ROMA E IL PD | 22 Giugno 2015

«Marino da rottamare, ma se ne vada anche Renzi»

Roma, il Comune travolto dagli scandali. Renzi spinge per le dimissioni di Marino ma dimentica il disfacimento del Pd: un partito di sezioni fantasma, clientele e indagati. Chi dovrebbe lasciare è lui

di ROBERTO BETTINELLI

Renzi tenta di mettere il cappello sulle dimissioni del sindaco di Roma Ignazio Marino. Nulla di strano. Con il fiuto comunicativo e il cinismo che gli sono propri, ha intuito che può ricavarci qualcosa di buono dalle disgrazie dell’amministrazione romana a trazione  Pd. Senza farsi troppi problemi per la solidarietà di partito, ha suggerito le dimissioni del primo cittadino. «Fossi in lui non starei tranquillo» ha detto. Il lessico non è casuale. Tutti ricordano la fine che ha fatto Enrico Letta. 

Ma si tratta di un passo falso. Non è possibile affondare Marino senza riconoscere che il vero colpevole dell’agonia in cui versa oggi la capitale è il Pd. Il partito che governa la città e che, guarda caso, dipende proprio da Matteo Renzi. E’ lui, infatti, il segretario. E' lui il più alto in grado nella gerarchia del Nazareno. 

La mossa del premier nasconde un obiettivo: depistare l’opinione pubblica. Nelle ultime elezioni il Pd ha perso due milioni di voti, il gradimento nei sondaggi è crollato a poco più del 30%, due italiani su tre non hanno più fiducia verso il presidente del Consiglio e la situazione economica è ancora compromessa da una crisi implacabile. La luna di miele con gli italiani si è interrotta. Renzi lo sa e corre ai ripari. Ha bisogno di rilanciare la sua immagine. Dentro e fuori il partito. 

Che una città come Roma non si meriti un sindaco come Marino è fuori di dubbio. L’uomo ‘acqua e sapone’ che aveva promesso la svolta sui temi della legalità e della trasparenza, rischia di andare a casa per colpa delle inchieste giudiziarie. Un paradosso che nasce certamente dalle prove raccolte dei giudici, ma anche e soprattutto dalla sostanziale incapacità di governare che ha dimostrato Marino. Più passa il tempo più l’inadeguatezza del suo metodo di lavoro viene alla luce. La sua è un’amministrazione assolutamente priva di controllo e di prospettive. 

Già su questo punto il Pd ha una grande e innegabile responsabilità: ha portato al vertice della capitale una persona clamorosamente inadatta. Il giudizio sulla Giunta, anche al netto dell’inchiesta di Mafia Capitale, non può che essere negativo. Ma che debba essere il presidente del Consiglio a dettare i modi e i tempi in cui liquidare un’avventura che è nata sull’onda di un travolgente entusiasmo e che sta tramontando nel disprezzo generale, è il segnale dell’imbarbarimento di cui è preda il Pd. Un partito che dice di voler governare il Paese e che non ha saputo governare Roma. 

Il Comune capitolino è continuamente descritto come un covo di corrotti e corruttori, ammorbato da veleni e tradimenti, esempio di una pessima gestione delle risorse pubbliche. Un colpevole c’è. Ed è sicuramente il sindaco Marino. Ma si tratta di una responsabilità politica. Sul fronte giudiziario non è possibile fare previsioni. A dirla tutta potrebbe essere risparmiato dall’azione dei magistrati e uscire indenne dalle inchieste. Glielo auguriamo. Ma come sindaco ha fallito. Roma è una città che è stata amministrata male. Bisogna dirlo con chiarezza e cambiare rotta. 

Se Marino, almeno in merito al fattore giudiziario, può ‘sfangarla’, non è così per il Partito Democratico che ha visto i propri amministratori ed esponenti finire nel mirino dei giudici. Un ruolo di primo piano l’ha avuto il ‘ras delle cooperative’, Salvatore Buzzi, che era considerato «il fiore all’occhiello della sinistra», finito in carcere con l’accusa di associazione di stampo mafioso. Qui non è possibile concedere alibi. Il partito deve fare autocritica. Su tutti i fronti: morale, politico e giudiziario. 

Decine di sezioni fantasma, tesseramenti sospetti che aumentavano vertiginosamente in vista delle elezioni, una rete clientelare di proporzioni inaudite. Uno scenario di disfacimento che la dice lunga sulla possibilità che il Pd, come invece si ostina a ripetere il segretario Matteo Renzi, possa fornire un modello di partito innovativo e ‘universale’, vicino alla gente comune, capace di amministrare la cosa pubblica secondo gli standard di efficienza e di legalità che oggi pretendono i cittadini. 

E’ bene chiarire che nell’inchiesta Mafia Capitale sono stati coinvolti tutti i partiti politici: destra e sinistra. Gli arresti sono stati, per così dire, bipartisan. Le porte del carcere si sono aperte per Buzzi come per l’ex Nar Carminati. Ma il Pd è il partito che governa la città ed è il primo ad essere chiamato in causa. C’è una sola cosa da fare: Marino se ne deve andare a casa. Ma non deve essere Renzi a deciderlo. Perché se toccasse a lui, per amore di coerenza, dovrebbe riconoscere il ruolo del partito nella mancata vigilanza rispetto alla malagestione. Fatto questo, però, per amore di verità oltre che di coerenza, il segretario del Pd dovrebbe giungere  alla medesima conclusione di Marino. Dovrebbe lasciare. Sia come capo del Nazareno sia come capo del governo. Dovrebbe farlo per il bene di Roma e del Paese. Oltre che per il bene del partito.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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