SCUOLA | 17 Giugno 2015

«Niente più assunzioni»: la debole minaccia del premier

Renzi usa la scuola come clava contro le opposizioni interne al suo partito. Così facendo svilisce ancora una volta il tema educazione: la battaglia politica non si fa sui contenuti, ma sulle assunzioni. Proprio come vogliono i sindacati

di ROSSANO SALINI

Vuoi per il malessere dato dai risultati poco incoraggianti delle amministrative, vuoi per il logorio delle continue trattative politiche, fatto sta che alla fine il presidente del Consiglio, parlando dalle poltrone di Porta a porta, ha deciso di sbottare contro gli oppositori, soprattutto quelli interni al suo partito: se andate avanti così non si assumono più i 100mila precari della scuola. Tiè.

Quando si sbotta lo si fa per una ragione precisa. Anche nella vita di tutti i giorni (molti pensino alle consuete dinamiche della vita di coppia) le cosiddette scenate o sfuriate, lungi dall'essere istintivi e non più contenibili travasi di bile, sono al contrario nella maggior parte dei casi delle calcolatissime decisioni. Che vanno prese ed attuate con rigore, pensando bene al raggiungimento dell'obiettivo.

Da questo punto di vista il premier ha sbagliato tutto. Ha sbottato dicendo che non si assumono più i precari, ma lo ha fatto senza lasciar intendere se questa è una decisione presa o una semplice minaccia. È una conseguenza inevitabile della situazione relativa al percorso legislativo del ddl? O invece c'è ancora un margine per venirne a una? Non si è capito nulla di tutto questo, e quindi già l'effetto sfuriata si è dileguato. Poi addirittura siamo arrivati al semi dietrofront in serata, con il solito tweet con un più o meno incoraggiante «noi ci siamo, spero anche gli altri». Insomma, non si è capito nulla, se sta benedetta riforma si fa o no, se si è impantanata definitivamente o no, se Renzi ci tiene o se la usa come arma contro il suo partito, se il punto essenziale sono le assunzioni dei precari o le importanti innovazioni in tema di autonomia scolastica.

Ma al di là del dato politico, che si avrà modo di risolvere in questa settimana decisiva durante la quale capiremo se effettivamente il ddl sulla scuola ce la farà a superare le forche caudine del Senato, quel che più lascia l'amaro in bocca delle dichiarazioni del premier è lo svilimento dei contenuti del disegno di legge. Anche da queste colonne era stata convintamente sottolineata la positività di alcune norme introdotte, un vero passo avanti nella delineazione di scuole come comunità autonome con un progetto capace di essere realizzato anche attraverso scelte coerenti e responsabili, come la selezione dei docenti.

Ora invece ci rendiamo conto che il punto vero è solo, e per l'ennesima volta, l'infornata di precari. E si capisce anche perché il presidente del Consiglio ha tenuto tanto a non scorporare dal resto del testo la questione dei precari, per poterla usare come arma, esattamente come sta facendo in queste ore. Una mossa intelligente, forse addirittura il grimaldello che permetterà alla fine l'attuazione del percorso legislativo avviato, se la minaccia dovesse sortire l'effetto.

Ma vedere per l'ennesima volta i provvedimenti scolastici ridotti a un puro dibattimento intorno alle assunzioni o meno del personale docente francamente deprime un poco. È una doccia fredda: vi eravate illusi che finalmente ci fossero sul tavolo questioni di merito, problematiche relative alla scuola in sé, per migliorarne la capacità di raggiungere gli obiettivi di istruzione e di educazione. E invece no: il problema centrale, su cui si snoda lo scontro politico intorno al tema scuola, è ancora un volta il nodo assunzioni, allo stesso modo come se ci si occupasse di un qualunque altro settore della pubblica amministrazione.

Partita aperta, dunque, al di là degli ultimatum o penultimatum. Ma lo sconforto per il fatto di vedere la scuola per l'ennesima volta ridotta a grande ammortizzatore sociale rimarrà al di là degli esiti politici di questa settimana decisiva. Sembra che non ci sia la possibilità di fare una vera, coraggiosa battaglia politica sui contenuti, per una scuola veramente capace di essere se stessa. Se si fa battaglia è solo per questione di assunzioni o stabilizzazioni. Da questo punto di vista, culturalmente parlando, i sindacati vincono ancora una volta la loro battaglia.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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