TERRITORIO | 04 Agosto 2015

Macroregione Alpina: un’opportunità per l’Italia e l’UE

Se ne è parlato poco eppure si tratta di un evento che potrebbe recare enormi vantaggi al tessuto imprenditoriale del nord Italia. Il professor Stefano B. Galli, consigliere regionale della Lombardia, ci spiega il perché

di RICCARDO CHIARI

È passata quasi sotto silenzio la notizia del riconoscimento, ufficializzato lo scorso martedì 28 luglio da parte dell’Unione Europea, della macroregione alpina. Pochi giornali ne hanno dato il giusto risalto. Una sordina che ha impedito ai più di cogliere il grande valore, in termini di opportunità economica e di sviluppo, che tale atto rappresenta per il nostro Paese e per lo stesso continente. Si parla infatti di una delle regioni più ricche del mondo in grado, se posta nelle giuste condizioni, di interpretare un ruolo chiave per il rilancio economico dell’UE e di accelerarne l’auspicabile definitiva uscita dalla crisi.

Sono 46 le regioni (di 7 diversi Stati europei) che avranno la possibilità di dialogare in filo diretto con Bruxelles al fine di ottenere finanziamenti e sostegni mirati al proprio sviluppo infrastrutturale, ambientale ed economico, con evidenti vantaggi anche per i Paesi cui appartengono. Di queste ben sette sono italiane e rappresentano l’area più popolosa (nonché una delle più ricche) dell’intera macroregione. Abbiamo chiesto al prof. Stefano Bruno Galli, consigliere della Regione Lombardia, politologo e autore di un libro interente al tema della macroregione alpina, alcuni chiarimenti in merito a quest’importante novità.

L’idea di una politica comune fra i Paesi dell’Europa Alpina non è del tutto nuova. Che significato ha il via libera dell’UE?

«In effetti si discute da molto tempo della creazione di una macroregione alpina, sebbene solo negli ultimi due anni si siano compiuti i passi più importanti. Con l’accordo di Grenoble, dell’ottobre 2013, in base al quale i rappresentati di 46 regioni e di sette nazioni europee hanno posto le basi di una collaborazione atta ad individuare tematiche e problematiche comuni all’area geografica alpina, si è avuta una prima significativa svolta in favore della creazione di una strategia economica condivisa. A inizio dicembre 2014 si è poi tenuto, a Milano, un importante convegno fra i governatori delle regioni interessate al fine di mettere a punto un piano d’azione definitivo da presentare all’Unione Europea. Le principali direttrici tracciate riguardano le infrastrutture, l’economia e l’ambiente. L’approvazione di martedì 28 luglio 2015, da parte della Commissione UE, rappresenta un evento di grande rilievo in quanto consentirà di mettere pienamente a regime le strategie economiche della macroregione. Se prima infatti queste risiedevano solo nella volontà delle regioni che vi hanno aderito, oggi è l’Europa stessa a riconoscerne l’importanza e a promuoverne lo sviluppo».

Si tratta quindi di un nuovo soggetto che interagirà con il Parlamento Europeo?

«Occorre prestare attenzione a come definire correttamente la macroregione. Il termine “soggetto” nella nostra percezione culturale viene sempre inteso come qualcosa di istituzionale. La macroregione alpina, benché per certi versi sia un “soggetto”, è da intendersi piuttosto come una strategia condivisa. È dal 2006, quindi quasi da un decennio, che l’Unione Europea ragiona in termini di strategia su base macroregionale. Ad oggi le tre strategie macroregionali già in essere sono quella dei Paesi Baltici, la Transdanubiana e quella Adriatico-Ionica. Le particolarità della macroregione alpina sono due. In primo luogo è la prima strategia non elaborata né eteroguidata, per così dire, dall’Unione Europea, ma nata come esigenza condivisa delle varie comunità regionali alpine. Inoltre si tratta di una macroarea che prende in considerazione la Svizzera e il Liechtenstein, che sono Paesi extracomunitari».

Questo è infatti un elemento che balza all’occhio. Si deve leggere come un avvicinamento della Svizzera all’UE?

«Diciamo che viene rafforzato il suo ruolo di partner con l’Unione Europea. Già da tempo esistono accordi bilaterali di collaborazione fra la Confederazione Elvetica e l’UE. Un’intesa che verrà senz’altro potenziata in funzione della strategia macroregionale alpina. D’altra parte è pressoché impossibile concepire una macroregione di questo tipo senza tener conto del ruolo della Svizzera, ossia di una nazione che ne occupa il centro geografico. Ad ogni modo gli svizzeri stessi vedono di buon occhio questa novità. Per fare un piccolo esempio, a ottobre 2014 venne pubblicato il mio libro Il Nord e la MacroRegione Alpina per i tipi Guerini&Associati, e riscosse molto successo e manifestazioni di vivo interesse da parte della clientela svizzera».

Che tipo di rappresentanza avrà la macroregione alpina?

«Anche in questo caso bisogna ragionare in termini non propriamente politici. La macroregione non comporta la creazione di nuove istituzioni né di una nuova legislazione né di fondi propri. Questi tre “no” sono da tener ben presenti onde evitare fraintendimenti. Non si tratta né di secessioni né di aree a statuto speciale. Ad ogni modo i referenti saranno i leader delle 46 regioni interessate. Poi, chiaramente, quando la macroregione sarà approvata anche dal Consiglio Europeo, si tratterà di stabilire dei coordinamenti interni da parte di ogni Stato interessato».

Quali sono dunque i vantaggi derivanti dalla creazione di questa macroregione?

«Il principale beneficio consisterà nel fatto che le regioni interessate potranno contrattare direttamente con Bruxelles l’impiego dei fondi europei senza avere come intermediari i loro rispettivi governi centrali. Ciò significherà molto in termini di snellimento procedurale e di maggiore attenzione al territorio nella realizzazione di interventi strutturali. Si consideri che in gioco è il futuro della regione più ricca del Continente e di una delle aree più prospere del mondo, un territorio che ospita circa 76 milioni di abitanti e che rappresenta il 40% del settore manifatturiero in Europa».

Si ha già un’idea dei principali interventi che riguarderanno l’area in questione?

«Saranno molti, a cominciare dall’individuazione di politiche coordinate sul tema dell’occupazione giovanile. Sicuramente si interverrà per un netto miglioramento delle infrastrutture e dei trasporti nell’area alpina. Credo che la macroregione alpina abbia le carte in regola per rappresentare un ottimo esempio di politica del futuro. Ragionare per macroaree con problemi condivisi può essere una delle migliori chiavi per il rilancio dell’intera Unione Europea che, in questi ultimi tempi, sta riscontrando non pochi problemi con i singoli stati membri; basta considerare quanto avvenuto con la Grecia. Le politiche macroregionali invece possono preludere alla fondazione di un’Europa delle Regioni, capace cioè di dialogare più capillarmente con il territorio e di liberarsi delle proprie zavorre burocratiche. Questa macroregione può rappresentare un esempio virtuoso su cui rifondare il programma politico dell’intera Unione». 

E per quanto concerne l’Italia? 

«Direi che anche e soprattutto per il nostro Paese la creazione della macroregione alpina rappresenta un’importantissima opportunità di sviluppo e di rilancio economico sotto svariati aspetti. A cominciare dalle regioni coinvolte: Piemonte, Val D’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Queste rappresentano la zona più ricca e produttiva d’Italia. Un’area la quale necessita di urgenti cambiamenti strutturali che porteranno benefici all’intero Paese. La Lombardia rappresenta da sola quasi il 22% del Pil nazionale. Nel quadrilatero formato dalle città di Piacenza, Bergamo, Verona e Bologna si produce circa il 75% del manifatturiero italiano. Basta percorrere il primo tratto dell’autostrada A1, da Milano a Bologna, per rendersi conto dell’impressionante numero di aziende presenti. Ora, se si pensa che quest’area è collegata via terra al resto d’Europa soltanto dai trafori del Frejus, del Sempione, del Brennero e da pochi altri valichi, si può facilmente capire quanto nuove infrastrutture siano di vitale importanza per la nostra economia. Con questo non dico si debbano ridurre le Alpi a una specie di gruviera, ma di certo occorre rendere più agevoli i collegamenti fra il nostro Paese e il resto del Continente. Inoltre dobbiamo tener presente il vantaggio derivato dalla nostra posizione geografica».

Quale?   

«Se si considerano le Alpi in una prospettiva che va da nord a sud si può vedere come queste siano divise fra diverse nazioni. Viceversa, se le vediamo da sud a nord, ci accorgiamo che l’Italia copre tutto l’arco alpino. Questo significa che gli interventi infrastrutturali che verranno finanziati in favore della macroregione porteranno quasi sempre dei benefici anche per il nostro Paese. Questo è un altro grande valore aggiunto che la creazione della macroregione alpina recherà all’Italia». 

Per il mondo imprenditoriale ci saranno vantaggi?

«Non ci saranno chiaramente benefici di natura fiscale, poiché quelli dipendono dai governi centrali, ma è probabile che vengano attuati diversi interventi economici a sostegno delle piccole e medie imprese attraverso bandi e finanziamenti di varia natura. Inoltre, come già detto, lo snellimento delle vie d’accesso all’Europa farà da volano per il sistema delle piccole imprese che rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nord Italia. Altri importanti interventi in tal senso verranno attuati per potenziare l’occupazione giovanile attraverso politiche comuni in tutta la macroregione. I vantaggi per l’Italia, per i giovani, per le nostre imprese e per la stessa Unione Europea sono davvero numerosi. Mi auguro che il nostro Paese colga l’enorme importanza di questa opportunità e attui politiche che ci rendano in grado di poterla sfruttare al meglio».


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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