LA PROVA DELLA VERITA' | 16 Novembre 2015

Moderati nell’Islam? Dimostrino di esistere

I moderati dell’Islam denuncino i fratelli che sbagliano. A Merano, senza i Ros, la cellula jihadista sarebbe ancora attiva. Gli attentatori di Parigi vivevano tranquillamente in mezzo agli altri musulmani. E' ora di rompere il muro del silenzio

di ROBERTO BETTINELLI

E' ora di rompere il muro dell'ipocrisia e del silenzio. A sentire i tanti cuor di leone che dettano legge nel giornalismo politically correct, dopo il massacro di Parigi la paura non dovrebbe prendere il sopravvento. Di fronte a 129 persone uccise barbaramente e a un commando di folli jihadisti che è stato lasciato libero di preparare con cura l’attentato, la reazione dovrebbe essere un’altra. Non lo sconcerto che annichilisce, ma la razionalità spinta all’eccesso. 

E’ evidente che solo gli stupidi, davanti a un evento così disumano, possono non provare timore. Gli italiani e gli europei devono smetterla di sentirsi superiori ed è ora che guardino in faccia una realtà che è ben più crudele di quanto hanno voluto credere finora. 

La paura è inevitabile, ma è lo è anche sconfiggerla. Da solo, però, l'occidente, non può farcela. Se dietro i terroristi c’è un’interpretazione radicale dell’Islam che nulla ha a che vedere con il vero spirito dell’Islam, allora è doveroso che i musulmani moderati prendano posizione. Che non vuol dire accontentarsi semplicemente delle dichiarazioni di cordoglio che ci sono state e che continueranno ad esserci con i prossimi attentati. I kamikaze, infatti, non si fermeranno. 

I fedeli moderati devono denunciare. Fare i nomi degli imam che predicano odio, aiutando le forze dell’ordine a individuare i gruppi radicali che prima o poi finiscono per alimentare la rete del terrore. Decidano una buona volta: essere alleati delle vittime o dei carnefici. 

E’ impossibile ipotizzare che gli attentatori vivano sotto una campana di vetro. E’ più verosimile che la loro vita di fede e la frequentazione della comunità li esponga a giudizi, frasi, pensieri che non possono non attirare l’attenzione. 

L’Italia ha combattuto la mafia grazie ai ‘pentiti’ e alle persone che vivendo nei luoghi dominati dal crimine organizzato, in virtù della loro contiguità, erano grado di conoscere l’identità degli affiliati. Sapevano. Come probabilmente sanno tanti moderati musulmani che mai farebbero del male a un cristiano. Ma non basta sapere. Bisogna permettere agli inquirenti di fare il loro mestiere e salvare vite umane. 

I carabinieri dei Ros hanno arrestato di recente sei islamici a Merano perché sospettati di essere legati al mullah Krekar, fondatore del gruppo radicale Ansar Al Islam. Un leader religioso estremista che vuole instaurare una teocrazia nel Kurdistan e che dice apertamente di voler combattere l’occidente. La cellula, stando agli investigatori dell’antiterrorismo, reclutava combattenti per la Jihad. Attorno a loro c’era un regime di normalità. Una vita ovattata e di routine. Il padre di uno degli arrestati si è definito «un normale lavoratore». Il capo del gruppo, Abdul Rahman Nauroz, si presentava come profugo e beneficiava dei sussidi sociali. 

Inutile dire che il caso di Merano fa sospettare dell’onestà degli islamici moderati. E una identica reazione si prova davanti alla provenienza dei terroristi che hanno colpito la capitale francese. Vivevano tranquillamente nella periferia di Bobigny o nel quartiere musulmano a Bruxelles. E’ davvero possibile che all’interno di queste comunità nessuno sapesse dell'esistenza se non di un gruppo almeno di persone dalle idee estremiste? Forse è possibile. E' legittimo pensarla in questo modo. Ma è altrettanto legittimo sospettare il contrario. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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