SOLO AL COMANDO | 20 Febbraio 2017

Muore il Pd e nasce il Partito della Nazione

Renzi fa precipitare il Pd nella spirale dell'autodistruzione con l'obbiettivo di ottenere una pronta e definitiva reinvestitura. Ma la nuova creatura è più vecchia e fragile della precedente. E di democratico ha veramente poco

di ROBERTO BETTINELLI

Alla fine Renzi ce l’ha fatta. I 700 delegati dell’Assemblea nazionale del Pd hanno ratificato la morte del partito nato dalla fusione di Margherita e Ds. E’ nato, finalmente, il Partito della Nazione al quale l’ex premier sta lavorando da quando ha vinto la sfida delle primarie e si è imposto alla guida del Paese grazie alla sponsorizzazione dell’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano.

All’hotel Parco dei Principi a Roma è andata in scena la tragedia del principale partito della sinistra italiana che, a dieci anni dalla fondazione, è letteralmente imploso a causa della condotta di un leader che non riesce a considerare nessun tipo di scenario se non quello che contempla in via esclusiva le proprie ambizioni.

Incurante della sconfitta delle amministrative del 2016 quando il Pd ha perso i comuni di Roma e Torino, è stato costretto al ballottaggio a Bologna e ha dimezzato i voti a Napoli accusando un autentico prosciugamento del consenso in Lombardia dove ha vinto per un soffio a Milano. Incurante della batosta accusata nel voto referendario quando l’ex premier ha tentato di liquidare con un’operazione suicida la tradizione costituzionalista della sinistra. Incurante di un pacchetto di riforme che è stato sistematicamente bocciato dalla Consulta, Renzi è andato fino in fondo. Agevolato dall’asse privilegiato con il collega popolare Dario Franceschini, ha rassegnato le dimissioni in perfetto stile democristiano con il solo fine di ottenere una pronta e inossidabile reinvestitura.

A fronte di una strategia meditata fin dal tracollo dell’esperienza governativa, la sinistra dem è stata costretta a trasformarsi in una forza residuale interna oppure a imboccare la strada drammatica della scissione. Uno scenario che, in definitiva, corrisponde puntualmente a ciò che Renzi ha sempre preteso dopo i mille giorni di un governo che non ha mai smesso di fare i conti con gli effetti destabilizzanti del ‘fuoco amico’. Oltre a subire gli attacchi dei rivali ufficiali, Salvini o Meloni, l’ex premier ha dovuto fronteggiare l’indefessa e logorante opposizione che di volta in volta è stata animata da Bersani, Cuperlo, D’Alema, dai governatori Emiliano e Rossi, dai giovani turchi come Roberto Speranza. Insomma la ‘sinistra sinistra’ del partito che si è ribellata apertamente per non subire l’epurazione al momento di stilare le liste elettorali.

La scissione, come ha assicurato il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, è ormai in atto al punto che i fuoriusciti del Pd e Sinistra Italiana stanno organizzando un gruppo parlamentare autonomo. Un esodo che, nella prospettiva di un ritorno alle urne, può ingrossarsi raccogliendo la lista di Massimo D’Alema e il ‘Campo Progressista’ di Giuliano Pisapia, entrambi disposti ad inaugurare percorsi autonomi. Renzi si dice soddisfatto dall’esito dell’assemblea romana e ha prospettato un calendario che prevede le primarie a maggio e il voto dopo l’estate.

Ma il nuovo quadro indebolisce fortemente il segretario dimissionario, costretto a misurarsi con un partito dai confini meno ampi, privo dell’aura comunitaria che ha sempre avuto e sul quale incombono grossi sospetti in merito alla linea identitaria. Scavalcato a sinistra da un nuovo polo che al momento appare ancora confuso e tutto da definirsi, il Pd sopravvissuto alla scissione dovrà necessariamente stringere accordi e alleanze se vuole ambire a governare il Paese e dovrà farlo proprio con chi oggi ha pronunciato la parola addio. Nella logica proporzionale che si è affermata con la bocciatura dell’Italicum, tanto per essere chiari, Renzi dovrà ricongiungersi ai compagni di un tempo dentro una coalizione. Il che rappresenterà certamente un problema per lui tanto più che sarà ineluttabile la costruzione di patti più o meno taciti fra gli ex ormai diventati avversari espliciti e chi invece ha scelto di rimanere ma attestandosi su posizioni contrarie. Se la scissione c’è stata a provocarla è stato, oltre al modo delle candidature per Camera e Senato, un programma di governo giudicato insufficiente agli occhi della sinistra sul fronte della giustizia sociale e dell’uguaglianza, inanellando una serie di errori intollerabili che hanno raggiunto l’apice con il Jobs Act e la riforma costituzionale.

Il ricatto al quale Renzi si illude di essersi sottratto nell’immediato potrebbe quindi presentarsi in seconda istanza e con metodi ben più persuasivi. L’alternativa, sempre disponibile per chi come Renzi fa della realpolitik il faro della sua azione e del suo pensiero, sarebbe un’alleanza estesa ad Alfano e Forza Italia con il desiderio neanche troppo celato di saccheggiare il bacino di consenso dei berlusconiani. Un obbiettivo sempre presente nelle mosse dell’ex premier ma che è già fallito una volta e che difficilmente potrebbe riuscire grazie al nuovo tentativo. Se c’è una regola che caratterizza il quadro della politica contemporanea, infatti, è proprio la misera e ingloriosa fine che attende coloro che decidono di venire a patti con il Pd di Renzi. Alfano è un esempio lampante ma lo stesso Berlusconi ha provato sulla sua pelle che cosa vuol dire sedersi al tavolo della trattativa con Renzi.

Il Nazareno post scissione mette in luce fin da subito limiti strutturali che non ne agevolano la sopravvivenza: un rischio palese di infedeltà verso la tradizione della sinistra, una perdita sconfortante della vocazione maggioritaria che ha accompagnato la vita del partito fin dal battesimo tenuto da Walter Veltroni, un’irriducibile ambiguità sul fronte delle alleanze con uno sbilanciamento imbarazzante a favore di Alfano e Berlusconi, una disperante incapacità di recuperare i flussi di consenso in fuga verso il Movimento 5 Stelle, una fragilità insuperabile nel competere con le forze nascenti della ‘sinistra sinistra’ rispetto ad una maggioranza schiacciante della base che giudica negativamente la separazione, un liderismo estremo che comprime la vita dell’unico partito di massa rimasto sulla scena politica nazionale sulle volontà di un uomo solo al comando.

Situazione, quest’ultima, in piena sintonia con la ‘democrazia dei leader’ che si qualifica ormai come il modello dominante nel mondo occidentale ma che è visceralmente in contrasto con l’assemblearismo invocato dal popolo della sinistra, sempre pronto a rivendicare una maggiore partecipazione e sempre smentito dalla pubblicistica del Pd, incarnato alla perfezione nei mille giorni a Palazzo Chigi di Renzi che si sono conclusi con l’umiliante debacle del referendum.

Il congresso lampo del Pd è e sarà un congresso finto al termine del quale lo status quo sarà confermato e il partito, complice la debilitazione della minoranza, risulterà più spento e banale proiettando un film già visto e già censurato dagli elettori. Tutto tranne che un buon viatico per aumentare le chance di vittoria nella prima sfida elettorale disponibile inaugurando altri quattro anni di segreteria all’insegna di un mortificante e sterile assolutismo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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