LA CRISI DI NCD | 05 Luglio 2015

«No al partito di élite, vogliamo più democrazia»

La crisi di Ncd. L’intervista a Luigi Zoboli, avvocato e coordinatore regionale in Liguria: «Basta con le ambiguità. I nostri obbiettivi? Ricompattare il centro destra, rappresentare il Nord, aprire una stagione di democrazia e di partecipazione»

di REDAZIONE

Un libero professionista che ha la passione per la politica e che ritiene indispensabile dare il proprio contributo alla rinascita della sua città. E’ il profilo di Luigi Zoboli, 45 anni, genovese, avvocato specializzato in diritto del lavoro, sposato con e due figlie. Ha iniziato a fare politica nella Democrazia Cristiana a 18 anni. Una scuola importante alla quale riconosce meriti importantissimi, a partire da una straordinaria capacità di coinvolgimento degli iscritti e dei territori rispetto alla definizione dell’agenda politica nazionale. Un ‘metodo di lavoro’ che oggi tutti i partiti, a suo avviso, hanno perso. Compreso il Nuovo Centrodestra, di cui Zoboli è coordinatore regionale, e che secondo il suo punto di vista è alle prese con una crisi che rischia di essere irreversibile se non si mettono in campo strategie finalizzate al rilancio. 

Un processo che deve essere rapido e che deve far dimenticare le deludenti performance elettorali. I ‘punti’ sui quali lavorare, secondo Zoboli, sono diversi. Ma i principali sono riassumibili in un elenco conciso: dire basta alle ambiguità di un’alleanza che vede il partito succube del Pd a Roma e che in periferia non è compresa dagli elettori; ricostruzione del fronte unito del centrodestra beneficiando proprio della vittoria dell’azzurro Giovanni Toti in Liguria; ‘riscoperta’ delle ragioni del Nord finite ai margini del dibattito interno del partito; avvio di un processo di democrazia che nonostante gli annunci e le promesse della classe dirigente non è mai stata attivato. 

Avvocato, Ncd è confluito dentro Area Popolare. Ma il risultato elettorale non è stato brillante. Forse è arrivato il momento di rilanciare il processo di democrazia interna…
«Il processo di democrazia interna, più che rilanciato, deve essere avviato. Quando c’è stata la scissione del PDL in molti abbiamo creduto alla promessa di Alfano in ordine alla fondazione di un partito moderato e a partecipazione decisionale democratica anche al suo interno. Purtroppo non è stato così.  È una patologia gravissima in un partito. Come si può pretendere di dare regole al Paese se non siamo capaci di darcele al nostro interno? È un po’ come quelli che non sanno suonare e vogliono fare i direttori d’orchestra…».

Come valuta l’esito delle urne e che cosa si aspetta dall’elezione di Giovani Toti alla guida della Regione Liguria?
«Un particolarissimo di mix di inatteso e, al tempo stesso, prevedibile. Toti sembra essere persona capace e per bene. Spero che la sua presenza e la sua leadership corroborino quella sorta di ‘miracolo’ avvenuto con la sua candidatura: il ricompattamento del centro destra e dei moderati. Il risultato elettorale non poteva essere esaltante. Alcuni esponenti del partito si sono impegnati per le primarie del centro sinistra. Sono stati commessi troppi errori coperti, se non guidati, da una impostazione leaderistica nazionale».

Un’ambiguità che lei non condivide…
«La politica abita ad un indirizzo diverso. Noi abbiamo lavorato, lavorato sodo e con coerenza da sempre, ripeto da sempre,  per una alleanza organica, chiara e leale per avere un centro destra moderato. E abbiamo vinto. Dopo la vittoria non abbiamo posto problemi di occupazione di potere cioè di assessorati. Stiamo chiedendo alla nuova maggioranza chiarezza di contenuti e coerenza di comportamenti democratici partecipati. Questo è fare politica. Non siamo persone per ogni stagione».

I partiti sono sempre più ‘personalizzati’. Questo produce inevitabilmente un deficit democratico?
«Certamente sì. Il leader unico diventa il padrone del partito e, purtroppo, ne consegue la tendenza assai diffusa al servilismo dei militanti, che perdono di vista le ragioni vere del fare politica e, ahimè, spesso anche la loro stessa dignità. La leadership di un partito deve essere plurima e contendibile. Persino gli scontri sono una ricchezza, quando fondati su argomenti, idee e posizioni. A queste considerazioni se ne aggiunge una fondamentale: il sistema verticistico di selezione della classe dirigente. Grande caratteristica, invece, delle forze democratiche del dopoguerra è stata la selezione democratica e ancorata al merito».

Quale è secondo lei il collocamento più idoneo di Ncd/Area Popolare?
«Lo Statuto di NCD ricalca il manifesto del Partito Popolare Europeo: la sua collocazione in questo solco sta nel suo stesso Dna. Sull’altro versante, osservo che oggi il Partito Democratico sta vivendo una sorta di modificazione genetica dai contorni e dai risultati assai confusi: le politiche che pone in essere sono contro la sua storia, ma comunque non appartengono alla nostra, a quella dei moderati».

Lei ha iniziato a fare politica nella Democrazia Cristiana. Che cosa è cambiato rispetto ad allora?
«Tanto, troppo. La DC faceva politica nel e per il Paese, ha garantito la partecipazione democratica anche al suo interno. Ciò ha fatto sì che la partecipazione alla elezioni veleggiasse verso il 90% degli aventi diritto. Oggi è ingiustamente ricordata solo per alcuni scandali che ne hanno caratterizzato l’ultimo periodo, ma se non ci fosse stata l’Italia non sarebbe arrivata dove è arrivata. La DC ha curato la formazione e la crescita di una classe dirigente del Paese la cui mancanza, oggi, è evidente a tutti. Negli oltre quarant’anni in cui ha governato, il Paese è progredito, vi è stata la Pace e nessuno è rimasto indietro. Oggi è saltato lo stato sociale. Questo è il pericolo che vedo maggiore».

Ncd è nato con l’ambizione di dare un segnale contro l’eccesso di ‘leaderizzazione’ dei partiti berlusconiani. La promessa è stata mantenuta?
«Assolutamente no e, temo, per una precisa volontà. Vedo che molti si comportano più da padroni che leaders e quando qualcuno viene travolto da scandali o vicende poco chiare pretende ed ottiene immediata ricollocazione. Abbiamo bisogno della nostra identità, ne ha bisogno il Paese. L’Italia è un Paese moderato e non ha un partito moderato e democraticamente strutturato. È paradossale. NCD è nato per costruire un nuovo centro destra, ma può farlo solo costruendo se stesso attraverso la democrazia interna e la partecipazione, nel rispetto dei principi ispiratori del popolarismo europeo. Il nome Nuovo Centro destra, tra l'altro, è sbagliato. Noi avremmo dovuto essere il nuovo centro dei moderati che raccoglie anche il consenso di settori della destra soprattutto quella sociale». 

Il Nord ha dimostrato di non apprezzare l’alleanza con il Pd. Che cosa bisogna fare per trovare una sintonia con le regioni più avanzate del Paese?
«L’alleanza con il PD aveva una ragion d’essere in considerazione della crisi e per scongiurare lo scioglimento delle Camere. Ma avrebbe dovuto essere transitoria ed eccezionale. Sul piano nazionale oggi pare divenuta strutturale. Un partito che abbia la pretesa di essere davvero nazionale non può prescindere dal Nord del Paese ma l’attuale leadership, con forti connotazioni di autoreferenzialità, non ne tiene conto. È un dato di fatto che il Nord è il traino dell’intera Italia. Oggi invece siamo tutti sud».


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