EXIT STRATEGY | 27 Dicembre 2014

Nato-Russia: la strada della diplomazia

La guerra finanziaria contro la Russia è un vero boomerang per Usa e Nato. L'Ue nel guado delle sanzioni. C'è una sola 'exit strategy': riconquistare un'influenza stabilizzante mediante la 'dipendenza' dal petrolio e dal gas di Mosca

di GERARDO COCO

Nelle ultime settimane sono accaduti tre fatti importanti: la rivalutazione dl dollaro, il crollo del rublo e quello del prezzo del petrolio.  Come mai il dollaro si è rivalutato se gli USA hanno un debito superiore al 100% del PIL (escluse le unfunded liabilities o passività fuori bilancio, altrimenti sarebbe più del doppio) e tassi di interesse congelati a zero perché la loro economia e il debito non possono tollerarne uno più alto?

La risposta è: dopo la colossale svalutazione dello yen e l’indebolimento dell’euro, i capitali  affluendo nel paese hanno fatto salire la valuta americana che oggi, incredibile dictu, è ritenuta moneta rifugio. E come mai il rublo è crollato se il debito russo è pari a solo il 13% del PIL, la bilancia dei pagamenti è in attivo e il tasso di interesse è stato da poco aumentato dalla banca centrale dal 10.5 al 17%? E’ il rublo che avrebbe dovuto aumentare di valore, non il dollaro.

Al forte rialzo del dollaro si è accompagnata la caduta libera del petrolio come il grafico dell’Energy Information Administration (EIA) evidenzia (in fondo all'articolo). L’andamento dell‘indice del dollaro (linea verde) che misura la valuta americana in rapporto alle altre, ha un’impennata speculare e opposta alla quotazione del brent (linea verde), riferimento europeo del greggio. Su questo contrasto si sono fatte molte illazioni. Per alcuni si è trattato di un piano americano attuato con le monarchie saudite e OPEC per destabilizzare la Russia; per altri è stata la risposta dell’OPEC ai produttori concorrenti dello shale oil. Niente di tutto questo, come vedremo.

L’assalto occidentale
Cominciamo dal rublo. Il suo crollo è conseguenza della campagna punitiva dell’America contro la Russia orchestrata dalla propaganda occidentale dopo le sanzioni economiche per il suo l’intervento in Ucraina. Molti capitali hanno lasciato il paese e il valore del rublo è sceso del 50% rispetto al dollaro perdendo in un solo giorno, Martedì 16 dicembre, il 10%, dopo che Barack Obama aveva affermato di voler applicare sanzioni più dure. Lo stesso giorno il Financial Times scriveva:

“La scivolata valutaria riflette la crescente convinzione dei mercati finanziari che Putin non agisce più negli interessi del suo paese ma è tutt’intento a perseguire illusori obiettivi geopolitici. La  NATO, aggiunge il quotidiano finanziario, dovrebbe togliergli il dubbio che la de-escalation in Ucraina ridurrà la pressione internazionale sull’economia Russa. La speranza è che ora Putin trovi lo stato d’animo per cambiare rotta.” (The rouble crisis reveals Putin’s strategic failure Dec.16, 2014)

Sulla stessa linea il New York Times: “La cosa ragionevole per Putin è ritirarsi dall’Ucraina. Ciò allevierebbe la crisi e darebbe spazio ai suoi funzionari per avviare la risoluzione dei problemi economici del paese. Il problema è se questo leader sconsiderato sia stato sufficientemente castigato per cambiare rotta”. (The Ruble's Fall and Mr. Putin's Reckoning Dec. 16, 2014)

Anders Aslund,del Petersen Institute for International Economics, invece scrive: “Le banche occidentali stanno stringendo il cappio intorno al collo finanziario della Russia che, tagliata fuori dal credito internazionale, verrà strangolata dai parassiti finanziari di Wall Street e dalle loro controparti europee. Se la Russia dovesse accettare il diktat USA-NATO la sua resa sarebbe porrebbe le basi per ulteriori richieste, il cui esito finale sarebbe il default del paese”. (The only cure for what plagues Russia, FT Dec.17 2014).

Il crash del petrolio
Alla caduta del rublo si è accompagnata quella del prezzo del petrolio causando un danno enorme alla Russia in quanto la maggior parte sue delle riserve valutarie dipendono dalla materia prima. Ma, qui, le cospirazioni non c’entrano. E’ stato, per dirla con Nassim Taleb, un cigno nero, quella brutta sorpresa che arriva quando si è distratti o si chiudono gli occhi davanti a realtà che non si vogliono ammettere. E la realtà è che siamo entrati nella Grande Depressione 2. Ma siccome dirlo è sacrilego, è stato impossibile per la maggior parte degli analisti prevedere una caduta del prezzo del 40%. Da 20 dollari al barile nel 2001, il greggio è schizzato a più di 150 nel 2007, prima di stabilizzarsi a circa $100 nei cinque anni successivi. Sembra normale che nel 2012 sia occorsa una quantità di greggio cinque volte maggiore di quella del 2002? La verità è che anche prezzi del petrolio nell’ultimo decennio sono stati guidati dalla stessa dinamica monetaria delle banche centrali che ha prodotto gli aumenti artificiali dei prezzi delle attività finanziarie e immobiliari. La volatilità del dollaro è l’altro fattore che ha depresso il prezzo del greggio perché quando la valuta americana si rivaluta, il prezzo del greggio diminuisce.

Ora una minoranza ha capito che il tempo del denaro facile sta volgendo alla fine. E’ un caso che la caduta del greggio sia iniziata quando la Federal Reserve ha annunciato di voler ridurre nel 2015 il quantitative easing? Tuttavia, poiché la FED, con la depressione alle porte, continuerà la campagna di monetizzazione, nel 2015 il dollaro si svaluterà facendo di nuovo impennare il prezzo del greggio.

Ora i paesi produttori non adeguano l’offerta al calo della domanda poiché il loro reddito è troppo dipendente da questa fonte energetica e preferiscono produrre a prezzo ridotto. Ma i maggiori problemi li hanno i super indebitati produttori americani di shale oil che hanno investito quando il greggio era a 100 dollari e sotto il break even point di 75 hanno perdite enormi.

La Russia ha risentito del calo ma poiché il petrolio è commercializzato in dollari, può vendere il suo prodotto con la moneta rivalutata pagando i costi con il rublo svalutato, il che le permette di continuare a investire nel settore. Vero è che i consumatori russi risentiranno del peggioramento delle ragioni di scambio che potrebbe importare inflazione nel paese ma l’aumento del tasso di interesse al 17% dovrebbe evitarlo.

L’assalto occidentale al rublo non ha indebolito in patria la popolarità di Putin che dall’inizio della crisi ucraina è aumentata, mentre il basso prezzo del petrolio è funzionale ai mega accordi  energetici che ha stretto con la Cina, stipulati in rubli e yuan e che minacciano l’egemonia del dollaro. Putin quindi nel lungo termine se la caverà poiché le perdite a breve termine sul petrolio saranno compensate dai vantaggi a lungo termine con il Dragone, da poco, diventato la prima economia mondiale.

Il dollaro e le mosse di Putin
Il professor Steve Hanke della Johns Hopkins University, esperto in problemi monetari, ha scritto sul Cato Institute (Currency Wars, the Ruble and Keynes Dec.2014) che la Russia, per evitare l’instabilità valutaria, dovrebbe abbandonare il cambio flessibile e legare il rublo al dollaro come hanno fatto Saudi Arabia, Kuwait, Qatar e gli Emirati Arabi. Il rublo, emesso dalla banca centrale, sarebbe convertibile nella moneta di riserva a tasso fisso (currency peg). In altre parole, secondo il professore, la Russia, come un paese coloniale, dovrebbe rinunciare ad una politica monetaria autonoma facendosi garantire il rublo dalla Federal Reserve che apprestandosi, nel 2015, a pompare dollari  per evitare il panico finanziario conseguente alla chiusura di metà degli impianti di shale oil, scaricherebbe tramite la parità fissa, tutta l’inflazione sulla Russia. Un’ipotesi irrealistica quella di Hanke, anche lui, incurante dei cigni neri. La ripresa americana è un bluff (altrimenti il tasso di interesse ufficiale non sarebbe a zero e 50 milioni di americani non farebbero la coda per i buoni pasto). Il dollaro, in prospettiva, è condannato poiché è matematico che il valore attuale di qualsiasi bene (moneta inclusa) prodotto in quantità illimitata e a costo zero, è zero. In pratica il dollaro non lo è perché servendo a pagare petrolio, tasse e debiti immani, continua ad avere una forte domanda. Ma per quanto tempo ancora? Il mondo si è ormai avviato ad un regime valutario multipolare e la moneta di riserva in dieci anni è passata dal 72% al 60% delle riserve totali, mentre il FMI sta già studiando una nuova Bretton Woods. Per capire quanto il dollaro sia fragile basti pensare che se la Cina decidesse di vendere gli oltre 3 trilioni di riserve accumulate in forma di titoli del tesoro americano (che corrispondono a debito inestinguibile) ne farebbe crollare il valore spingendo il tasso di interesse alle stelle e scatenando iperinflazione. Proprio per coprirsi contro questo rischio, la Cina ha fatto incetta di oro e così sta facendo la Russia.

Conclusione. La guerra finanziaria contro la Russia e il calo del petrolio si è rivelato un boomerang per gli USA e la NATO. Nella storia le sanzioni sono sempre state controproducenti, facendo vittime solo tra le popolazioni. In questo momento i paesi della Nato farebbero bene a riscoprire la diplomazia. Perché se continuano fare la guerra a Putin, il capo del Cremlino potrebbe dire: “Signori, se volete il gas per le vostre industrie, da oggi in poi, dovrete pagarlo in rubli”. Oppure: “Non vi pagherò le rate di debito che scadono all’inizio del 2015”. Il sistema bancario europeo, già orrendamente sottocapitalizzato, crollerebbe all’istante e Dio sa cosa succederebbe all’industria europea. È quindi necessario che la UE torni a riconquistare un'influenza stabilizzante sulla Russia mediante la dipendenza dal petrolio e gas di questo paese. Almeno fino al prossimo cigno nero.


GERARDO COCO

Economista e consulente industriale, laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari in Inghilterra. Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di New York, al Mit di Boston e alle Nazioni Unite. Fa parte del comitato scientifico dell’università popolare Unimeier di Milano dove tiene corsi di economia e finanza rivolti agli imprenditori.

 

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