MANCA IL MOVENTE | 09 Dicembre 2014

Loris, il lato oscuro dei media

Il celebre psichiatra lancia alcune ipotesi sull’omicidio del piccolo Loris Stival e mette in guardia dai giudizi facili spesso incoraggiati da giornali ed emittenti TV senza scrupoli

di RICCARDO CHIARI

L’ultima notizia, al momento in cui scriviamo, è l’arresto della madre di Loris Stival, Veronica Panarello con l’accusa di omicidio aggravato e occultamento di cadavere. È questa la decisione presa dai magistrati inquirenti dopo il lungo interrogatorio del pomeriggio di lunedì 8 dicembre.

Un provvedimento che non giunge inaspettato, se si considerano le molte contraddizioni nella versione dei fatti di Veronica Panarello la quale, nelle prime dichiarazioni dalla scomparsa del bambino, aveva raccontato di aver condotto il figlio a scuola in auto lasciandolo a pochi metri dall’ingresso dell’edificio. Affermazioni smentite dai filmati ripresi da diverse telecamere appostate lungo il tragitto. Dall’esame di questi risulterebbe infatti che l’auto della donna non abbia mai raggiunto la zona della scuola. Non solo, ma pochi minuti dopo la partenza del veicolo, sarebbe ricomparsa all’interno dell’inquadratura della videocamera dell’emporio “Vanity and House” una sagoma riconducibile a quella di piccolo Loris che si dirigeva in tutta velocità verso il portone d’ingresso. Questa sarebbe l’ultima immagine che si ha di Loris ancora in vita.

Un arresto non è una sentenza, e ci si augura, come sempre in casi come questo, che le indagini possano far chiarezza senza essere accompagnate, una volta tanto, dal cancan di gogne mediatiche e grida forcaiole.  

Ma di certo anche solo i sospetti destati dall’intera faccenda, ancora avvolta da una coltre di misteri, non possono non far sorgere a livello emotivo alcune domande. Si tratta di interrogativi umani e non di certo morbosi, questioni che inevitabilmente insorgono ogniqualvolta si rompono schemi che per la nostra cultura e il nostro essere umani vengono dati per assodati. Una madre che uccide il proprio figlio, l’innocenza infranta di un bambino, la condizione patologica in cui versano molti individui e che spesso irrompe dando luogo a gravissimi delitti, sono eventi che provocano, oltre ad un ovvio sconcerto, anche un sentimento di stupore che spinge a interrogarsi circa l’origine di tali fatti eclatanti.

Per questo motivo abbiamo interpellato un esperto psichiatra, come Alessandro Meluzzi, nel tentativo di aiutarci, se non a comprendere, quantomeno a inquadrare meglio un fatto come quello avvenuto a Santa Croce Camerina.

Professor Meluzzi, che opinione s’è fatta di questa vicenda? 

«È senz’altro una situazione che presenta molti lati oscuri. Prima di arrivare a formulare un giudizio definitivo, cosa che non compete ovviamente me, ma gli inquirenti, credo che occorra chiarire una questione preliminare di fondamentale importanza: il bambino ha subito o no abusi? E, in caso affermativo, si tratta di un evento singolo, come ad esempio uno stupro, oppure di un abuso cronico? La perizia iniziale, purtroppo, propendeva per questa seconda ipotesi. Si tratta di risultati non pubblicati ufficialmente, ma la notizia si è ugualmente diffusa».

Questo che cosa cambierebbe?

«Molte cose dal punto di vista psichiatrico e, di conseguenza, anche da quello delle indagini. Nel caso in cui questo povero bambino risultasse vittima di un abuso cronico lo spettro dei sospettati si allargherebbe inevitabilmente ad altre persone oltre alla madre. Questo perché i casi di violenza sessuale da parte della madre su un figlio sono eventi estremamente rari e per lo più riguardano figli disabili o con problemi psichiatrici».

Ciò significa che Veronica Panarello avrebbe ucciso il proprio figlio per coprire qualcuno?

«Queste, ripeto, sono solo supposizioni. Ma un’ipotesi potrebbe essere questa. Oppure è ipotizzabile che non sia stata lei ad aver ucciso il proprio bambino, ma che stia coprendo altre persone. So che può sembrare un’idea azzardata e che ci stiamo appunto muovendo sul piano delle supposizioni. D’altra parte pensare che tutta questa vicenda si riduca a una madre folle e assassina mi sembra una semplificazione che difficilmente potrebbe corrispondere a come sono andate veramente le cose».

Però casi di madri in preda a raptus omicidi nei confronti dei propri figli, purtroppo, se ne sono avuti…

«È proprio per questo che ritengo di fondamentale importanza la componente sessuale. Di norma i casi di raptus infanticidi e figlicidi non sono legati a questo aspetto. Se quindi consideriamo da un lato l’estrema rarità di casi di abuso da parte della sola madre su un figlio e dall’altro i connotati di un delitto come quello in questione, risulta abbastanza ragionevole ipotizzare, qualora venisse accertato che Loris era vittima di un abuso cronico, che le persone coinvolte potrebbero essere altre oltre alla madre.

Sul corpo della vittima però non sono stati trovati segni di violenza recente.

Ma sono comunque molti i misteri legati alla sfera sessuale in questo omicidio. Come il ritrovamento delle mutande del bambino lungo una strada. Si tratta forse di un tentativo della madre di depistare le potenziali indagini su di lei? Forse. Ma allora la questione si sposterebbe sull’assenza di un movente. Una madre che uccide il proprio figlio senza un movente, al di là appunto di casi di follia omicida, è un’ipotesi ancora più ardua da formulare. Ritengo dunque più probabile che dietro questo omicidio si nascondano altre persone».

Qual è la differenza di comportamento fra una sospettata di omicidio come Veronica Panarello e, ad esempio, Anna Maria Franzoni?

«Anna Maria Franzoni, della cui colpevolezza nemmeno io son fin troppo certo, è diventata il termine di paragone di tutti gli infanticidi. Ricordiamoci però che dall’omicidio del piccolo Samuele ad oggi si sono registrati circa 200 casi di madri che hanno ucciso i loro figli. La maggioranza di questi riguarda patologie derivate dalla depressione post partum. In altri casi si tratta del classico “raptus omicidio-suicidio del malinconico (o della malinconica)”, oppure, altre volte, della sindrome di Medea, in cui l’omicidio assume un significato di atroce vendetta nei confronti del coniuge. Chiaramente si tratta di classificazioni schematiche, che non spiegano il singolo evento, ma che aiutano ad orientarsi. In quasi tutti questi casi però l’omicida non costruisce depistaggi o comunque non si muove come un assassino che ha premeditato il proprio delitto. Qui invece c’è stato il tentativo di liberarsi del corpo di un ragazzino, e, forse un depistaggio».

Non potrebbe anche qui trattarsi di un caso di “Sindrome di Medea”, quella che lei ha appena descritto?

«Mi pare molto difficile. Non ne vedo le classiche caratteristiche. Di norma non vi sono abusi sessuali di mezzo e si tratta per lo più di gelosie ossessive o altri tipi di patologie»

Però qui si parla di un marito spesso assente…

«Se ogni donna con un marito spesso lontano da casa dovesse uccidere i propri figli ci sarebbero delle stragi. Sono piuttosto contrario alle speculazioni morbose dei media su casi come questo. Con pochi indizi e senza conoscere direttamente i soggetti coinvolti tutti si sentono in grado di poter tracciare profili psicologici precisi. Mi sembra un’attività da criminologi da bar. Io mi limito a formulare ipotesi su dati che ho. Anche la sopraccitata Franzoni potrebbe esser stata vittima di questo meccanismo».

In che senso?

«Nel senso che troppo spesso i media, e il loro assillante e morboso modo di elencare particolari e dati talvolta irrilevanti, esercitano una fortissima pressione perfino sulle autorità inquirenti le quali spesso si concentrano su un’unica pista di indagine tralasciando altre ipotesi. Non son qui a sostenere l’innocenza della Franzoni, ma di certo l’ossessività con la quale alcuni casi vengono trattati danneggia le indagini stesse». 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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