IDEE | 15 Giugno 2015

Milano e l'acqua: quando la politica ha una visione

Dalla nuova darsena al progetto di riapertura dei Navigli: il capoluogo lombardo scopre un nuovo modo di concepire la città e il suo sviluppo. Ora restano altre sfide da affrontare, in primis l'annoso problema del Seveso

di DUCA LAMBERTI

E’ stato presentato a Milano un progetto ambizioso, affascinante, visionario e allo stesso tempo dettagliato nei tempi e nei costi. Si tratta della riapertura dei Navigli, meravigliosa opera di ingegneria idraulica, ideata in parte da Leonardo da Vinci, che permette la navigazione attraverso la città di Milano, da nord a sud, dalla Martesana al Naviglio grande. Lo studio, condotto dal Politecnico di Milano, è un’opera monumentale e molto dettagliata: dal percorso, che da via Melchiorre Gioia scende in san Marco, attraversa la cerchia dei navigli e si butta nella nuova darsena; alla navigabilità, con un sistema di “chiuse” per superare i dislivelli e con il progetto della chiatta idonea a percorrerlo; fino al sistema di ponti, attraversamenti e studi viabilistici per permettere una così grande rivoluzione a Milano. Lo studio si sofferma anche sui tempi (7 anni di lavori), sui costi (stimati in 405 milioni di euro, comprese le opere accessorie e i consolidamenti), sugli impatti economici (800 milioni di vantaggi, tra rivalutazioni del patrimonio esistente e nuove attività dirette generate dall’infrastruttura).

Lo studio si pone nel solco di una battaglia politica cominciata con i referendum del 2011, che chiedevano tra l’altro la riapertura dei navigli, e l’attività portata avanti da Roberto Biscardini, politico socialista, attualmente presidente della commissione urbanistica del Comune di Milano, e presidente dell’associazione “Riaprire i Navigli”.

Dal 1929 i Navigli sono stati “tombinati”, chiusi per motivi di igiene e per far posto al progresso, alla viabilità, al traffico che avrebbe portato a Milano espansione, ricchezza, benessere. Sono stati chiusi, insomma, in nome della modernità. Ed è proprio in nome di una “nuova” modernità, quella della mobilità “slow”, della vista, dell’uso razionale delle risorse che tale proposta viene avanzata: il successo della nuova darsena, dell’uso condiviso dei trasporti, della voglia di tornare ad essere città attrattiva, turistica, bella sono gli elementi che fanno pensare ad un nuovo progresso, più attento al riuso e alla rivitalizzazione che alla tecnica e all’espansione. E’ la prima volta dai tempi dell’Expo che viene avanzata una proposta con una grande visione, capace di far vedere Milano con occhi nuovi, e che abbia implicazioni sul tessuto urbano, sulle infrastrutture, sul commercio, sull’idea di città, sul vivere a Milano.

Il tema della riapertura dei Navigli, poi, rimette al centro una riflessione mai del tutto svolta dalla politica cittadina sul rapporto tra Milano e l’acqua. Vengono in mente due grandi insuccessi degli ultimi anni, dove la politica si è trovata in affanno, sena idee e senza capacità progettuale e realizzativa: la questione del Seveso e il fallimentare progetto delle vie d’Acqua di Expo.

Il Seveso, che scorre a nord di Milano, quando arriva nella città urbanizzata entra in un canale che scorre sotto la città e si getta nella Martesana. Quando piove, invece di starsene tranquillo sottoterra, esce e inonda i quartieri di Niguarda, Prato Centenaro e Isola, lambendo la nuovissima Porta Nuova. Solo che, quando pioveva e il Sindaco era Letizia Moratti, gli allora consiglieri del PD ne invocavano le dimissioni. Quando ha piovuto sotto Pisapia, gli stessi, diventati assessori, balbettavano di “responsabilità pregresse”, “problema che si trascina da anni”, e via distinguendo. Servono molti interventi per mettere il Seveso in sicurezza: alcune vasche nei comuni a Nord di Milano per raccogliere eventuali piene; la manutenzione dei tratti sotterranei; l’uso eventuale di terreni del Parco Nord come deviazione momentanea; serve, insomma, una politica delle acque, una visione, che il progetto della riapertura dei Navigli aiuterebbe ad ottenere.

Il secondo tentativo fallito è stato quello delle vie d’Acqua, la vera incompiuta di Expo, un progetto nato male e gestito peggio. Da canali per la navigazione, sono stati degradati a corsi d’acqua, fino a diventare scolmatori; sono arrivate puntuali le proteste, assecondate dalla Giunta Comunale, la nascita dei “no canal”, i fermi del cantiere e i ritardi; per finire, le inchieste della magistratura sugli appalti, la corruzione, il commissariamento delle aziende vincitrici. Oggi è tutto mezzo fermo, sommerso da un’ondata di pietoso silenzio.

Una nuova “politica delle acque” aiuterebbe anche ad affrontare altri argomenti su cui da troppo tempo la politica balbetta. Uno è certamente il Parco Agricolo Sud, un enorme spicchio verde, sottratto all’urbanizzazione a sud di Milano, con rogge, fontanili, cascine e sorgenti, che, attraverso un disegno complessivo può essere restituito sia all’agricoltura, e in particolare alla coltivazione del riso, sia alla fruizione attraverso percorsi ciclopedonali e un po’ di rimboschimento. Esperienze interessanti stanno nascendo nell’area: il Parco delle Risaie ad esempio, dove cittadini residenti, agricoltori e associazioni stanno rivitalizzando uno spicchio di agricoltura adiacente alla città. L’altro è il ruolo dell’acquedotto di Milano, oggi dentro a Metropolitana Milanese, che meglio potrebbe investire e innovare il sistema idrico milanese attraverso la fusione con CAP holding, che gestisce le infrastrutture della provincia. In un’ottica di città metropolitana, sembrerebbe un passaggio ovvio, ma gelosie, miopie e scarso appeal elettorale frenano ogni ragionamento industriale sul punto.

Speriamo che la prossima giunta nasca “bagnata” di un nuovo interesse per la città e le sue acque.


DUCA LAMBERTI

Nato negli anni Settanta a Milano, medico fallito, pregiudicato, questurino suo malgrado, tutto sommato un tipo poco raccomandabile. Innamorato di sua moglie, dei suoi figli e della sua città, che osserva da dentro e aspetta che diventi grande.

Twitter: @DucaLamb

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