IL VOTO IN FRANCIA | 09 Maggio 2017

Macron è solo marketing politico?

Il passato da socialista e il rapporto con Hollande, il ruolo da ministro e l’improvvisa discesa in campo come indipendente. I dubbi sull’ultra rapida parabola del giovane Macron: l'ultima spiaggia dei progressisti?

di LUCA PIACENTINI

Il neo eletto presidente della Francia Emmanuel Macron viene definito «di centro». Lui sostiene di non essere né di destra né di sinistra. È proprio così? È sufficiente prendere le distanze verbalmente dalle tradizioni storiche del paese, con uno stile comunicativo gagliardo e rinnovato, condito dai soliti appelli generici alla speranza, all’unità dell’Europa e dei francesi, per accreditare la propria sostanza politica? 

La formazione di Macron è quella del perfetto funzionario di stato. Con una carriera da banchiere che critici e lepenisti considerano una sorta di peccato originale dal marchio indelebile «dell'establishment». 

Guardando alla sua storia politica, invece, balza all’occhio la militanza giovanile nella principale formazione della sinistra d’oltralpe. Non è poi così vero, quindi, che il nuovo inquilino dell'Eliseo non è un prodotto dei partiti tradizionali. E se ha deciso di staccarsene, perlomeno occorrerebbe parlare di ‘parricidio politico’ visto che, almeno dal 2006 al 2009 - non proprio un paio di giorni, dato che si parla di tre anni - è stato iscritto e insieme attivo nel Partito Socialista francese. 

Nel 2011 scende in campo esponendosi pubblicamente alle primarie per quell’Hollande di cui diventerà, una volta quest’ultimo all’Eliseo, consigliere personale. Tra il 2014 e il 2016 è ministro dell’Economia. 

Il resto è storia recente. Candidatura e vittoria. In mezzo, un Fillon dato inizialmente per favorito ma travolto dal ‘penelope gate’. La domanda è: Macron avrebbe vinto ugualmente, se il candidato repubblicano non fosse stato azzoppato?

Perché Macron ha lasciato la carica di ministro? Proprio per partecipare alla corsa verso l'Eliseo. Nonostante la candidatura da indipendente, le apparenti prese di distanza rispetto al passato e alle scelte della sinistra, nonostante il rifiuto di partecipare alle primarie socialiste (facile, visto il consenso ai minimi storici di Hollande), alla luce del suo percorso personale, della rapidità con cui è nato il movimento «En Marche» - un elemento che lo fa somigliare più ad un’operazione di marketing politico che ad un movimento radicato nel territorio - il dubbio è legittimo: il 39enne prodigio è davvero la discontinuità? Un interrogativo tanto più naturale, se si guarda in casa socialista, dove sembra iniziata la gara a salire sul carro del vincitore, visto che l’ex premier Valls ha annunciato la candidatura alle politiche di giugno proprio col movimento di Macron. 

Anche tra coloro che criticano il nuovo presidente si tende a sospendere il giudizio in merito alla politica economica, in quanto il neo presidente si presenta come riformista e difensore del libero mercato, aperto ad alcune istanze liberali. Certo, da ministro un provvedimento in questa direzione lo aveva proposto, suscitando polemiche. Ma per varie ragioni non se n’è fatto nulla, e il liberismo di Macron è ancora tutto da verificare. 

Di certo è un presidente di minoranza con il peggiore biglietto da visita in termini di legittimazione popolare della storia recente di Francia, che ha preso 20 milioni di voti ma non è stato scelto né dai 10 milioni di francesi pro Le Pen, né dai circa 15 milioni rimasti a casa o che hanno infilato nell’urna una scheda bianca. 

In ogni caso, la narrazione macroniana del superamento di destra e sinistra alla luce di quella che sarebbe la nuova ed esclusiva contrapposizione tra apertura e chiusura, tra globalismo e protezionismo, oltre a non essere vera perché di fatto le politiche economiche sulla linea sinistra-destra si distinguono sempre tra più o meno stato nell'economia, è irresponsabile in quanto toglie all'elettorato, soprattutto di centrodestra, un'opzione reale di voto.

Questa esplicitazione della frattura apertura-chiusura come unica ed esclusiva sembra infatti una manovra che potremmo definire culturalmente trasformista. E’ la preferita dai giovani progressisti con un passato di sinistra, che amano snobbare in pubblico le vecchie categorie partitiche per intercettare il voto di centro e centrodestra ma propongono ricette generiche e un po’ confuse - che vorrebbero essere liberiste ma garantendo protezione sociale - senza però indicare né coperture economiche né modalità concrete. In questo modo, però, da un lato alimentano il sospetto di chi vuole vedere i fatti e non si lascia abbindolare facilmente dalla presunto rinnovamento della politica e, dall’altro, rischiano di tradire promosse troppo alte, rinfocolando gli estremismi e i cosiddetti populismi. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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