DOPO BREXIT | 11 Luglio 2016

«No al super Stato. Ora riprendiamoci l’Europa».

Progetto europeo fallito con Brexit? Salini (FI): l’illusione di un super Stato incontrollabile genera scetticismo. L’UE sopravviverà solo difendendo le sovranità nazionali. Gli Stati si rafforzino a vicenda, valorizzando identità culturali ed economiche

di LUCA PIACENTINI

Il terremoto della Brexit e le turbolenze sui mercati finanziari, le implicazioni per l’economia reale. Cosa farà l’Europa dopo il voto del 23 giugno che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dell’UE? Che a Bruxelles serva una svolta è opinione condivisa. Ma in quale direzione devono muoversi i Paesi membri? Da dove partire per rifondare un progetto che tra i cittadini sembra generare sempre più scetticismo e sempre meno consenso? Ne parliamo con l’europarlamentare di Forza Italia, gruppo PPE, Massimiliano Salini. 

Onorevole Salini, come ha reagito alla Brexit il mondo politico europeo? C’è consapevolezza che le cose, a Bruxelles, devono cambiare sul serio? 
«In Europa regna l’incertezza. Anzitutto non si sa quando inizierà la Brexit. E i britannici sembrano orientati a tirarla per le lunghe. Non dimentichiamo che il successore del primo ministro David Cameron potrebbe essere Theresa May, la quale si era schierata a favore del ‘remain’».

Vuol dire che il Regno Unito alla fine resterà nell’UE?
«Nei corridoi dell’Europarlamento sta aumentando il numero degli scettici: in molti si chiedono se alla fine la Gran Bretagna uscirà davvero oppure no. Personalmente credo sarà impossibile ignorare il voto popolare del 23 giugno».

Il premier Cameron si è dimesso, il paladino conservatore del ‘leave’ Boris Johnson ha fatto un passo in dietro, Nigel Farage ha lasciato la guida dell’Ukip, il partito indipendentista antieuropeo. Visti dall’Italia, dove praticamente non si dimette mai nessuno, questi cambiamenti sono un sintomo di serietà nella politica del Regno Unito o un segnale della crisi dilagante anche oltremanica? 
«Ritengo che siano segnali della debolezza e del disordine generale che regnano nei partiti. Che tra l’altro non contribuiscono a velocizzare il percorso di uscita della Gran Bretagna dall’UE. La forma tradizionale di partito è in crisi. Di più: viene messo in discussione il concetto stesso di rappresentanza». 

In che senso?
«Il problema dell’identità e dell’appartenenza non esiste solo nel nostro paese. Ovunque i partiti faticano ad essere collegati alla società. Ma giustamente la gente non smette di cercare e non rinuncia all’espressione politica. Nel Regno Unito l’affluenza è stata altissima, al referendum sono andati a votare milioni di cittadini». 

Come si evolverà il quadro economico alla luce della Brexit? 
«Dopo l’incertezza iniziale, i mercati finanziari hanno dimostrato di sapere comunque reagire. I problemi maggiori restano nell’economia reale. I punti di domanda riguardano diversi processi in corso, a cominciare dal Ttip (il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti con gli Stati Uniti, ndr) di cui la Gran Bretagna è il grande sponsor». 

C’è il pericolo che salti? 
«L’iter potrebbe incagliarsi. Il rischio è che il trattato finisca come il Ceta, l’accordo commerciale con il Canada. Per non fare torto a Francia e Germania, in quest’ultimo caso si è scelta la forma mista, che segue un percorso più lungo e prevede la ratifica di tutti i parlamenti dei paesi membri. Altro che risposte rapide alla crisi. Qui si rischia la paralisi. Un vero disastro».

Come possono reagire i paesi europei?
«Se il catastrofismo è ingiustificato, il buon senso ci dice che è il momento di cambiare. Così com’è, l’architettura istituzionale europea non risponde alla realtà. I trattati vanno modificati. Un esempio? Le politiche fiscali: ci sono 28 regimi diversi, ed è inaccettabile che nell’UE esistano paradisi fiscali come il Lussemburgo. Da un lato è comprensibile che i paesi membri abbiano aliquote diverse, dall’altro è però necessario trovare un accordo sulla base imponibile». 

Dove sta l’importanza, nell’ottica di una ricostruzione dell’Europa? 
«L’ho ribadito presentando il dossier sui paradisi fiscali, di sui sono relatore in Commissione Industria: decidiamo insieme cosa tassare perché si tratta di un elemento di presidio dell’economia reale, un modo per aiutare le imprese a stare in piedi. Ma sperimento che è un concetto estremamente difficile da far passare. C’è molta chiusura, e si vede anche nel linguaggio: non si vuole parlare della necessità di ‘armonizzare la base imponibile’, ci si limita a un timido ‘coordinamento’, che non risolverà il problema generale». 

Sentendola parlare qualcuno sarebbe tentato di dar ragione agli euroscettici.
«Dobbiamo essere onesti: l’Europa così com’è non va. Serve, ma deve cambiare. Occorre rimboccarsi le maniche e lavorare per ricostituire il tessuto connettivo su cui basare un vero progetto. Dobbiamo rifondare i pilastri politici e istituzionali dell’UE. Lo scetticismo trae alimento dalle disfunzioni della macchina europea e dall’idea che una maggiore integrazione politica significherebbe essere governati da un super-Stato incontrollabile». 

L’atteggiamento accentratore della Germania, che sembra influenzare ogni decisione di Bruxelles, non aiuta a superare la diffidenza. 
«Sono d’accordo. Per questo dico che più integrazione politica non equivale a cedere sovranità. A bloccare tutto è proprio l’illusione di potere realizzare una sorta di sovra-Stato ‘uccidendo’ gli Stati nazionali, inventandosi una storia per cui la forza dell’Unione si fonderebbe sull’annullamento delle peculiarità dei singoli Paesi. Che una sovranità unitaria sia possibile solo indebolendo quelle nazionali è una semplificazione che farebbe comodo ai burocrati. Ma è profondamente sbagliata». 

Qual è allora la strada giusta? 
«L’UE sopravviverà solo se sarà costituita da Stati forti, segnata da confini che non separano ma anzitutto descrivono storie culturali e fenomeni economici. Mi spiego con un esempio. E’ solo rispettando la peculiarità manifatturiera dell’Italia e non tentando di abbatterla vedendola come nemica, che i paesi del nord Europa potranno rafforzarsi nei propri tratti distintivi, legati alla logistica e al commercio. Altro esempio calzante è il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina». 

Uno dei suoi cavalli di battaglia. 
«Sì, il mio impegno è legato al fatto che lo ritengo un nodo cruciale, che investe cultura, economia reale e assetto istituzionale. In questo caso il Parlamento europeo si è dimostrato compatto, destra, sinistra ed euroscettici: no al riconoscimento. I problemi sorgono in Commissione e in Consiglio. Quando a tema non c’è la realtà dei popoli europei ma si decide sulla base di un progetto verticistico di potere o di interesse particolare, si fanno ragionamenti diversi, destinati a danneggiare i cittadini. Certo, ingrediente fondamentale per pesare in queste istituzioni è un governo forte e autorevole, che goda della credibilità dei partner europei».

E come valuta a riguardo il governo Renzi? 
«Direi deludente sul piano internazionale e inconsistente su quello europeo. Cito due casi recenti: il compromesso al ribasso che ha portato l’Italia a condividere con l’Olanda il seggio non permanente al Consiglio di sicurezza Onu e l’allarme sulle banche italiane dopo la Brexit. Nel primo caso si è preferito l’accordo che prevede la staffetta con gli olandesi per non rischiare una sconfitta, nonostante da due anni il presidente del Consiglio sia in giro per il mondo in cerca dei voti necessari. Per contrasto, viene in mente che, se l’Expo si è svolto a Milano, è grazie al lavoro del sindaco di centrodestra Letizia Moratti, la quale ha saputo coagulare attorno al capoluogo lombardo un vasto consenso internazionale».

E il tema banche?  
«Doverosa premessa: nessuno in Europa può dormire sonni tranquilli, perché se da un lato gli istituti italiani hanno problemi di sofferenze del credito, quelli tedeschi e francesi hanno a che fare con i rischi dei derivati che hanno in pancia. Ciò non toglie il grave immobilismo del governo Renzi, che non ha saputo fare vere riforme, a cominciare da quelle necessarie per rafforzare il Paese e aiutarlo a ripartire: fisco, liberalizzazioni e credito. L’unico intervento legislativo di rilievo sulle banche riguarda le popolari, e non ha fatto altro che scardinare un sistema storicamente vicino alle Pmi».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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