VERSO IL 2016 | 14 Luglio 2015

Milano: l’affanno di Renzi e la partenza di Passera

La lunga strada che porta alle elezioni del 2016 a Milano vede per il momento due protagonisti: un Renzi incapace di capire il capoluogo milanese, e un Passera che con la sua partenza anticipata ha messo in crisi il centrodestra

di DUCA LAMBERTI

Matteo Renzi a Milano ci tiene. Non a Milano come città, con il suo sviluppo urbanistico o infrastrutturale, con il suo sistema produttivo o di servizi, alle famiglie o alle imprese: tiene proprio a Milano come simbolo, ovvero come centro di potere. Il capoluogo lombardo è sempre stato snobbato dal guitto fiorentino, sia nella scelta degli uomini che nella stesura dei provvedimenti. Nel suo Governo sedeva un solo milanese, Maurizio Lupi, di Ncd, e un solo lombardo, il ministro Martina, di Bergamo. Nessun provvedimento ha favorito Milano come invece è avvenuto per Roma (oltre 300 milioni di stanziamento per chiudere il bilancio), nonostante le molte richieste del Sindaco Pisapia. E il destino fallimentare in cui versa la Città Metropolitana, gravata da oltre 90 milioni di debiti, senza potere e senza poteri, ne è il simbolo più evidente. Unica eccezione è l’Expo dove Renzi mette i piedi per la visibilità che gli garantisce, unico palcoscenico internazionale che può calcare (stante il ruolo da comprimario che gioca nella politica europea).

Dopo il campanello d’allarme delle regionali di maggio, il segretario del Pd si è reso conto che a Milano non può rinunciare. Troppo forte sarebbe lo schiaffo della capitale economica d’Italia che gira le spalle a lui e al centrosinistra. Così ha cominciato a guardarci dentro, e si è ritrovato circondato dai vari Fiano e Majorino, De Cesaris e Ambrosoli, pronti a contendersi una candidatura a sindaco in primarie annunciate trionfalmente. Uno scenario da incubo. A quel punto ha schierato le sue truppe: manda il vice Lorenzo Guerini ad annunciare che le primarie «non sono un dogma», disdice la sua (annunciata) presenza ad un convegno sulla sicurezza con lo stesso Fiano, e sonda il Ministro Martina, bergamasco nell’anima, ricevendo un secco “no” in risposta.

Sguinzaglia allora il fido portavoce Filippo Sensi, che si affida al cosiddetto “metodo Meli”. Funziona così: si chiama la fidata giornalista del Corriere della Sera, Maria Teresa Meli che confeziona un pezzo pieno di «Renzi avrebbe detto ai suoi», «fonti vicine al premier fanno trapelare che», e via via, di condizionale in confidenziale, viene fuori la sparata: convincere Pisapia a ricandidarsi. Nessun messaggio ufficiale, nessuna dichiarazione, ma una ipotesi lanciata in nazionale, a tutta pagina, per poi “vedere di nascosto l’effetto che fa”. Il messaggio è chiaro: niente nani e ballerine a Milano, ma una persona in grado di vincere, e di gradimento del premier.

Naturalmente le reazioni non si sono fatte attendere, soprattutto in casa PD. “Nessuna ingerenza da Roma”, “il candidato ce lo scegliamo noi”, con i coordinatori Bussolati (cittadino) e Alfieri (regionale), irritati e incapaci di spegnere l’incendio. Quello che è certo è che Renzi non ama Milano perché non la capisce. I milanesi un po’ di memoria ce l’hanno ancora, per conquistare un milanese non bastano slide e promesse: bisogna passare dai progetti e dai fatti, bisogna aver lavorato, saper parlare a chi è abituato a rimboccarsi le maniche. Milano è città concreta e poco ideologica, dove vale la credibilità personale costruita sul campo, non millantata, costruisce il proprio consenso, dove la capacità di fare (e aver fatto) contano più della capacità di promettere.

Tutto tace, invece, nel centrodestra, dove, dopo la rinuncia di Salvini, in mancanza di meglio, cavalca solitario Corrado Passera. I partiti lo guardano con diffidenza (“un banchiere non prenderà mai i voti dei mercati”, “troppo legato alle tasse di Monti”, i commenti più benevoli), ma lui prosegue convinto che, prima o poi, si avvicineranno. Si è mosso per primo, e, se non si stanca, potrebbe accumulare un vantaggio difficilmente colmabile. Se saprà coinvolgere i ceti produttivi e un po’ di militanza, diventerà una candidatura credibile. 


DUCA LAMBERTI

Nato negli anni Settanta a Milano, medico fallito, pregiudicato, questurino suo malgrado, tutto sommato un tipo poco raccomandabile. Innamorato di sua moglie, dei suoi figli e della sua città, che osserva da dentro e aspetta che diventi grande.

Twitter: @DucaLamb

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