IL 2 GIUGNO | 02 Giugno 2016

Mattarella e il funerale della Repubblica

Mattarella celebra costituzione e «voto per tutti». Ma a 70 anni dalla nascita della Repubblica il partito dell’astensione è il più grande di tutti e un premier non eletto, complice un parlamento di voltagabbana, può fare a pezzi la magna carta

di ROBERTO BETTINELLI

La Repubblica italiana compie 70 anni. Ma ascoltando le parole del presidente Mattarella e guardando le immagini dei 400 sindaci che hanno aperto la parata lungo i Fori Imperiali a Roma, viene da pensare non ad una festa ma ad un funerale. 

I motivi del disaccordo verso il generale clima di entusiasmo sancito dal solito tweet del premier Renzi che non ha esitato a scrivere con grande originalità ‘Viva l’Italia’, sono diversi. E nascono dalla implacabile e fastidiosa divergenza fra il modo in cui la classe politica al potere sta trattando realmente la Repubblica, in tutti i suoi simboli e significati più rappresentativi, e la retorica di un discorso pubblico che seguita ostinatamente e furtivamente a sostenere l’adesione ad un modello politico e istituzionale nato con il referendum del 2 giugno 1946. 

Quella che è andata in scena a Roma è stata una vera e propria ‘carnevalata’. Perché di questo si tratta se la maschera non corrisponde alla realtà. 

E’ ciò che in fondo esprime il discorso di Mattarella che elogia il suffragio universale ottenuto per la prima volta il 2 giugno di 70 anni fa e che portò le donne al voto per decidere se l’Italia dovesse rimanere una monarchia oppure, come è stato, trasformarsi in un regime repubblicano. 

E’ sintomatico il fatto che, sette decenni più tardi, il principale partito italiano sia quello dell’astensione e che i cittadini, di ogni provenienza sociale e geografica, provino nei confronti dei rappresentanti politici i sentimenti di una endemica sfiducia e di una rabbia diffusa. 

Quanto al legame indissolubile, sempre sottolineato da Mattarella, fra il termine del fascismo, la Resistenza e il patto salvifico della Costituzione che hanno consentito la nascita della Repubblica, rimane ben poco. 

E non tanto perché più la si studia a fondo e più risulta evidente che la Resistenza non meriti alcuna glorificazione sul piano militare e morale, ma perché il cardine del nuovo Stato sorto dopo il ventennio mussoliniano, ossia la stesura e dell’approvazione della carta costituzionale, oggi è più minacciato che mai. 

Stiamo assistendo all’insana e frettolosa operazione di repulisti ideata da un governo guidato da un premier non eletto e da un parlamento di voltagabbana. Fare a pezzi la magna carta dello Stato è un obbiettivo già a rischio di liceità se non condotto nei modi dovuti. 

Modi che, da Renzi e compagni, sono stati platealmente traditi all’origine. L’azione dell’esecutivo ha nettamente respinto ogni spirito di condivisione e di unità, i soli principi che hanno consentito di raggiungere la sintesi perfino negli anni più bui della contrapposizione ideologica. Certamente la carta è migliorabile. Ma la stessa opera di manutenzione del governo Berlusconi bocciata nel 2006, per quanto molto più intelligente e rispettosa della versione renziana, ha dimostrato che l’aggiustamento non può che provenire da un patto antecedente fondato sul consenso delle principali se non di tutte le forze politiche. 

La riforma istituzionale svilisce la Camera alta sovrapponendo caoticamente il ruolo di sindaci, consiglieri regionali e senatori al punto che per loro sarà impossibile guadagnarsi lo stipendio senza acquisire l’umile dono dell’ubiquità, esalta il centralismo estremo, fa tabula rasa della devolution che è una scuola di partecipazione, di democrazia e che ha avvicinato l’Italia al livelo dei Paesi anglosassoni, umilia pesantemente i territori, soffoca il regionalismo che è indubbiamente un pilastro della nostra storia. 

La coreografica marcia dei sindaci che hanno sfilato a Roma con la fascia tricolore non è altro che pura retorica istituzionale. Mai come in questi anni i Comuni hanno sopportato il taglio delle risorse e dei servizi mentre lo Stato centrale, che sta nuovamente avocando a sé le competenze strategiche affidate alle Regioni, rasenta il peggior lassismo nel ridurre gli sprechi e le disponibilità di spesa. 

Su una cosa Mattarella non sbaglia. Quando dice che «l’Italia è migliore di quello che si crede», ha pienamente ragione. Ma a realizzare il miracolo della grandezza minuta e silenziosa del nostro Paese sono stati i cittadini, le famiglie e gli imprenditori che oggi vengono presi in giro da un élite che ha in mano le chiavi della nazione senza essersi guadagnata sul campo l’onore di esercitare questo diritto. L’ascesa del parvenu Renzi si è consumata in assenza della sola legittimazione che conta per una repubblica democratica: il voto libero ed eguale del popolo. Anche e soprattutto per questo il 2 giugno è più simile alla mesta commemorazione di un passato illustre che ad una vigorosa, solenne e giustificata celebrazione dell’attualità. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.