L'OSSESSIONE DEI POLITICI | 20 Aprile 2015

Malati di (nuove) leggi

La politica e l’impulso irresistibile di produrre norme, che trasforma in un incubo la vita di cittadini e imprenditori. Il dato clamoroso: ogni giorno 21 pagine di nuove leggi. L'imperativo liberale: semplificare

di LUCA PIACENTINI

Ogni giorno in Italia si scrivono 21 pagine di nuove leggi. La notizia è incredibile, la riporta il Sole 24 ore citando il Rapporto sull'attività legislativa della Camera dei deputati nel 2014: "Se tutti insieme (leggi, decreti legge, decreti legislativi e leggi regionali approvati nel 2014) venissero raccolti in un unico libro - scrive il quotidiano economico finanziario - il testo complessivo sarebbe composto da oltre 14,2 milioni di caratteri battuti su carta, articolati in migliaia di commi e articoli". Impressionante. 

Il dato suscita clamore, ma a ben vedere non é altro che la conferma di un vizio storico della politica italiana. Che non è orientata anzitutto alla soluzione dei problemi, all'elaborazione di linee di intervento sulla base di dati e analisi scientifiche in cerca dei mezzi migliori per raggiungere determinati fini, con l'attenzione - nei paesi anglosassoni ossessiva - alla verifica dei risultati, ma è storicamente monopolizzata dalle discipline giuridiche, all’ombra delle quali eletti e partiti cercano di intercettare il consenso dei cittadini mostrando i muscoli dello Stato attraverso l’ennesimo provvedimento legislativo di volta in volta presentato come necessario o come la rivoluzione che mancava all'Italia. 

Un caso emblematico è la legge sulle unioni civili portata avanti dal Partito Democratico. L'ambito del diritto di famiglia è super regolato, codici e regole non mancano. L'ultima cosa che serve è una nuova legge. Basterebbe analizzare l'effettiva applicabilità delle norme esistenti, promuovendone un utilizzo facile, senza intaccare o mettere in discussione i valori fondanti della Repubblica italiana, come suggerisce il comitato “Sì alla famiglia” proponendo un testo unico che ordini i codici esistenti e sollecitando il Parlamento ad evitare l’ennesimo intervento legislativo, che in questo caso sarebbe per lo più ideologico e strumentale. 

Altro esempio in cui legiferare troppo ha conseguenze nefaste è la corruzione. Lo ha evidenziato a più riprese Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, richiamando Tacito: «Corruptissima re publica, plurimae leges. Più la repubblica è corrotta, più promulga nuove leggi». In una recente intervista sull’inchiesta dei grandi appalti il magistrato ha sottolineato «che il Parlamento deve ridurre le leggi, le deve semplificare, rendere più chiare e trasparenti, in modo che chi partecipa ad una gara pubblica sappia a quali autorità, a quali porte, deve bussare».

In Italia l'approccio ai problemi di “public policy” è monopolizzato dalla sfera giuridica, dall'idea secondo la quale un intervento di politica pubblica coinciderebbe con una nuova legge.

Senza strumentalizzare il dato, si tratta di un tarlo politico presente anche nell'attuale governo Renzi, dove non solo si invocano nuove leggi, ma le si inseriscono in un contenitore comunicativo che ha anche l'obiettivo di renderle accattivanti, presentandole come necessarie agli occhi del pubblico. In questo modo, però, se da un lato si intercetta il consenso degli elettori e di certo si fanno gli interessi dei partiti che compongono la maggioranza, dall'altro lato non è scontato che si faccia il bene del paese. 

Sullo sfondo c'è l'altra grande caratteristica della vita pubblica italiana, segnata dalla centralità del potere nella sua declinazione ideologica e statalista. La politica non sarebbe anzitutto la soluzione di problemi che nascono dalla vita sociale, difficoltà originate dall'essere in relazione con soggetti portatori di altri interessi, questioni che vengono affrontate dall'iniziativa privata e solo in seconda istanza, laddove inevitabile, dallo stato; l'ottica di chi pone al centro leggi e apparati fa coincidere invece l’iniziativa pubblica con quella statale, in una visione aberrante che deforma anche l'approccio dell'opinione pubblica ai temi più importanti della vita sociale. 

È questa sopravvalutazione del ruolo dello stato che genera aspettative enormi nei confronti dei governi, siano essi statali, regionali o locali, favorendo la schizofrenia dell'elettore-cittadino medio, che oscilla tra l'attenzione morbosa per tutto ciò che dicono politici e rappresentanti di governo e l'antipolitica populista che disprezza i partiti, identificandoli con l'immagine dell'inefficienza e della corruzione, alimentata dalle notizie delle inchieste giudiziarie, dell'inesorabile aumento della pressione fiscale, del peggioramento della situazione economica del paese. 

E’ la grande lezione dei “public studies”, per i quali una buona politica non coincide per forza con la mobilitazione degli apparati pubblici. Un'ottima politica può benissimo partire da un arretramento dello stato, al limite da un 'non fare’ con l’obiettivo di semplificare procedure ed efficientare il sistema, valorizzare l’azione di altri soggetti “pubblici” quali famiglia, associazioni e istituzioni religiose, piuttosto che da un 'fare a tutti i costi’ che aumenta leggi e controlli nell’illusione di risolvere i problemi pratici, reprimere automaticamente i reati e innalzare la qualità morale della vita pubblica italiana.   

Il rischio dell’iper attivismo legislativo è di rendere marginale il cittadino, puntare i riflettori della scena pubblica esclusivamente sulla classe dirigente di turno, che invece di mettere al centro i bisogni della società, di fatto sfrutta la propria temporanea posizione di comando per accrescere la burocrazia e complicare la vita di tutti.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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