ITALICUM ADDIO | 13 Settembre 2016

Napolitano e la parentesi democratica

Dopo averla spacciata come la migliore legge elettorale possibile, Napolitano affossa l’Italicum e viene subito imitato dal premier. Il motivo? Non assicura più al Pd una vittoria elettorale perpetua. Da Monti a Renzi,le forzature dell'ex migliorista

di ROBERTO BETTINELLI

Il fatto di essere stato il primo presidente della Repubblica a superare il limite del settennato, rimanendo in carica dal 2006 fino al 2015, fa certamente di Giorgio Napolitano un unicum fra le personalità che hanno dominato la vita politica italiana. 

Ma a questo elemento che potrebbero apparire di mera natura formale, bisogna aggiungere una caratteristica che ha ben contrassegnato il comportamento dell’ex ispiratore della destra Pci, il cosidetto 'miglorismo', e che è emerso nel dibattito in corso sulla legge elettorale dell’Italicum. 

Una legge che prevede l'assegnamento del 54% dei seggi al vincitore del ballottaggio e che sia Renzi e sia Napolitano hanno sempre visto con grande favore, al punto da sottoporre il parlamento ad ogni genere di forzatura pur di giungere all’approvazione finale. 

Un risultato che, vista la complicità di una buona parte dell’ex Pdl confluito nella formazione di Ncd, è andato in porto. Ma che ora non piace più all’ex capo dello Stato e conseguentemente al premier. Questo, infatti, non ha mai negato il rapporto di subalternità programmatica prima ancora che istituzionale verso l’anziano presidente. Napolitano è stato indiscutibilmente il mentore di Renzi e fra i due la relazione gerarchica non è mai stata messa in discussione. 

Ma veniamo al motivo della caduta di popolarità dell'Italicum. Le ultime elezioni comunali, nelle quali il Movimento 5 Stelle ha battuto sistematicamente il Pd ogni volta che le urne hanno reso necessario il ballottaggio al secondo turno, hanno convinto i vertici del Nazareno della inadeguatezza della legge elettorale per i propri fini. 

Il mercato partitico, nella sua configurazione attuale, è caratterizzato non più da un secco bipolarismo che si regge sulla competizione fra centrodestra e centrosinistra, ma da un tripolarismo che si basa su una nuova e scomoda presenza: i 5 Stelle. Un movimento, quello di Grillo, che ha dimostrato ampiamente di catalizzare i voti degli elettori di centrodestra con la conseguenza che il Pd è stato sistematicamente e sonoramente battuto.

Un esito nefasto per il presidente del Consiglio e per il suo partito, obbligati a constatare il fallimento della strategia di sfondamento al centro perseguita da Renzi fin dall’inizio del suo insediamento a Palazzo Chigi. I delusi della destra o del centro che guarda a destra, che pure non sono pochi, preferiscono i grillini all’alternativa di un Pd che ideologicamente resta aggrappato ai fondamenti culturali della sinistra e del socialismo. Un riferimento ideale che resiste per quanto, tatticamente, il piano prevalente sia stato finora quello di vagliare strade eterodosse per l’acquisizione di un consenso maggioritario nel Paese. 

L’Italicum, agli occhi del presidente del Consiglio e di Giorgio Napolitano oltre che dei massimi dirigenti del Pd, è ormai una legge che estende a livello nazionale il rischio più che fondato di una sconfitta al ballottaggio già sperimentata nella prova delle elezioni amministrative. E’ una trappola mortale. E come tale va evitata a tutti i costi. Da qui l’inversione di tendenza rintracciabile nelle dichiarazioni di Napolitano che sono diventate via via sempre più critiche fino alla stroncatura inappellabile. Un battage condotto tramite interventi mirati sui principali organi di informazione e al quale, ineluttabilmente, hanno fatto seguito la conversione e il supino adeguamento del premier. 

Non bisogna dimenticare che Renzi è stato portato a Palazzo Chigi senza passare attraverso un’investitura popolare grazie proprio alle sapienti trame dell’ex presidente della Repubblica. Una formula, quella del ‘premier non eletto’, rozzamente sbrigativa e altamente lesiva della comune prassi democratica. Un percorso che Napolitano ha imboccato senza timore, forte di una classe parlamentare che mai sarebbe tornata al voto mettendo in pericolo la conquista dell’ambito seggio, e che aveva già dimostrato di padroneggiare ai tempi di Mario Monti. Soltanto in quel caso, per salvare le apparenze, aveva utilizzato lo strumento della nomina del senatore a vita. Un’opportunità concessa dalla costituzione, e in forza della quale, gli italiani sono stati costretti a subire contro il loro volere uno dei governi più iniqui e repressivi della storia repubblicana. 

Ma una revisione così repentina come è quella che ora si appresta a colpire l’Italicum, ha il pregio di rivelare quale era l’autentico scopo della legge elettorale: garantire la vittoria perpetua all’attuale partito di maggioranza relativa. Ossia il Pd. Un obbiettivo smascherato dal cambiamento traumatico dello scenario politico con il dilagare dei 5 Stelle e il parallelo esaurimento della sintonia fra il Paese e Renzi. 

Quella che doveva essere la legge migliore, capace di fornire i capisaldi della governabilità e della stabilità, tutto ad un tratto si è trasformata nella peggiore delle opzioni praticabili. Una valutazione poco realistica e che nasce evidentemente dalla preoccupazione di preservare il potere a chi lo detiene attualmente: Renzi e il Pd.

Prima, nel confronto elettorale a due, l’Italicum andava più che bene. Ora, in quello a tre, è da eliminare quanto prima. Il risultato sarà un duro intervento sul piano normativo che farà tabula rasa, molto probabilmente, del ballottaggio. Una ‘manutenzione’ che sarà spacciata come ragionevole e dovuta, trattata pubblicamente alla stregua di una miglioria indispensabile, ma che andrà a penalizzare senza ombra di dubbio gli sfidanti che al momento appaiono in maggior forma, i grillini, agevolando l’operato del governo e del premier.

Un'impostazione che non fa onore a Renzi che, smentendo clamorosamente sè stesso, ha già detto che non se ne andrà nel caso di una sconfitta nel referendum costituzionale. Una ritrattazione che ha minato definitivamente una credibilità tutta da fondare davanti agli occhi dell’opinione pubblica. Le promesse di un rilancio dell’economia e dell’occupazione, i veri tormentoni del presidente del consiglio, sono rimaste lettera morta. Slogan vuoti e lontani dal descrivere una situazione generale ben più drammatica e disperata.

Ma un simile atteggiamento scredita, prima ancora del premier, colui che l’ha collocato alla guida del Paese. Napolitano, dopo aver costretto gli italiani a subire due governi non eletti dal popolo, è arrivato al punto di ritirare pubblicamente, pregiudicandone in ultima istanza la fattibilità, una legge elettorale che a suo dire doveva migliorare il funzionamento della democrazia. Il che ne fa, ovviamente, un politico incapace di essere super partes, interessato più alle sorti del suo partito di origine che non al destino della nazione, abituato ad aprire e chiudere pericolose parentesi nello svolgimento della normale dialettica democratica. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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