SCENARIO | 19 Febbraio 2015

Monti e l’illusione del grande partito di centro

Scelta Civica si azzera nel Pd di Renzi dimostrando che il centro politico non può esprimere un grande partito, ma si conquista a partire dai poli. Non è ancora tramontato il bipolarismo

di ROBERTO BETTINELLI

Il centro può e deve essere presidiato politicamente, ma non può esprimere una grande forza autonoma. Almeno non nella situazione attuale. E’ questa la lezione che si evince dalla lunga intervista rilasciata sul Corriere della Sera da Mario Monti e nella quale il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio racconta la sua delusione per il modo in cui è finita l’avventura di Scelta Civica. Non è possibile dargli torto. Monti, con un’operazione molto ambiziosa, sembrava voler ricostruire un partito centrista in grado di scalzare il bipolarismo, ma le cose non sono andate come pensava. Invece di erodere il consenso dei poli, è accaduto esattamente il contrario. L’invenzione di Monti è stata inglobata nel Pd renziano. 

Scelta Civica, nelle elezioni del 2013, ha conquistato circa il 10% dei voti. Al suo interno, con una quota minoritaria, c’erano l’Udc di Pierferdinando Casini e Fli di Gianfranco Fini. Entrata in parlamento dall’ingresso principale, non ha retto alle violente turbolenze della legislatura. Il suo fondatore, subito dopo il voto, ha assistito senza possibilità di reazione alla lenta e inesorabile dissoluzione del partito. L’atto finale e inglorioso si è consumato di recente fa quando ciò che restava dell’entourage montiano è confluito a testa bassa nel Pd. 

L’ascesa e il declino di Monti rappresentano la lezione esemplare di come oggi il centro non possa ambire ad una propria rappresentanza in parlamento. Può al contrario essere colonizzato dalle forze che si collocano alle ‘ali estreme’. Un leader di scuola democristiana come Renzi si è saldamente posizionato a metà del continuum elettorale. E l’ha fatto nel solo modo possibile. Cioè portandosi dietro tutto il Partito Democratico. 

Il Pd non è un partito centrista. La sinistra ha sempre l’ultima parola nella segretaria nazionale e nel governo. Ma resta il fatto che il premier, agli occhi dell’elettorato, è un moderato. Un risultato magistrale che è stato raggiunto grazie ad una tattica comunicativa che ha avuto i suoi punti di forza nel braccio di ferro con la Cgil sull’articolo 18 e nell’inno alla rottamazione che ha contrapposto la nuova leadership renziana alla obsoleta dirigenza post comunista. Che si tratti di propaganda è innegabile: lo statuto dei lavoratori è vivo e vegeto e la vecchia guardia cresciuta all’ombra di Berlinguer esercita ancora una notevole influenza. 

Ma era inevitabile che in presenza di un equilibrista come Renzi, o dell’ancora più mite e conciliante Enrico Letta, il centro si svuotasse di una proposta politica capace di guadagnare l’indipendenza per distinguersi dai ‘poli’. E’ proprio questo il punto. Allo stato attuale non sembra possibile garantire spazio di manovra a chi decide di costruire un partito dalla precisa fisionomia centrista. 

Se gettiamo uno sguardo sull’altro versante si vede subìto come lo scenario non cambia. Il Nuovo centrodestra è schiacciato fra il centro a trazione Pd e Forza Italia, occupando uno terreno così esiguo da minacciarne la sopravvivenza. Un destino precario che è stato ripetutamente confermato dalle deludenti prestazioni elettorali e dai sondaggi che fotografano quotidianamente l’inarrestabile contrazione del consenso. Anche il tentativo di cambiare nome in Area Popolare per ispirarsi al Ppe di Strasburgo non sembra aver interrotto la tendenza. Ncd paga il difetto di origine di una forza politica che si dice di centrodestra ma governa ormai in modo stabile con la sinistra. Per di più senza condizionare in modo decisivo l’azione di governo. Un centrismo tout court, anche in questo caso, non pare proprio possibile. 

Il mercato elettorale pretende una immediata riconoscibilità per i partiti e i loro leader. Il progetto di Ncd non è sufficientemente comprensibile come non lo è quello di Forza Italia quando eccede nel tendere la mano a Renzi, tradendo smaccatamente la storia di Silvio Berlusconi che ha sempre utilizzato l’alternativa alla sinistra come messaggio principale. 

Ma se il leader di ‘Scelta Civica’ ha perso il suo partito, non è solo perché ha preteso di collocarsi a metà di uno schieramento che risulta indifendibile da quando alla guida del Pd c’è Renzi. Monti ha perso nel tempo la sua leadership a causa delle ingerenze della troika europea e di una politica fiscale assassina che hanno caratterizzato il suo governo. L’ex premier, in sostanza, è risultato incompatibile con l’attualità dove ha preso il largo l’antipolitica e dove domina la repulsione verso lo Stato ‘ladro’. Oggi sono Renzi e Salvini a godere dei maggiori riscontri nei sondaggi: il primo si è aggiudicato la tornata delle europee grazie alla ‘mossa’ populista degli 80 euro, l’altro ha risollevato una Lega morta e defunta con lo slogan ‘no euro’ e con il mito di un’aliquota unica al 15%. 

Monti, già pochi mesi dopo il varo dell’esecutivo Letta, aveva perso i suoi sostenitori fino a quando è arrivato Renzi a reclutare gli ultimi sopravvissuti di un partito che ha pagato la causa della mancanza di leadership e che è miseramente crollato sotto i colpi della della pressione esercitata dai poli. Un’aggressione che ha premiato, come sempre accade in questi casi, il soggetto che in questa fase storica ha un potere politico maggiore. Ovvero il Pd di Renzi. 

La parabola politica di Monti insegna che la logica bipolare regge e che almeno allo stato attuale non pare possibile ipotizzare la nascita di un grande partito centrista. Sono piuttosto i poli della destra e della sinistra a convergere verso l’area mediana dell’elettorato, togliendo la terra sotto i piedi a chi ha l’ambizione di costruire una forza politica che pretende di incarnare l’equidistanza fra le due estremità. 

Il successo del Pd renziano, disposto a smarcarsi dalla Cgil, e la Lega ‘pigliatutto’ di Salvini che è pronta addirittura a lanciare una versione sudista del Carroccio per strappare consensi trasformandosi così in una forza federalista nazionale, ne sono la prova più evidente. 

L’operazione di radicare e consolidare al centro un partito che possa all’occorrenza agganciarsi alla destra o alla sinistra per poter trarre maggiore beneficio da un sistema di alleanze ogni volta modificabile, sembra destinata a non raggiungere l’obbiettivo. I cittadini esigono dalla politica predisposizione al rischio e chiarezza nel definire mezzi e obbiettivi. La lotta per la conquista del potere può essere tollerata e diventare anche molto appassionante, ma deve essere vera. Deve, cioè, includere il brivido della sconfitta. Chi pretende di giocare una partita senza mai rischiare di perdere, è visto come il ‘furbo’ di turno e non può che entrare in collisione con il sentimento dell’opinione pubblica. Proprio come è successo a Mario Monti e a Scelta Civica, il grande partito di centro svanito nel nulla in men che non si dica e che sono in pochi a rimpiangere. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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