PALESTINA | 18 Dicembre 2014

Il 'voto soft' che rilancia il negoziato di pace

Palestina, risoluzione del Parlamento europeo. Il Ppe frena le ambizioni filopalestinesi dei socialisti. «Non c'è stato riconoscimento unilaterale». L'intervista a Eyal Mizrahi, presidente dell’Adi: «Solo l'affermazione di un diritto»

di ROBERTO BETTINELLI

La risoluzione sul riconoscimento dello Stato della Palestina votato dal Parlamento di Strasburgo ha dimostrato come l’Europa sia maestra nell’arte del compromesso. Non c'è altro modo per interpretare quanto accaduto nella seduta plenaria che si è conclusa con un accordo che ha riunito quasi tutte le forze politiche. Pse, Verdi, sinistra radicale erano pronti a un riconoscimento immediato e unilaterale ma il Ppe ha riportato al centro l’ago della bilancia intercettando il favore dei liberali così da salvaguardare la relazione con Israele e non mettere a repentaglio il negoziato di pace in Medio Oriente. 

Il capogruppo dei popolari, Manfred Weber, ha dichiarato che è stato evitato «un riconoscimento immediato e che ciò avverrà solo al termine dei negoziati». Massimiliano Salini del Ppe, in una dichiarazione che ha anticipato il voto, ha spiegato il significato della faticosa trattativa che ha portato al testo firmato congiuntamente dai popolari e dai socialisti: «Non arrivare ad un esito negoziato con il Pse avrebbe portato ad un riconoscimento immediato e  acritico dello Stato palestinese. Solo in questo modo è stato possibile scongiurare la convergenza delle forze della sinistra su una posizione ideologica che tradisce il solito, e purtroppo ampiamente diffuso, pregiudizio anti israeliano». La risoluzione è stata approvata con 498 sì, 88 no e 111 astensioni. La delegazione italiana ha visto Forza Italia astenersi. Gianni Pittella, a capo del gruppo dei socialisti, si è espresso in toni trionfalistici: «E’ un giorno storico». 

Ma quali conseguenze ha il voto di Strasburgo sul processo di pace? E come hanno accolto la risoluzione gli israeliani e gli ebrei europei? Per capirlo abbiamo intervistato Eyal Mizrahi, presidente dell’Adi (Associazione Amici d’Israele). 

Il presidente israeliano Netanyahu ha commentato duramente ciò che è successo a Strasburgo. Lei che cosa ne pensa?

«Non illudiamoci che il testo votato dal Parlamento significhi qualcosa di più di una dichiarazione soft. E’ ben specificato che il riconoscimento è sostenuto ‘in linea di principio’. I parlamentari europei hanno detto semplicemente che la Palestina ha il diritto di diventare uno stato. L’idea che uno stato palestinese prima o poi dovrà nascere è un’idea ormai accettata nella società israeliana». 

A che punto è il negoziato di pace?

«Il problema vero è che i palestinesi al momento non fanno nulla per promuovere un reale processo di pace. Non danno la sensazione di voler costruire uno stato palestinese nel rispetto dei vincoli che sono stati indicati nella risoluzione votata al Parlamento europeo. Le posso garantire che questa è la sensazione di tantissimi israeliani e della gran parte degli addetti ai lavori»

Il piano del segretario di stato americano John Kerry può avere successo? 

«Il rilancio dei colloqui di pace è partito oltre un anno e mezzo fa. Kerry ha riproposto l’agenda di Clinton. L’offerta, mi creda, è generosa per i palestinesi. Un esempio: Gerusalemme capitale dei due stati. I palestinesi hanno ottenuto tutto, tranne il ritorno dei profughi. Ma questo è un unicum di cui non c’è traccia sul piano del diritto internazionale. Nè all’Onu né in qualsiasi luogo istituzione dove è stata affrontata la questione. Se escludiamo questo, Abu Mazen è nelle condizioni di ritenersi più che soddisfatto». 

Perché non si va avanti allora?

«Ciò che i palestinesi pretendono è il ritorno dei profughi. Si tratta di più di cinque milioni di persone. Che si aggiungono ai quattro milioni di palestinesi, ai due milioni di arabi israeliani e agli otto milioni di ebrei. Il tutto in un’area dall’estensione molto ridotta. E’ evidente che Israele non potrebbe mai accettare una cosa di questo tipo. Significherebbe distruggere il paese. Ma Abu Mazen continua a dire che non riuscirebbe mai più a guardare un palestinese negli occhi se cedesse su questo punto. E’ una posizione strumentale». 

Dopo l’Europa tocca all’Onu pronunciarsi sullo stato palestinese. Come andrà a finire secondo lei?

«L’Europa ha ritenuto di avvallare un riconoscimento pur sapendo che la decisione spetta ai singoli stati membri. C’è stato il caso della Svezia. Ma anche la Francia ha dato un segnale in questa direzione. Ora spetta all’Onu pronunciarsi. Il quadro può dirsi preoccupante per Israele soprattutto alla luce della discussione davanti alle Nazioni Unite dove le richieste palestinesi vanno ben oltre quanto è stato trattato nella sede del Parlamento europeo. Gli israeliani sarebbero costretti a lasciare la Cisgiordania entro due anni. E senza nessun accordo. E’ inaccettabile». 

L’Onu potrebbe concedere qualcosa di più ai palestinesi rispetto a quanto è stato fatto dall’Unione Europea?

«Non isolerei la questione palestinese da quanto sta accadendo sul piano globale. La comunità internazionale sta mostrando una grande e pericolosa debolezza. Nel mondo ci sono un miliardo e mezzo di mussulmani. Una parte irrisoria di questi ha scatenato una guerra violentissima contro l’Israele e l’occidente. E’ un punto che può spaventare attenuando la lucidità su quanto deve essere fatto per dare uno sbocco positivo alla crisi mediorientale». 

La Svezia ha già riconosciuto la Palestina e anche l’Assemblea Nazione francese ha approvato una mozione simile. Come giudica questi episodi?

«I paesi mussulmani hanno un grande potere nell’ambito dei paesi non allineati all’interno dell’Onu. Questo può fare la differenza su alcune questioni cruciali. Se uno stato desidera entrare nel consiglio di sicurezza come membro non permanente ha bisogno di ottenere il loro appoggio. Secondo me è questo che ha spinto la Svezia a riconoscere anticipatamente lo stato della Palestina. Il Canada non ha voluto rinnegare la sua amicizia verso Israele e infatti ha perduto questa possibilità». 

Qual è la situazione interna della Palestina? 

«E’ un paese disunito. I palestinesi hanno di fatto due governi e nonostante i miliardi di dollari che seguitano a ricevere dalla comunità internazionale, Unione Europea compresa, non hanno mai saputo creare una base economicamente solida, capace di assicurare benessere e prosperità. Non c’è industria in Palestina. Se dovessero venire meno gli aiuti internazionali i palestinesi morirebbero tutti di fame». 

La risoluzione del parlamento europeo esorta «tutte le fazioni palestinesi ad accettare gli impegni assunti dall'Olp e a porre fine alle divisioni interne». Al Fatah e Hamas sono pronte a collaborare?

«Cisgiordania e Gaza esprimono due governi separati con distinti servizi di sicurezza. Non c’è nemmeno affinità sul piano ideologico. Al Fatah e Hamas sono in rotta. Gaza è perduta e secondo gli ultimi sondaggi rilevati in Cisgiordania la maggioranza della popolazione palestinese è a favore dell’Intifada, ovvero della resurrezione armata contro lo stato di Israele. Hamas è data come vincitrice certa alle prossime elezioni. Con una percentuale pari al 70%». 

Come giudica il comportamento di Hamas?

«Ritengo che Hamas sia un’associazione terroristica. L’Onu dovrebbe vigilare ed entrare nel merito della questione. Dove governa Hamas i giovani sono educati all’odio contro gli ebrei e contro l’occidente. Se ci fosse la volontà autentica di rilevare questo comportamento anche l’Onu capirebbe che non esiste da parte di Hamas l’intenzione di creare una pace vera con Israele. In realtà ciò che sta facendo Hamas è compromettere il futuro avvelenando le giovani generazioni». 

Secondo lei ci sono altre motivazioni dietro la risoluzione del parlamento europeo?

«Fermo restando che l’Europa non ha operato un riconoscimento tout court ma solo il diritto allo stato palestinese. Questo vuol dire che la priorità è data al negoziato fra palestinesi e israeliani. Gli europei hanno una sorta di complesso di inferiorità verso gli arabi. Da un latro a causa del colonialismo, dall’altro esistono valide ragioni economiche legate agli investimenti fatte dai paesi arabi nel vecchio continente e all’approvvigionamento energetico. A questo deve aggiungersi la manovra politica per ottenere milioni di voti che spinge le forze di sinistra in tutta Europa ad avvicinare gli arabi». 

La cosa vale anche per l’Italia?

«Certo, basti pensare all’iniziativa del sindaco di Milano Pisapia che rilascerà il permesso di costruire una o due moschee. Credo che sia giusto dal momento che i mussulmani sono cresciuti enormemente. Ma Pisapia ha sbagliato interlocutore. Sta trattando con l’Ucoi e non con paesi come il Marocco o la Giordania che rappresentano l’Islam moderato. La verità è che la quantità enorme di mussulmani che vivono in Italia fa gola ai partiti della sinistra». 

C’è il pericolo che il nuovo stato palestinese possa cadere nelle mani dei terroristi?

«La risoluzione europea è un compromesso che potrebbe anche essere utile ma si inserisce in un contesto alquanto difficile. La maggioranza dei palestinesi, lo dicono i sondaggi, è dalla parte di Hamas. Far nascere uno stato in queste condizioni vuol dire consegnarlo al Califfato. Sono noti i legami fra Hamas e i Fratelli Mussulmani. Vuol dire costruire uno stato fondamentalista in mezzo a Israele e Giordania. E’ una bomba a orologeria. Lo stato palestinese cadrà sicuramente in mano ad Hamas. Non c’è alcuna speranza che ciò non avvenga. Da quattro anni si devono tenere le elezioni in Palestina. Sapete perché non si fanno? Perché c’è il timore che vinca Hamas». 

La Corte di Giustizia europea ha annullato la decisione dell’Unione Europa di inscrivere Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Che cosa significa?

«Le misure restrittive restano. Anche l’Europa ritiene che Hamas sia un’organizzazione terroristica. La Corte di giustizia sta facendo le pulci all’Unione Europea. Sappiamo che esiste un braccio di ferro fra le istituzioni europee. Sono convinto che Hamas non sarà eliminata dalla lista nera. Semplicemente è stata richiesta una procedura più rigorosa. E’ un’azione formale, non di sostanza. L’Unione Europea riceverà da Israele tutte le prove che accerteranno in modo inequivocabile come Hamas non possa essere esclusa dalla lista. L’intelligence israeliana è perfettamente in grado di farlo». 

Il governo americano è stato duramente criticato per le pratiche non convenzionali usate dagli agenti della Cia contro i talebani e i terroristi. Che cosa ne pensa?

«Camminiamo lungo un filo sottile. Noi siamo occidentali e secondo i nostri valori non è possibile utilizzare determinate modalità di interrogatorio. La legge americana è contraria. Ma l’America è in guerra. In ogni caso nessuno in un paese occidentale è al di sopra della legge». 

I voti dei mussulmani che risiedono nei paesi europei sono destinati per forze di cose ad alimentare il consenso della sinistra?

«I partiti di sinistra non hanno ancora imparato che la prima cosa che succede quando i mussulmani si organizzano è che si rendono autonomi dando vita a forze politiche autonome. La sinistra si illude di poter conquistare voti. Forse ciò accadrà alla prima tornata elettorale. Ma poi gli islamici formeranno un loro partito. E’ sempre andata così». 

Quale è il più grande ostacolo nel negoziato di pace in Medio Oriente?

«Al Fatah e l’Olp non riconoscono Israele. Hamas addirittura ha nella propria costituzione il rifiuto esplicito del dritto di Israele ad esistere». 

Che cosa prova davanti al voto del Parlamento europeo?

«Non mi sento tradito dagli europei. Prima di tutto perché, come ho già spiegato, non è stato riconosciuto nulla se non un diritto che gli stessi israeliani accettano. In più è dal 1967 che l’Europa ha sposato la linea pro araba. Ma prima di poter decidere della vita di altri stati l’Unione Europea dovrebbe dimostrare di essere un progetto politico capace di imporre la propria presenza nell’ambito delle relazioni internazionali». 

Pensa che la politica estera dell’Unione Europea sia inefficace?

«Se non hai spina dorsale gli altri ti ignorano».

Come si vive in Israele oggi?

«In Israele c’è tensione a causa degli attentati, ma è un paese dove c’è sviluppo. La gente lavora, ci sono opportunità. La nostra speranza è che prima o poi gli arabi rinunceranno a farci la guerra e capiranno che la nostra presenza in Medio Oriente non potrà mai essere cancellata». 

La Knesset ha sciolto la legislatura e Israele tornerà alle urne dopo solo un anno e mezzo. Netanyahu ha speranza di essere riconfermato?

«Non faccio previsioni. Ma so che gli israeliani sono stanchi. La nazione sente che è arrivato il momento di dare una svolta. Chiunque sarà il vincitore dovrà confrontarsi con questo sentimento». 

Come valuta il rapporto fra l’Unione Europea e la Palestina?

«Gli europei dovrebbero sottoporre a maggiore controllo gli aiuti che inviano ai palestinesi. Ricordo che l’ultimissima tranche è stata di 500 milioni di euro. Tutti soldi che servono a pagare un apparato burocratico pletorico e non a garantire la nascita di un’economia sana». 

Nella risoluzione si stabilisce che Gerusalemme sarà la capitale dei due stati. E’ possibile?

«Gerusalemme è una città molto grande. Si potrebbero dividere i quartieri assegnandone alcuni agli arabi palestinesi e altri agli israeliani. Il vero problema resterebbe la città vecchia. Credo che nessun israeliano la affiderebbe ai mussulmani. Sono stati loro ad averne il controllo dal 1948 al 1967. Come è andata? Nè gli ebrei né i cristiani potevano più pregare. Il culto era assicurato solo ai mussulmani». 

Ma chi sono i veri interlocutori dello stato d’Israele nel processo di pace?

«Gli estremisti rappresentano solo il 10% degli islamici che per la stragrande maggioranza sono persone per bene che hanno a cuore la vita delle loro famiglie e nazioni. Con loro il dialogo è possibile e deve continuare assolutamente».


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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