IL VOTO DEL 5 GIUGNO | 03 Giugno 2016

Milano, Roma e il test politico nazionale

Due pesi e due misure: per Renzi il referendum è test sul governo mentre il 5 giugno solo un voto ai sindaci. Checché ne dica il premier, le elezioni amministrative di Milano e Roma sono cariche di significato politico. Ecco perché

di LUCA PIACENTINI

Se da un lato la personalizzazione pervade l’azione politica di Matteo Renzi e investe perfino la riforma della Costituzione, dall'altro una buona dose di opportunismo elettorale sembra accompagnare le ultime uscite del premier-segretario.

In un'intervista rilasciata al Foglio, il presidente del consiglio dichiara: «Se il referendum andrà male continuerò a seguire la politica come cittadino libero e informato, ma cambierò mestiere. Vuole uno slogan semplice? O cambio l'Italia o cambio mestiere». In questo passaggio e in molte altre dichiarazioni pubbliche, Renzi presenta il referendum confermativo che si terrà a ottobre sulla riforma della carta fondamentale come un test su sé stesso, sul proprio operato e sulla propria leadership. 

Ma in un altro passaggio dell'intervista, interpellato sui possibili segnali politici dall'imminente tornata di elezioni amministrative, l’ex sindaco esclude legami con il voto nei Comuni. E taglia corto: «Si vota per i sindaci, punto».

Non siamo d'accordo. Né sull'opportunità di caricare il referendum personalizzandolo, un'operazione che sposta erroneamente l’attenzione dell’opinione pubblica sul 'chi' facendo passare in secondo piano il 'che cosa', cioè i contenuti effettivi di ciò che nella Costituzione cambierebbe; né sull'assenza di collegamento tra le elezioni di domenica 5 giugno e la politica nazionale. 

Il premier ci dovrebbe spiegare perché il referendum sì e le elezioni amministrative no. Per quale motivo il cambiamento della Costituzione ha un significato politico tale da mandare potenzialmente a casa esecutivo, quando si tratterebbe invece di stabilire le regole del gioco democratico, cosa che dovrebbe essere fatta insieme da maggioranza e opposizione, mentre votando in città di primaria importanza qualche succede non dovrebbe implicare interessanti valutazione sul piano nazionale? 

Soffermandoci sulle amministrative, va ricordato che non si vota solo in piccoli Comuni o in capoluoghi più o meno grandi, ma nelle più importanti città metropolitane d'Italia: Roma e Milano, le due 'capitali' del paese. E qui, in modo particolare per il centrodestra, sarà molto interessante capire come andrà a finire, sia a Palazzo Marino sia al Campidoglio. Vincerà il modello della coalizione tradizionale che ventidue anni fa sbaragliò la sinistra impedendole di conquistare la guida del paese? Come cambieranno, se cambieranno, gli equilibri interni dello schieramento? Cosa succederà al ballottaggio di Roma? Chi sosterrà chi? Sono solo alcune delle domande che fanno da sfondo ad una successiva e approfondita riflessione sullo scenario politico nazionale, in merito al quale, c'è da crederci, leader e commentatori non mancheranno di far mancare il proprio contributo. 

C'è poi la questione dei big nazionali in campo. Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni (addirittura come candidata), Matteo Salvini, lo stesso Matteo Renzi e Beppe Grillo, sono tutti impegnati nei comizi a sostegno dei candidati promossi dai rispettivi partiti politici. Non si tratta di un normale meccanismo elettorale, per cui i leader nazionali tirano la volata ai potenziali sindaci a ridosso del voto.

Il giorno dopo, a bocce ferme e soprattutto al termine di eventuali ballottaggi, tutti gli schieramenti dovranno interrogarsi. E’ più evidente per il centrodestra, alla ricerca di identità e strade per ricostituirsi e ricompattarsi, ma vale anche per il centrosinistra, dove pur non sembrando in discussione l’assetto interno, Renzi dovrà comunque fare i conti con gli equilibri locali e nazionali di un partito, il PD, di cui lui resta pur sempre il segretario e della gestione del quale dovrà rendere conto, compresa la scelta e il sostegno più o meno marcato a questo o a quel candidato. Anche i Cinquestelle avranno da meditare sul proprio futuro politico e sulla capacità del movimento di esprimere personalità e classe dirigente più o meno credibili. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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