PROVE INVALSI | 14 Maggio 2015

'Mala educación': a scuola di irresponsabilità

Il boicottaggio delle prove Invalsi, andato in scena nei giorni scorsi, è parte di un rifiuto più grande: non si accetta di guardarsi allo specchio, si rifiuta di assumersi responsabilità. Questo è ciò che alcuni docenti insegnano tra i banchi

di GIOVANNI COMINELLI

Se un quarto degli studenti delle superiori ha boicottato le prove INVALSI del 2015, dopo quasi un decennio di somministrazione delle prove, questo significa che nella scuola si sta arrivando, così come in altri campi della vita civile e istituzionale del Paese, a una sorta di redde rationem.

Lo sciopero del 5 maggio indetto dai sindacati è stato “politico”, perché la posta in gioco non erano le rivendicazioni salariali, ma il potere e le responsabilità nel sistema scolastico e all’interno di ogni scuola. Al modello centralistico-burocratico, tipico della tradizione da Gabrio Casati a Giovanni Gentile, subentrò, nei primi anni ’70, grazie ai Decreti delegati (1973-74), un modello assemblearistico, nel quale il preside continuava a mantenere formalmente la testa della catena di comando, ma, in realtà, era ed è il Collegio dei docenti a prendere le decisioni o, per peggio dire, a paralizzarle. Un Collegio opportunamente egemonizzato da sigle politiche e sindacali, nel quale tutti gridano e nessuno prende decisioni. Le scelte sono da sempre rinviate agli automatismi burocratici attivati dalle circolari.

Il campo di battaglia è ben visibile. I sindacati storici, la sinistra radicale e i sindacatini corporativi – ma chi non è corporativo, ormai? – hanno coinvolto nello scontro anche le trincee più lontane, quale è quella dell’INVALSI. Cosa c’è di più estraneo allo scontro politico-sindacale della problematica della misurazione del livello di preparazione dei ragazzi? Tutti dovrebbero essere interessati a tale accertamento: gli studenti, le famiglie, gli insegnanti, i dirigenti, il Ministero, l’intero Paese. Le prove INVALSI non sono un giudizio di Dio, sono una raccolta di informazioni da elaborare, in vista di misure di miglioramento. Eppure...

Se i ragazzi si estraniano, più al Centro-Sud che al Nord, ciò significa che hanno la copertura ideologica per boicottare. La quale si avvale di uno strumento molto semplice, a portata di mano: l’ostilità degli insegnanti e l’indifferenza dei dirigenti. Se le prove sono presentate come inutili e, persino, dannose, è ovvio che qualche ragazzo sia indotto a pensare che quel giorno si può stare fuori dalla scuola.

Il tutto rimanda, pertanto, alle ragioni dell’ostilità o dell’indifferenza. Quelle sono note, fin dai primordi dell’avventura dell’INVALSI. Non si accetta semplicemente di guardarsi allo specchio, si rifiuta di assumersi responsabilità. E’ il principio di negazione della realtà. E’ questo, d’altronde, il messaggio distruttivo di “mala educación” che queste scelte politico-sindacali trasmettono ai ragazzi: nessuno deve rispondere al mondo, è il mondo che deve render conto a noi. E’ il messaggio dell’irresponsabilità e del narcisismo.

Occorre dire che la maggioranza dei docenti a poco a poco ha fatto amicizia con le prove INVALSI. Con diverse gradazioni. In molte scuole vengono somministrati i test, ma non si opera alcuna riflessione sul ritorno dei risultati. Giacimenti di dati restano sepolti nelle segreterie didattiche, né i dirigenti né, tampoco, gli insegnanti si preoccupano di organizzare una riflessione sui risultati. Con ciò le somministrazioni non sono boicottate formalmente, ma sono rese inutili a posteriori. Il dirigente è in pace con la propria coscienza burocratica, ma assolutamente “in peccato mortale” per quanto riguarda i suoi doveri di leader educativo.

Tutta colpa delle scuole? In realtà anche i Ministri e i Ministeri hanno le loro. Avendo rifiutato di rendere la somministrazione delle prove obbligatoria almeno quanto scrutini ed esami, perché l’Amministrazione ministeriale ha essa stessa boicottato a lungo l’INVALSI, cercando di assorbirlo e di metterlo sotto controllo, il risultato è che le prove conservano ancora un’aura di volontariato. Perciò non sono previste sanzioni per chi le boicotta, per chi pratica massicciamente il cheating (gli insegnanti che lasciano copiare o rispondono ai test al posto dei ragazzi; ad Agrigento ha raggiunto il 66% delle risposte!), per chi non analizza pubblicamente i risultati. Dunque: occorre un mix di moral suasion e legal coercion. 


GIOVANNI COMINELLI

Laurea in filosofia. Già membro dell’Invalsi e dell’Indire. Scrive di politica e di scuola.
Ha pubblicato: La caduta del vento leggero - Autobiografia di una generazione che voleva cambiare il mondo (2007) e La scuola è finita, forse (2009).

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.