CENTRODESTRA | 18 Marzo 2015

Il futuro: «Forte leadership dei moderati»

Da dove ricostruire il centrodestra? Parla l’assessore regionale Ncd Mauro Parolini: «La condizione essenziale è una forte leadership dei moderati a guida della coalizione». Ma oggi non è così: «Col Pd governo di salvezza nazionale»

di LUCA PIACENTINI

Per rilanciare Ncd «serve un leader del Nord», capace di parlare all’area più avanzata del paese. Mentre la ricostruzione del centrodestra dipende dalla creazione di una forte leadership moderata. Esponente di spicco del Nuovo Centrodestra in Lombardia, assessore regionale con deleghe a Commercio e Turismo nella Giunta Maroni, Mauro Parolini parla della situazione politica e rivendica l'identità culturale del partito: difendiamo la società che si organizza, mentre la sinistra identifica l'interesse pubblico con lo Stato. Ma oggi gli estremismi di Salvini ostacolano la ricostruzione dell'alleanza che nel 1994 e nel 2001 ha consentito di battere il centrosinistra. La scelta di stare con Renzi? «Governo di salvezza nazionale. Se il Pd si fosse alleato con Grillo per l’Italia sarebbe stata una catastrofe». 

Il Nuovo Centrodestra è al governo con il Partito Democratico, invece in Regione è alleato con Forza Italia e la Lega. Si tratta di scelte agli antipodi. Quanto sostenibili sul lungo periodo, soprattutto agli occhi degli elettori?

«Il quadro delle allenze è chiaro: siamo un partito di centrodestra che fa riferimento al Ppe, nel quale ci collochiamo con gli altri partiti italiani e di cui non fa parte la Lega. Berlusconi e Forza Italia hanno sbagliato clamorosamente ad uscire dal governo, spinti da cattivi consiglieri. Il governo attuale è sempre più un governo di salvezza nazionale». 

In che senso?

«Forse abbiamo già dimenticato il tentativo di Bersani dopo le elezioni del 2013, quando cercò di dare vita ad un governo di estrema sinistra con i Cinquestelle: per l’Italia sarebbe stato un vero disastro. Oggi invece abbiamo un governo che governa, e il nostro contributo è di centrodestra: Irap, Jobs Act e libertà di educazione sono il segno della nostra presenza. Sull’Irap voglio dire che è stata istituita dal governo Prodi negli anni Novanta, sono passati i governi Berlusconi e nessuno l’ha mai né tolta né ridotta. E’ la prima volta che c’è una riduzione significativa, si tratta di un intervento storico ed è merito nostro. La cosa più importante è chiarire chi siamo, in quanto se perdiamo riferimenti ideali, orientamento politico e attuazione del programma, restiamo irriconoscibili, quindi inutili. Ma non è così: abbiamo un’idea chiara della società e dello stato e cerchiamo di applicarla là dove governiamo, che sia Roma, Milano, nelle Province o nei Comuni. Il futuro qual è? Difficile dirlo. Se Berlusconi decide di stare al seguito di Salvini facendogli da reggi coda, noi non ci saremo. L’occasione delle elezioni regionali sarebbe sfruttata meglio se in alcune Regioni si facessero liste del Ppe, che vanno avanti autonomamente. Temo però che non succederà. Ma è un altro degli errori di Forza Italia». 

E’ possibile un futuro in cui un centrodestra moderato ma forte riprenda la leadership della coalizione e riporti dentro anche chi raccoglie pulsioni più estremistiche? 

«E’ il modello del ’94 e del 2001, che allora aveva funzionato. Condizione essenziale è un centrodestra sufficientemente moderato, forte e che domina. E’ il programma del futuro, ma oggi non è così. Nel frattempo noi governiamo bene a Milano, dove c’è una maggioranza che riesce a trovare soluzioni ogni volta che affronta questioni decisive. Ma è una maggioranza priva di estremismi. La nostra sfida adesso è la riforma della Sanità. A Roma, come dicevo, si va avanti con l’idea di un governo di larghe intese o, meglio, di salvezza nazionale. Il futuro dipende dalle condizioni che si creeranno, in particolare dalla ripresa di una forte leadership del centrodestra moderato. Ma chi conosce il futuro è un profeta o racconta falsità: se qualcuno oggi mi dice che sa già come finisce, propendo per la seconda ipotesi». 

Lei è assessore nella giunta Maroni. Lavorando con il presidente della Regione ha imparato a conoscerlo. Che cosa lo distingue da Salvini? In Veneto, sulla partita di Tosi e delle regionali, Maroni è comunque allineato al segretario del Carroccio. Esiste davvero, in concreto, questa differenza tra la Lega di lotta e la Lega di governo? 

«Salvini non ha responsabilità di governo e dice quello che gli pare. Se le soluzioni che propone sono strampalate o inattuabilli, come le tasse al 13% o l’uscita dall’euro che neppure i greci considerano più come ipotesi, poco gli importa perché tanto la sua prospettiva a breve non è governare. Maroni invece governa, e quando deve scegliere su questioni concrete, decide insieme agli alleati, facendo scelte attuabili e coerenti col nostro programma. La differenza è tutta qui. Non giudico le persone, né valuto intime convinzioni. Guardo i fatti, i quali dicono che c’è chi protesta e chi governa: noi siamo con chi governa. E lo facciamo, mi pare, con risultati apprezzabili». 

Quella in Lombardia è un alleanza tradizionale di centrodestra. Qual è la differenza di approccio rispetto al centrosinistra? In cosa vi differenziate, ad esempio, dal Partito democratico? 

«Ho letto una dichiarazione in cui Renzi dice che le scuole paritarie sono utili all’asilo e alle elementari perché lì fanno supplenza allo Stato. Ecco: qui c’è tutta la differenza tra noi e il centrosinistra. Noi abbiamo un’idea di sussidiarietà per cui è lo stato a fare supplenza alla società e all’economia quando questa non ci arriva. Partiamo dall’idea di libertà e di una società che si auto organizza, mentre la sinistra ancora oggi parte da una concezione dello Stato che ha il monopolio dell’interesse pubblico, e chiede aiuto dove non riesce. Noi promuoviamo una società che con i corpi intermedi si organizza liberamente e provvede ai propri bisogni, mentre lo stato interviene dove la prima da sola non arriva, con regole e servizi che i privati da soli non possono fornire. E’ la definizione sintetica delle differenze tra noi e la sinistra. E’ chiaro che se si manifestasse in futuro una sinistra sussidiaria, rispettosa della libertà, capace di valorizzare l’auto organizzazione della società e dell’economia, il discorso cambierebbe. Ma qui entriamo nella verifica di ipotesi inesistenti. Se in futuro si manifestassero, saremo pronti a valutarle e a trarne le debite conseguenze. Ma oggi non ci sono». 

Commercio e turismo: come ha lavorato per sostenere il primo e rilanciare il secondo?  

«Primo: il commercio è in crisi perché la domanda interna è crollata, un modo per sostenerlo è aumentare la domanda favorendo l’integrazione con il turismo. Vale per la gran parte del nostro territorio, per le città d’arte o certe aree della pianura. Secondo: dobbiamo aiutare la rete commerciale ad adeguarsi al futuro, il che non significa trasformare gli imprenditori in dipendenti né, secondo il modello americano, immaginare grandi società che gestiscano i propri negozi con i dipendenti. Dobbiamo difendere la rete di micro imprenditori che costituisce la forza del nostro commercio. Come? Dandogli gli strumenti per mettersi insieme, così da realizzare ciò che da soli non potrebbero, cambiando la modalità con cui si propongono in modo da non subire i cambiamenti ma da governarli. Due esempi: le edicole e il commercio elettronico. In rapporto alle edicole l’obiettivo è estendere le tipologie di merci vendibili, aumentare le relative superfici e togliere qualche vincolo, farle diventare punti per l’informazione turistica. Così aiutiamo il commercio tradizionale a non perdere la propria specificità ma ad adeguarsi al quadro complessivo in costante mutamento. Il secondo esempio è l’e-commerce: può essere il nemico che uccide il commercio di chi ha una sede fisica oppure può diventare un modo di integrare ed estendere le capacità di vendita ad ambiti molto più grandi. Noi cerchiamo di favorire quest’ultimo approccio».

E sul turismo?

«Ho fatto approvare una legge totalmente innovativa. Tiene conto delle modifiche dell’offerta e della classificazione delle attività ricettive, la filosofia di base punta ad integrare settori diversi, quali commercio, turismo, cultura e sport, con i territori; facilita le azioni sinergiche tramite strumenti di parternariato pubblico-privato flessibili e integrati. La logica è questa: se c’è un consorzio di albergatori in un comune e questo da solo non può vendere all’estero, si mettano insieme ad altri ma senza perdere autonomia. Ognuno fa al suo livello quel che serve; insieme ad altri soggetti ciò che al suo livello non può fare, come la promozione e la fornitura di servizi integrati». 

Che ruolo gioca il Patto dello sviluppo? 

«E’ un patto complessivo: ognuno agisce secondo il proprio ruolo, l’economia non la fa la Regione, che può solo regolare e sostenere. Il patto implica l’ascolto nelle attività programmatorie tipiche della Regione. Il soggetto coinvolto in prima persona dice come vede le cose, la politica fa sintesi. E’ un buon metodo, che applichiamo ai settori di cui mi occupo direttamente». 

E’ d’accordo con l’abolizione delle Province? 

«Sono totalmente contrario. Quando togliamo un elemento, non possiamo sostituirlo con qualcosa che è peggio. E’ evidente che esistono partite da governare sul piano sovra comunale ma per le quali la Regione, essendo un livello troppo alto, non è adatta. Cosa mettiamo al posto delle Province? Uniamo quelle più piccole? Può essere. La Regione ci aveva provato creando i Comprensori negli anni Settanta, quando le Province erano meno strutturate e avevano meno competenze. Ma è servito solo costruire la carriera politica dell’ingegnere Fatuzzo, che propose un referendum per abolirli. Furono eliminati e nessuno ne sentì la mancanza. Fu chiaro a tutti che era meglio ripartire da strutture radicate quali le Province, che ci sono da 250 anni. Io sono bresciano anche se non abito a Brescia perché so che cosa vuol dire appartenere alla provincia di Brescia. Lo stesso vale per gli altri territori. Non tutte le realtà sono uguali ma sarebbe stupido buttare via le Province in sé, come strutture amministrative con forte base identitaria. Lo si sta facendo in modo surrettizio strangolandole, togliendo risorse e obbligandole ad abolire servizi. Questo però farà male non tanto alle Province quanto ai cittadini». 

Al Nord governa in Lombardia ma il Nuovo Centrodestra, nei numeri e nei sondaggi, è più forte al Sud. Come rilanciare il partito nell’Italia Settentrionale dando voce alle istanze della parte di paese più produttiva e avanzata? 

«Nelle elezioni politiche contano i numeri assoluti e in Lombardia, sul piano dei voti, da soli valiamo come molte regioni del Sud. E’ vero però che anche le percentuali contano e dicono che non riusciamo ad intercettare, oltre alle istanze di settori significativi e trasversali dell’elettorato, il voto di chi rappresenta il ceto medio in difficoltà, che è pur sempre la nostra forza. Dobbiamo presentarci anzitutto con un leader del Nord. E’ fondamentale. Abbiamo un leader nazionale valido e positivo, che lancia messaggi comprensibili e ben strutturati, ma ha una forte caratterizzazione del sud. Noi dobbiamo affiancargli un leader del nord che sia capace di fare sentire anche un senso di appartenenza». 

E’ sufficiente? 

«In secondo luogo dobbiamo essere più capaci di capire le specificità del nord. Come seguendo un pendolo che oscilla da un estremo all’altro, siamo passati da un federalismo esasperato all’idea che il centralismo sia la soluzione di tutti i mali. Lo Stato è totalmente inefficiente, penso al turismo dove le azioni statali ad oggi sono un disastro totale. Non è saggio sostituire un’inefficienza ad andamento variabile con un’inefficienza costante. E’ un’idea bislacca. Sono uno dei pochi autonomisti rimasti e sono convinto che l’autonomia sia un valore. L’Italia è il paese delle cento città. Su questo abbiamo costruito le nostre fortune. Pensare che il modello napoleonico sia quello giusto per salvare l’Italia è una sciocchezza. Tanto più che, a parte la Francia che pure ha via via diluito il centralismo ma che ha una storia del tutto diversa, i Paesi nati da storie simili alla nostra sono fortemente federali: la Germania, la Spagna e perfino il Regno Unito, che è sempre stato gestito in modo fortemente elitario, sta andando verso una gestione più federalista, nonostante l’esito del referendum scozzese. Il modello migliore corrisponde alla nostra storia: è quello federale. Le autonomie vanno difese perché l’alternativa è peggio. Ai miei colleghi del turismo ho detto: molti di noi sono bravi a promuovere le proprie Regioni, quasi nessuno va male come lo Stato, il problema è che ognuno va per la sua strada. L’alternativa non è l’omologazione ma la collaborazione tra Regioni e tra Stato e Regioni. Dobbiamo fare insieme quello che ciascuno da solo non può fare. Un modello semplice, che tutti capivano fino all’altro ieri, e che oggi sembra superato: non lo è affatto, rappresenta il futuro ed è il nostro modello». 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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