PERICOLO CINESE | 13 Maggio 2016

No alla Cina «economia di mercato». Calenda farà la battaglia?

Il «no» degli europarlamentari azzurri al riconoscimento della Cina «economia di mercato» e la timidezza del governo Renzi nella difesa dell’industria italiana. La svolta con il neo ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda?

di LUCA PIACENTINI

L'Europa di fronte alla Cina: riconoscere a Pechino lo status di economia di mercato oppure no? Non è esagerato dire che in gioco c'è il futuro dell'industria continentale. Di più, ne va di ciò che storicamente ha reso l'Europa forte nel mondo, l'ha sempre distinta sul piano della produzione economica e, prima ancora, su quello culturale. La partita è tanto importante che potrebbe influire sul futuro della costruzione europea, oggi minacciata su più fronti, a partire dal risveglio dei nazionalismi causato dalla pressione migratoria e dall'imminente referendum sulla Brexit. 

Come si stanno muovendo le istituzioni europee? Quali sono le ricadute sul nostro sistema economico e sociale? Qual è la posizione dell'Italia e cosa sta facendo di concreto il governo Renzi? 

Un gruppo di nostri europarlamentari, capeggiati dalla delegazione di Forza Italia, si sta dimostrando particolarmente sul pezzo. Tra questi spiccano i nomi dell'ex commissario all'Industria Antonio Tajani e dell'europarlamentare Massimiliano Salini, membro delle commissioni Industria e Trasporti di Bruxelles, tra i firmatari dell'appello recentemente pubblicato in prima pagina dal Sole 24 ore, dove si spiega perché Pechino non merita la concessione dello status di economia di mercato (Mes). Diciamo subito che questo dinamismo della pattuglia europarlamentare italiana contrasta con la timidezza dell'esecutivo, che se da un lato si è sempre pronunciato contro il Mes, dall'altro non ha mai intrapreso una vera battaglia politica, facendo sorgere parecchi dubbi in molti osservatori sulla capacità di Palazzo Chigi di incidere davvero in questa sfida.

Dopo l'uscita di scena di Federica Guidi, il nuovo ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda imprimerà una nuova spinta all'azione italiana in difesa della manifattura? Le condizioni sembrano esserci. E, probabilmente, nel mondo della rappresentanza industriale italiana è quello che tutti si aspettano.

La Cina è entrata nell'Organizzazione mondiale del commercio nel 2001. I quindici anni di verifica scadranno a dicembre. Dopodiché si dovrà decidere se concederle oppure no lo status tanto ambito.

Le conseguenze del via libera sarebbero spaventose. L'impatto economico e sociale, anzitutto. I primi a saltare sarebbero migliaia di posti di lavoro e la capacità di competere delle reti produttive continentali, mentre l'Unione europea sarebbe privata delle poche armi a protezione dell'industria, oggi tutelata da una cinquantina di misure antidumping che impediscono forme di concorrenza sleale.

Giovedì 12 maggio il Parlamento europeo ha approvato un'importante risoluzione, mostrando un'inattesa percezione della gravità del problema. Nel testo si dice che «la Cina non è un'economia di mercato» e «non soddisfa i cinque criteri stabiliti dalla UE». La risoluzione evidenzia che «dato l'attuale livello di influenza dello Stato sull'economia cinese, le decisioni delle imprese in materia di prezzi, costi, produzione (…) non rispondono a segnali di mercato che rispecchiano l'offerta e la domanda», «la sovraccapacità della Cina sta già avendo pesanti conseguenze sociali, economiche e ambientali nell'UE, come dimostrato dalle recenti ripercussioni negative sul settore siderurgico (…) e in particolare del Regno Unito». 

Il commissario Vytenis Andriukaitis ha riferito alla plenaria di Strasburgo le preoccupazioni a nome della Commissione Ue, sottolineando che un riconoscimento di status di economia di mercato «avrebbe costi altissimi in termini di perdita di posti di lavoro e la Ue non sarebbe in grado di reagire alle distorsioni del mercato». 

A stragrande maggioranza (546 favorevoli, 28 contrari e 77 astenuti), con la risoluzione approvata gli europarlamentari invitano «la Commissione a tenere debitamente conto dei timori espressi dall'industria europea, dai sindacati e da altri soggetti interessati», la esortano «a coordinarsi con i principali partner commerciali dell'UE» e invitano «il Consiglio a trovare rapidamente un accordo con il Parlamento sulla modernizzazione degli strumenti di difesa commerciale dell'Unione europea». 

Se il Parlamento è il luogo della rappresentanza dei cittadini, il Consiglio esprime il punto di vista dei governi. Che, rispetto al Mes, non è un segreto siano tutt’altro che allineati. Tra chi non vede con sfavore un’eventuale apertura alla Cina ci sarebbero soprattutto i paesi a vocazione «mercantile» del Nord, mentre il Sud «manifatturiero» - in particolare Italia, Spagna e Francia - esprime senza tentennamenti la più netta contrarietà. «In mezzo - scriveva già a gennaio l’esperta de IlSole24Ore Adriana Cerretelli - c’è la Germania di Angela Merkel, tentata di aprire a Pechino senza remore ma preoccupata di non abbandonare la propria industria». 

In molti sono convinti che Palazzo Chigi dovrebbe farsi sentire, promuovendo un’azione forte a livello europeo. Di certo non basta la contrarietà formale e in qualche modo dovuta espressa finora dall’esecutivo per metterlo all’altezza delle aspettative del mondo industriale italiano. Registriamo il sostanziale silenzio sulla partita di Federica Mogherini, la figura italiana voluta dal premier Matteo Renzi in Commissione. 

Se è vero che l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza non ha competenze specifiche in materia economica, e in ogni caso sul piano tecnico ha l’obbligo di agire non nell’interesse nazionale ma in quello europeo, è altrettanto innegabile che rappresenta pur sempre la vice presidenza di Jean Claude Juncker e che il via libera del Parlamento Ue le offrirebbe oggi un argomento politico in più per battere nuove strade e muoversi attivamente. 

Chi oggi sulla partita cinese ha le quotazioni politiche maggiori è sicuramente il neo ministro Carlo Calenda, che in soli quattro mesi a Bruxelles, in qualità di rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, si è fatto apprezzare per lucidità, acume e prontezza. Calenda viene dal mondo aziendale e ha una lunga esperienza da dirigente in Confindustria. Già viceministro allo Sviluppo economico ha la sensibilità, le competenze e il profilo giusto per fare bene a tutela della manifattura italiana. Per capire se si tratta di speranze ben riposte, non resta che attenderne le prime mosse alla guida del dicastero. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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