QUIRINALE | 03 Febbraio 2015

Mattarella e il suo discorso al passato remoto

Il nuovo presidente della Repubblica parla alle Camere, e va in scena la peggior retorica democristiana. Ecco come lo Stato conserva il proprio potere anche attraverso le forme del parlare

di ROSSANO SALINI

Dispiace dover contraddire l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e macchiarsi così di blasfemia, vista la prematura santificazione della sua persona (processo che peraltro è stato avviato con forte anticipo per il suo successore). Ma il discorso alle Camere del neopresidente Mattarella, che Napolitano ha definito «essenziale, non retorico», è stato al contrario – per carità, nell'opinione di chi scrive, che sa di poter sbagliare – un discorso retorico, molto retorico, e ben poco centrato sugli essenziali problemi che affliggono il nostro paese.

Non perderò tempo a dire che quasi nella sua interezza il discorso è stato di una noia mostruosa. Giudizio scontato: chi mai avrebbe potuto aspettarsi un Mattarella scoppiettante capace di accendere le folle? Eppure il Parlamento sembrava in preda a un'estasi da stadio in delirio, con applausi ripetuti, che in certi momenti hanno interrotto il discorso presidenziale quasi parola per parola. Ma anche qui siamo nel campo del prevedibile.

Non varrà nemmeno la pena concentrarsi sulla debolezza retorica (nel senso antico e nobile del termine) delle parole di Mattarella. Nemmeno è sembrato volersi sforzare di uscire dal grigiore terminologico e sintattico del più sciatto stile apodittico. Già dall'introduttivo saluto rivolto ai suoi predecessori, saluto che calorosamente e con guizzo poetico è stato definito niente meno che «deferente», abbiamo avuto il chiaro presagio di quale sarebbe stato il tono del discorso a seguire. Ha provato a mettere un po' di pathos nel finale (be', un po' di tecnica retorica gliel'hanno insegnata), ma non ne è venuto fuori altro che il bel temino del primo della classe.

Al linguaggio di Mattarella si può ancora applicare il tremendo giudizio di Pasolini, datato 1975, sul linguaggio dei democristiani (e, non a caso, di Moro in particolare), nel suo celebre articolo delle lucciole: un «linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino)», finalizzato al «tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere».

Il giurista Mattarella non potrebbe certo contraddirmi se affermo che la forma è sostanza. E la carenza formale del suo discorso ha portato con sé una carenza sostanziale. Il nuovo presidente, come la quasi totalità del ceto politico attuale, non ha coscienza del problema essenziale che attanaglia i cittadini italiani: la sproporzione tra il potere dello Stato e il potere del singolo cittadino. La condizione di oppressi in cui vivono i cittadini, incapaci – per colpa dello Stato stesso – di esprimere le proprie potenzialità. Il presidente della Repubblica, che si prodiga nell'invitare gli italiani a «concorrere con lealtà alle spese della comunità nazionale», non ha probabilmente idea di come quel «concorrere alle spese» sia uno dei problemi che più ci fanno impazzire. È per colpa di quel «concorrere alle spese» che tante imprese chiudono; è per colpa di quel «concorrere alle spese» che i giovani non ne possono aprire di nuove; è per colpa di quel «concorrere alle spese» che tante idee rimangono chiuse nel cassetto perché al solo aprirlo vien fuori un cumulo impressionante di tasse da pagare allo Stato per il solo fatto di aver avuto un'idea e di volerla mettere in pratica.

Quanto sia oggi tragico questo problema, il presidente purtroppo non lo sa. E allora non parla con trasporto di libertà, e non cita nemmeno parole come concorrenza o mercato. E se parla di scuola, ne vuole una «moderna e sicura», mentre il problema della totale assenza di libertà di scelta educativa nel nostro paese non lo menziona nemmeno.

No. Questi son concetti che non passano e forse mai passeranno nel linguaggio politico italiano, se non per qualche sparuta e illuminata eccezione. Noi dobbiamo sentir parlare ancora, con tono sommesso e reverente, della Resistenza che ci ha liberato dal nazi-fascismo. Concetti nuovi, per dare linfa nuova a un paese martoriato come il nostro.

Questo è il presidente voluto dal premier Renzi, il rottamatore. Voluto per accontentare l'ala sinistra del suo partito, che è oggi quanto di più conservatore e attaccato a schemi e logiche del passato ci sia nel nostro panorama politico.

Se questo presidente sarà effettivamente un semplice arbitro, o invece l'ennesima figura utile a imprimere – se mai ce ne fosse bisogno – un'ulteriore spinta alla conservazione dello ''statalismus quo'' che caratterizza l'Italia, lo staremo a vedere. Le premesse non sono le migliori.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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