PARTIGIANI | 16 Febbraio 2015

Mattarella e la gaffe sulla Resistenza

Mattarella esordisce in pubblico e celebra la Resistenza. Ma i partigiani, nonostante gli sforzi di una storiografia corrotta dall’ideologia, non sono più nel cuore di tutti gli italiani

di ROBERTO BETTINELLI

Che Sergio Mattarella sia una persona poco flessibile, è cosa nota nei corridoi della politica. C’è addirittura chi gli attribuisce, come Rocco Buttiglione, un pessimo carattere. Ma il neo eletto presidente della Repubblica ha superato le peggiori aspettative quando ha scelto di celebrare la Resistenza nella sua prima uscita pubblica rendendo omaggio al Campidoglio al comandante Max, eroe partigiano delle Brigate Garibaldi. 

In Italia la retorica costituzionale impone che il titolare del Quirinale sia un arbitro. Sia, cioè, imparziale. Una figura che si colloca al di sopra dello scontro che vede i partiti avversarsi quotidianamente con ogni mezzo lecito e illecito. Minacce, inganni, tradimenti accompagnano abitualmente i negoziati fra i leader e i gruppi di potere presenti in parlamento. Per fare in modo che tutto questo non  degeneri in uno scontro aperto e irriducibile, i padri costituenti hanno assegnato al capo dello Stato il ruolo di paziente negoziatore. 

«Super partes», è questa la qualifica che spetta al presidente della Repubblica. Peccato però che sia proprio la trattativa che porta all’individuazione dell’uomo che deve salire al colle del Quirinale ad incarnare nella sua forma più parossistica le trame di un cinico e spregiudicato tatticismo. 

Non illudiamoci che il percorso della candidatura di Mattarella rappresenti un’eccezione solo perché il massimo fautore è un 40enne che si è fatto largo a suon di rottamazioni. Il politico siciliano ha superato tutte le tappe della complessa liturgia che si conclude con l’ingresso al Quirinale grazie a un’operazione che rende omaggio alla vecchia scuola democristiana di cui il premier dimostra di essere il degno erede.  

Renzi ha fatto convergere su Mattarella, un cattolico prodiano e antiberlusconiano, i voti della sinistra del suo partito e di Sel, mandando a farsi benedire l’accordo che aveva stilato in precedenza con le forze del centrodestra. 

Mattarella, fin dall’inizio, non poteva essere considerato una figura superpartes, ma avrebbe potuto riscattarsi con un po’ di flessibilità e di comprensione verso la famiglia politica che è stata costretta a subire la sua elezione. Una chance che il successore di Napolitano ha buttato al vento dedicando il suo esordio alla Resistenza, impersonata da Massimo Rendina, il capo partigiano delle Brigate Garibaldi scomparso lo scorso 8 febbraio, noto come comandante Max, ex vice presidente dell’Anpi, definito dal presidente della Repubblica «un testimone leale e appassionato di molti decenni della nostra storia». 

Le parole del presidente della Repubblica rappresentano un vero tripudio alla memoria del comandante Max, descritto come «brillante giornalista e comunicatore», che «ha saputo difendere la memoria autentica dei valori della Resistenza» e che deve essere ricordato per «l’infaticabile opera di testimonianza dei valori di libertà e democrazia». 

Mattarella è un cattolico di sinistra e può legittimamente essere, come molto probabilmente è, un convinto sostenitore della bontà della Resistenza, un periodo storico drammatico che dopo decenni di glorificazione incontrastata è stato finalmente messo sotto accusa. I libri di Giampaolo Pansa dimostrano chiaramente, e con una documentazione inappuntabile, che i partigiani hanno commesso errori e crimini. Prima di Pansa un altro illustre giornalista, Indro Montanelli, ha rilevato quanto il contributo militare del movimento partigiano abbia contato ben poco ai fini della liberazione della penisola dai nazifascisti. 

Non ci interessa sapere se il presidente della Repubblica abbia letto i libri di Montanelli o di Pansa, ma la Resistenza, in Italia, non è più come in passato, e per fortuna, un argomento super partes. Almeno la metà degli italiani si è ribellata all’inganno perpetrato dalla storiografia di sinistra che ha raccontato gli anni della guerra civile come fossero un periodo aureo. Il giudizio prevalente ormai va in tutt’altra direzione. La Resistenza è considerata per quello ha fatto: una serie di episodi bellici minori che molto spesso hanno prodotto più danno che beneficio alla popolazione civile. Per lo stesso motivo la parola ‘partigiano’, nella sensibilità degli italiani, non è affatto sinonimo di libertà e di democrazia come invece ha voluto sottolineare Mattarella. 

Sulla figura di Rendina non ci azzardiamo a dire nulla. Nonostante il capo dello Stato lo definisca un «brillante giornalista», resta un perfetto sconosciuto per il grande pubblico. Il fatto poi che un partigiano come lui abbia potuto dirigere il telegiornale della Rai in un regime di monopolio quando era in corso la guerra fredda, fa sorgere molti interrogativi. Inoltre, basta leggere i suoi scritti sulla Resistenza per capire che in merito a questa fase storica, l’ex vice presidente dell’Anpi, può essere tutto tranne che obbiettivo. 

Mattarella, in sostanza, ha sbagliato. Il suo ruolo di arbitro avrebbe richiesto una maggiore flessibilità verso tutti coloro che in parlamento sono stati costretti a subire la sua salita al colle. Ad essere maligni, nella sua esaltazione del mito resistenziale si potrebbe leggere l’esigenza di ricambiare la sinistra per il contributo avuto nella sua elezione. Ma non è una conclusione che ci interessa. Ciò che è da rilevare e la non equidistanza e l’inopportunità di una scelta che ha avuto l’effetto di confermare tutti i dubbi di chi ha sempre avuto da ridire su una candidatura imposta e non condivisa. Mattarella poteva dimostrare il contrario e tendere la mano verso gli scettici. Ma non l’ha fatto. Alla prima occasione utile ha preferito non essere super partes. Gli italiani, se non tutti almeno la metà, non possono che prenderne atto. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.