LA SFIDA SUICIDA | 04 Maggio 2016

Marchini o Meloni, uno dei due rinunci

La pensano nello stesso modo su rom e Islam, pescano nello stesso bacino elettorale, entrambi sono contro Renzi. Eppure Alfio Marchini e Giorgia Meloni hanno ingaggiato una sfida suicida. Uno dei due deve lasciare. Non farlo è da irresponsabili

di ROBERTO BETTINELLI

Può essere Alfio Marchini come Giorgia Meloni, ma uno dei due deve rassegnarsi a perdere. O perderanno entrambi.

La Meloni prosegue nella sua corsa solitaria, forte di un radicamento nella capitale che le deriva dalla sua lunga militanza nel campo della destra e da un prestigio personale che ha saputo conquistarsi come leader fondatrice di Fratelli d’Italia. 

Dal canto suo Alfio Marchini è soltanto grazie al recente contributo di Forza Italia che ha fatto un balzo arrivando al 20%. Al fianco della Meloni e di Giachetti del Pd mentre Virginia Raggi del Movimento 5 Stelle è saldamente in testa con il 29%. 

Dagli azzurri che hanno schierato Alessandra Mussolini come capolista e dal sostegno di Storace che porta in dote voti preziosissimi, Marchini ha ricavato un blocco di adesioni che, dopo il passo indietro di Bertolaso fortemente caldeggiato da Silvio Berlusconi, ha rilanciato una campagna elettorale altrmenti destinata ad arenarsi a breve. 

Un aiuto provvidenziale che, però, fa di Marchini non più l’uomo svincolato dai partiti. Un’immagine, questa, che viene celebrata nello slogan scelto che campeggia insieme al suo volto sui manifesti elettorali: «Liberi dai partiti». Una scelta in sintonia con i tempi in cui spopola l’antipolitica, soprattutto a Roma dove prima il centrodestra di Alemanno e poi il centrosinistra di Marino hanno profondamente deluso, ma che non fotografa più la realtà. Insistere su questa strada, per Marchini, sarebbe ipocrita e controproducente. Tanto più che i politici senza partito, a maggior ragione se corrono per la conquista della capitale, o sono imprenditori di straordinario successo come Silvio Berlusconi e possono contare su mezzi al di fuori del comune oppure è davvero difficile che riescano ad emergere contro le sigle più famigliari per l’elettorato. 

L’ingegnere ex campione di Polo, rampollo della famiglia di costruttori romani vicini al Pci, non è il solo ad aver tentato e fallito. Anche Corrado Passera, già amministratore delegato di Poste e Intesa San Paolo, ha provato a cimentarsi nell’agone politico con la maglia dell’outsider. La piazza era Milano, non Roma, ma è stato costretto a rinunciare a favore di Stefano Parisi che, non a caso, ha potuto precederlo grazie al fatto che aveva e ha dietro di sé il centrodestra compatto: Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia. 

I politici che rivendicano un’identità fuori dal coro, se non addirittura ostile verso le rappresentanze tradizionali, non è detto che siano poi così utili nel quadro generale. L’accento sull’indipendenza e sul localismo li tiene lontani dai progetti nazionali che possono incarnarsi soltanto in partiti organizzati, stabili, capaci di presentare liste dal Nord al Sud Italia. Gli unici che, alla fine, possono ambire a guidare il Paese. 

Nell’ambito dei contenuti Marchini e Meloni hanno già fatto diverse uscite che ne accertano la sostanziale sovrapposizione. Sul tema dei campi rom, in merito al quale Guido Bertolaso si era espresso con un’ingenuità sconfortante suscitando l’ira più che legittima del segretario della Lega Nord Salvini, entrambi hanno dichiarato che le piazzole di sosta potranno essere solo temporanee. I rom, quindi, dovranno andarsene. E ci arriverà in futuro potrà restare per un periodo di tempo limitato. 

Il centrista Marchini, sul quale fin dall’inizio hanno trovato convergenza i voti del Nuovo Centrodestra e dei ‘casiniani’ di Area Popolare, la pensa esattamente come la destrorsa Meloni. Basta con i «villaggi attrezzati» scaturiti dalle aree di sosta permanenti e linea dura sulla sicurezza. Identica sintonia sulle moschee che, sia per Marchini sia per la Meloni, devono limitarsi ale 14 che esistono attualmente mentre «le 100 non autorizzate» devono sparire il prima possibile. Nè si potrà costruirne altre. 

Il segnale sui rom e Islam è molto importante ed evidenzia come in fondo Marchini, finalmente responsabilizzato da un corretto e inevitabile posizionamento partitico, e la Meloni, portatrice di una fiera e netta appartenenza culturale al mondo della destra, pescano nello stesso bacino elettorale. 

La loro azione strategica si muove in direzioni opposte ma il terreno è il medesimo. Marchini presidia il centro, è più flessibile a sinistra ma deve riuscire nel compito di non perdere il sostegno dell’elettorato che sta alla sua destra. La Meloni, per trionfare, deve comportarsi in modo opposto ossia puntare dall’estremità verso il punto di mezzo. 

Si tratta di uno spettro politico che, nonostante i tentativi di annacquare il bipolarismo da parte di Renzi, esprime ancora l'assetto contrapposto della seconda repubblica. Un blocco di destra, variegato ed esteso, che si contrappone ad un blocco di sinistra, altrettanto variegato ed esteso. La variante è la presenza di un terzo polo, il Movimento 5 Stelle, che prima non c’era e che ora è in grado di accaparrarsi quasi un terzo degli elettori. 

In questo scenario Marchini e Meloni figurano come attori dello stesso campo: uno con sfumature più centriste e l’altra con un profilo più accentuato. Correndo l’uno contro l’altro si indeboliscono a vicenda con il risultato che a vincere saranno, molto probabilmente, gli avversari: il Pd di Renzi o Grillo. 

Uno scenario, questo, che vale per Roma e per tutti gli appuntamenti nazionali, compresi quelli delle politiche che, se Renzi vincerà il referendum istituzionale, non cadranno prima del 2018. Il centrodestra unito batte tutti mentre il centrodestra diviso perde contro tutti. O quasi tutti. Non ha importanza chi guiderà l'assalto finale. Gianni Alemanno ha dimostrato che un uomo convintamente di destra può vincere a Roma purché abbia con sé i moderati. Al tempo stesso il moderatissimo Stefano Parisi, in corsa a Milano contro Sala, sta dimostrando che anche da una posizione di enorme svantaggio si può recuperare solo con l’appoggio di Lega e Fratelli d’Italia. 

Non accettare questo dato di fatto è da irresponsabili. Certo, il ‘ritiro’ potrebbe avvenire naturalmente al ballottaggio qualora uno dei due passasse al secondo turno e l'altro no. Ma, dopo i rancori e gli assalti di una campagna violentissima alle spalle, potrebbe essere troppo tardi.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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