi, il quarto nella classifica europea. 

Nessuno dimentica la crisi o pretende di dipingere la nostra situazione a tinte rosa. Sappiamo che la disoccupazione è a livelli altissimi, quella giovanile a tassi sconvolgenti e la crescita solo teorica. Ma le distinzioni sono fondamentali per evitare di concepire un mondo inesistente. E su valutazioni distorte, prendere decisioni sbagliate. 

Nonostante la cattiva politica e il livello di corruzione, poi, in Italia non è mai accaduto che lo Stato, come invece si è verificato in Grecia, “truccasse i conti” «e di molto – per rientrare nei parametri previsti dal Trattato di Maastricht - scrive il Post raccontando la crisi di Atene - e di conseguenza per entrare nell’euro, valuta che ha adottato nel 2001» 

«I greci non lo avrebbero mai detto, guardando ai libri regolarmente falsificati della finanza pubblica - scrive Federico Fubini su Repubblica - Il Paese era entrato nell'euro nel 2001 ma non aveva mai davvero rispettato il requisito di un deficit pubblico entro il 3% del Pil. Nel 2009 aveva dichiarato un disavanzo al 6%, eppure le successive revisioni lo hanno fissato al 15,2% del Pil. Com'è stato possibile? Per chi lavorava nell'istituto statistico di Atene, era considerato anti-patriottico pubblicare dati veritieri. Per decenni il Paese aveva conosciuto una lunga fuga dalla realtà fondata su uno scambio: gli elettori ricevevano posti di lavoro pubblici e i politici ricevevano i voti loro e dei loro familiari. Il resto non contava».

L’elenco delle citazioni potrebbe continuare. Ma mi fermo qui. Sperando che almeno un messaggio sia chiaro: salviamo Atene dalla bancarotta e aiutiamo la Grecia, ma continuiamo credere nel nostro paese. E’ un grande paese, la storia (e non solo) lo dimostra. Alziamo il tiro e nutriamo la dignità: solo così troveremo la strada per uscire da questo periodo nero e contribuiremo davvero alla ripartenza dell’Italia.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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