AREA POPOLARE | 08 Giugno 2015

«No a forza sudista, un leader del Nord è possibile»

Il rilancio di Area Popolare. L’intervista al coordinatore Gaetano Quagliariello: «No a forza sudista. Siamo un partito nazionale. E’ possibile un leader del Nord». Il futuro del centrodestra: «Noi ci siamo, ma accordo su leadership e partecipazione»

di ROBERTO BETTINELLI

Le riforme e la durata del governo, il voto regionale che ancora una volta ha registrato risultati migliori nelle regioni meridionali imponendo l’urgenza di una svolta strategica che metta a tema la ‘questione settentrionale’, il rapporto con l'amico-nemico Renzi e ovviamente il futuro del centrodestra. Sono i temi affrontati nell'intervista al coordinatore nazionale di Area Popolare Gaetano Quagliariello all’indomani delle elezioni del 31 maggio.  

Una prova non facile per Ap, il partito nato dalla fusione fra il Nuovo Centrodestra e l’Udc con la missione di rappresentare la voce dei moderati su tutto il territorio nazionale e che nell’ultima tornata elettorale ha incassato il 4% dei consensi con quattro consiglieri eletti. La media ha accentuato ulteriormente il divario già emerso alle europee del 2014: poco interesse al Nord mentre il Sud ha messo in evidenza un gradimento più elevato.

Gaetano Quagliariello ha commentato i risultati con molta franchezza, dicendo che «i margini per restare al governo sono diminuiti e che l’Italicum deve cambiare». Una frase generata indubbiamente dall’esito delle urne che ha visto emergere con forza esplosiva la Lega e il Movimento 5 Stelle sollevando il problema di una legge che assegna il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione. Una situazione che oggi come oggi condurrebbe al ballottaggio il Pd di Renzi con una delle forze ‘antisistema’, tagliando fuori Area Popolare. 

Perché ha cambiato idea sull’Italicum?
«Ci siamo impegnati per il bene del Paese in un governo di emergenza che è nato con la missione di portare a termine le riforme. L’abbiamo fatto e continuiamo a farlo. In merito alla legge elettorale la mia posizione è razionale. Direi cartesiana. Vanno create al più presto le condizioni per una possibile coalizione».

Alfano ha sempre ribadito che è necessario ricostruire il centrodestra. Ma come è possibile farlo se si governa con Renzi?
«Non nascondo che si tratta di una contraddizione. Ma in politica questo accade di frequente. Ci sono contraddizioni felici e frustranti. La nascita di un governo di larghe intese come è quello che ci vede impegnati in una posizione di primo piano, è certamente una contraddizione felice. E per un motivo ben preciso: la sinistra non ha vinto le ultime elezioni politiche. Non avendo raggiunto la maggioranza del consenso, abbiamo preso atto che sarebbe stato un grave errore concederle tutto il potere. In più c’era il pericolo reale che si verificasse l’alleanza con il Movimento 5 Stelle…». 

Da qui il patto fra il Nuovo Centrodestra e il Partito Democratico…
«Non potevamo evitarlo. Ci siamo assunti la responsabilità di rappresentare le istanze proprie dell’elettorato che aveva votato il centrodestra. Così sono maturate le condizioni per costruire la maggioranza di governo. I nostri sforzi sono stati ripagati attraverso il varo di alcune riforme molto importanti. Posso fare gli esempi del Jobs Act e della responsabilità civile dei magistrati. Entrambi erano punti qualificanti del nostro programma». 

Governare fino al 2018 è un dogma o la legislatura potrebbe finire prima?
«I dogmi appartengono solo alla sfera religiosa. La politica è mutevole. Ma è evidente che il bene del Paese non può che ricondursi a una situazione di stabilità. Trovo naturale immaginare che la legislatura vada avanti fino a quando le riforme cruciali saranno approvate. La durata è funzionale a questo traguardo e all’organizzazione del referendum». 

Ma una volta concluse le riforme?
«Una volta fatte le riforme e riscritte le regole di funzionamento dello Stato quella che è stata una felice contraddizione cambierebbe di segno diventando frustrante e non più giustificabile». 

A questo punto che cosa potrebbe accadere?
«Ci troveremmo di fronte a un bivio: o si rinuncia al progetto che ha determinato l’esperienza del governo e si torna ognuno nei confini della propria parte politica oppure no con la conseguenza di trasformare un governo di emergenza in in un governo politico a tutti gli effetti… E’ una scelta che dipende da noi indubbiamente, ma dipende anche e soprattutto dalle altre forze che potrebbero ritrovarsi nella coalizione». 

Nel voto regionale Area Popolare ha costruito un'alternativa alla sinistra e al Pd. Qual è il bilancio?
«In sette regioni su sette abbiamo sostenuto in modo leale la coalizione alternativa al Partito Democratico. Sottolineo che in Campania e in Toscana abbiamo appoggiato apertamente e con determinazione il candidato di Forza Italia. Non mi sarei aspettato un gesto di gratitudine da parte di chi ha beneficiato del nostro aiuto, ma nemmeno di essere bersagliato in continuazione da accuse di tradimento e di ‘poltronismo’…»

Il partito è più radicato nel Sud. Ma se il leader fosse un uomo del Nord potrebbe cambiare lo scenario? 
«Credo che il progetto di Area Popolare non possa essere disgiunto da una vocazione autenticamente nazionale. Non abbiamo intenzione di dare vita a una roccaforte sudista. E’ una cosa che non interessa né la classe dirigente né gli elettori del partito. Siamo una forza nazionale a tutti gli affetti. Una leadership affidata a una figura che sia espressione delle regioni del Nord non solo è possibile ma credo che sia una questione da porre concretamente».

Senza Lega il centrodestra non vince da nessuna parte. Ma dove non si vince non si governa…
«La politica è evoluzione. Nulla rimane tale e quale. Nel rapporto con la Lega Nord esistono difficoltà rilevanti che non possono essere tenute nascoste. Il tema dell’Europa e del rifiuto della moneta unica sono gli esempi evidenti di una grande distanza. Ma nulla è definitivo e ci sono dei precedenti che possono agevolare approfondimenti programmatici utili in questa direzione. Siamo stati i primi a parlare di flat tax. Soltanto che l’abbiamo fatto con termini e riferimenti più seri rispetto al repertorio della Lega che ha tradotto l’argomento in un semplice strumento elettorale. Confrontarsi in ogni caso è sempre possibile». 

Vista l’emorragia di voti del Pd ora è lecito aspettarsi una svolta a sinistra di Renzi. Come reagirà Area Popolare?
«Mi auguro che non ci sia. Ma se anche accadesse il metodo che sta alla base del dialogo fra le forze di governo non verrebbe meno. Al centro ci sono le scelte e le soluzioni politiche. Se Renzi è interessato a un rapporto strategico con noi, sono convinto che non si possa prescindere dai programmi. Nel quadro complessivo dell’alleanza il nostro ruolo è di essere riconosciuti come la componente liberale e cristiana dell’esecutivo. E’ la nostra identità ed è differente da quella del Pd». 

Berlusconi ha promesso che dopo le elezioni avrebbe lanciato il nuovo movimento dei moderati. Sarete della partita? 
«Prima di tutto ci deve essere una moratoria degli insulti, poi si deve mettere in campo un metodo per determinare la leadership e individuare quote di partecipazione per le singole componenti ai fini dell’intesa comune. Le elezioni nazionali sono diverse da quelle regionali. Dai cittadini è richiesta una maggiore coerenza sui programmi e sulla capacità di governare. Le forze politiche devono trovare una sintonia vera, solida, capace di durare nel tempo. Credo sia possibile la fattibilità di un nuovo soggetto politico solo se ci sarà l’accordo sui contenuti». 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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