MEDIO ORIENTE | 04 Gennaio 2016

Nimr al-Nimr: storia di un “casus belli”

L’identità e la storia di un uomo la cui condanna a morte potrebbe scatenare un drammatico conflitto che può coinvolgere anche l'Europa

di COSTANTINO LEONI

Il nuovo anno è iniziato nel peggiore dei modi per il Medio Oriente. L’Arabia Saudita, sempre più in evidente crisi sia in campo estero che sul fronte interno, ha pensato bene di cominciare il 2016 condannando a morte 47 persone e dando così l’impressione, tutt’altro che velata, di voler superare il proprio triste primato dell’anno appena trascorso nel quale sono state eseguite più di 150 condanne. Fin qui nulla di strano, al di là dell’inutile sdegno dell’opinione pubblica occidentale, i Sauditi rimangono pur sempre nostri “alleati” nella guerra al terrore.

Il problema è che tra questi 47 personaggi condannati a morte per decapitazione (come sono civili i sauditi!) risulta esserci anche Nimr al-Nimr. Sull’identità di quest’uomo si sta leggendo di tutto in questi giorni e la confusione è tale che perfino alcuni rappresentanti dei Paesi europei hanno definito al-Nimr “un imam sciita”, definizione che risulta assolutamente ridicola visto che di “imam sciiti” non se ne vedono più dall’874 d.C.

Questa condanna a morte potrebbe con ogni probabilità scatenare un conflitto regionale su larga scala che non potrà esimere nemmeno la vecchia Europa da un intervento.

Ma andiamo con ordine. Tutti ricordano le primavere arabe in Tunisia, Siria ed Egitto. Pochissimi si ricordano delle proteste in Yemen. Nessuno (o quasi) di quelle in Arabia Saudita.

Fu proprio durante queste dimenticate proteste del 2011 che la carismatica figura di Nimr al-Nimr si impose come portavoce delle istanze della minoranza sciita del nord-est del Paese, denunciando i soprusi della monarchia Saudita.

Nato nel 1959, al-Nimr inizia la sua carriera religiosa come discepolo dell’Ayatollah (proprio così, ne esiste più di uno) Mohammad Hossein Shirazi per poi proseguire i suoi studi in Iran e in Siria. Tornato nel suo paese natale solo nel 1994, al-Nimr si distinse sempre per la sua presa di distanza dai due partiti politici sauditi della comunità sciita e per la grande attrattiva che i suoi discorsi esercitavano sui giovani. Ha più volte chiesto alla comunità internazionale, con evidenti scarsi risultati, di rispondere alle istanze di secessione degli sciiti sauditi. Fu arrestato diverse volte: la prima nel 2005 per aver “recitato in pubblico una preghiera sciita”, poi ancora nel 2006 con l’accusa di “sedizione”, una terza volta nel 2009 per aver denunciato le discriminazioni subite dagli sciiti a Medina da parte della polizia sunnita. La sua fama varcò presto i confini nazionali e fu invitato in tutte le comunità sciite presenti nel mondo, basti pensare che  anche in India e a New York ci sono state proteste in questi giorni. Rispetto agli altri leader religiosi dell’area, questo anziano shaykh dal turbante bianco non ha mai incitato alla violenza. Nell’ottobre del 2011 mentre i giovani sciiti venivano massacrati nelle strade dalla polizia, dal palco al-Nimr gridava: «Le autorità saudite si affidano ai proiettili, alle uccisioni e agli arresti. Noi abbiamo il dovere di affidarci al ruggito della parola, a parole di giustizia». Nel 2012 è stato arrestato per aver  “incoraggiato le manifestazioni” e aver “disobbedito ai regnanti”. Chi riuscì a visitarlo riferirà di evidenti segni di torture e annuncerà la sua intenzione di iniziare uno sciopero della fame. La detenzione continuò fino alla definitiva condanna a morte alla sua esecuzione avvenuta il 2 gennaio 2016.

È evidente che tra al-Nimr e Gandhi rimangono notevoli ed evidenti differenze, certamente non fu un santo, ma è indubbio che la sua protesta passiva, le denunce al regime sunnita, la presa di distanza anche da alcuni aspetti teocratici e violenti del regime iraniano lo rendono un piccolo eroe dei nostri giorni se paragonato alla schiera di tagliagole e doppiogiochisti che in questo periodo storico affollano la regione mediorientale. Purtroppo la sua esecuzione lo renderà un martire della fazione sciita, un vessillo che certamente non tarderà a sventolare sulle barricate dei pasdaran iraniani. I sauditi così facendo hanno, da una parte, mostrato il loro vero volto istigando Teheran allo scontro e, dall’altra, imbarazzato gli USA e i loro alleati occidentali che ora non possono giustificare, ma nemmeno possono condannare con troppo vigore, la messa a morte del religioso sciita per non compromettersi troppo e non concedere ancora spazio d’azione alla Russia di Putin, l’unico che davvero può sorridere in questo momento.

Le proteste continuano in Iran e questa volta nemmeno il moderatissimo presidente Rohani riuscirà a tenere a bada la folla inferocita in cerca di vendetta. Negli ultimi mesi Rohani ha tentato di mostrare il volto buono del popolo iraniano, gente fiera dalla storia millenaria da 37 anni ostaggio di una teocrazia folle e sanguinaria che di continuo chiama i persiani alla battaglia. Putroppo la folla freme. Prepariamoci ad affrontarne le conseguenze.

 


COSTANTINO LEONI

Nato nel 1990, si laurea in Lettere all'Università degli Studi di Milano con una tesi sulle Confraternite Islamiche in India. Frequenta il corso Magistrale di Scienze Storiche e Orientalistiche all'Univeristà di Bologna

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