PENSIERO UNICO | 29 Ottobre 2018

No alla lingua senza identità

L’eccessivo uso di termini inglesi o di inglesismi è un segno dell’impoverimento culturale dei nostri tempi. Una lingua esprime l’identità di una vita e di una storia, senza della quale si perdono l’equilibrio e la forza del proprio io

di GIUSEPPE ZOLA

Uno degli scopi di ciò che abbiamo individuato come “pensiero unico” è quello di annacquare le varie identità, con l’intenzione recondita (ma sempre meno) di farle definitivamente fuori. Infatti, esso sta tentando di uccidere l’identità della famiglia, l’identità sessuale delle persone, l’identità dei popoli, l’identità delle culture e delle religioni. Il pensiero di oggi desidera appiattire tutto, con il risultato che la singola persona sarà sempre più piegata al potere.

Uno dei modi con cui tutto ciò sta avvenendo, a mio parere, è l’uso eccessivo che si sta facendo, un po’ ovunque, della lingua inglese, che tende a sostituire tutte le altre lingue. In un bell’articolo di Francesco Specchia, pubblicato su Libero del 28 settembre, si legge questa terribile frase: “è vero che secondo le ultime stime, entro ottant’anni l’italiano sarà una lingua morta. Dal 2000 ad oggi, infatti, l’anglicizzazione ossessiva ha fatto aumentare del 773% le parole inglesi nell’italiano scritto….”. E’ proprio così. Si dice “spending review” e si potrebbe benissimo dire “revisione della spesa”; si dice “week end” invece di “fine settimana”; “home” invece di casa; e così via. Cioè, si dicono parole inglesi non perché non ci siano efficacemente quelle omologhe italiane; si usa l’inglese per pura moda, perché si crede di essere all’avanguardia. Ma oramai si è irrimediabilmente conformisti quando si usano parole inglesi. E forse si è anche un po’ ignoranti, perché non si conoscono più le parole italiane, le cui radici pescano nella grande tradizione del latino (e spesso del greco). E’ anche per una pigrizia intellettuale che si sceglie la via dell’inglese, lingua più semplicistica della nostra. Anche l’Accademia della Crusca si sta ribellando a questo andazzo e si sta alleando con le omologhe Accademie francese e spagnola per cercare di fermare l’invasione dell’inglese contro le grandi “lingue romanze”, così cariche di storia. Spero che la battaglia della Crusca (fondata nel 1583) abbia successo, non tanto per una preoccupazione squisitamente linguistica, ma per il fatto che una lingua esprime l’identità di una vita e di una storia, senza della quale si perdono l’equilibrio e la forza del proprio io. E tanti “io” deboli rendono evanescente un intero popolo. Quelli che abusano dell’inglese sono gli stessi che poi non sanno chi è Dante, chi è Leopardi, chi è Manzoni, cioè chi sono i  padri della nostra cultura e della nostra storia. In Italia, poi, la tendenza qui accennata è tanto più grave in quanto la nostra gente ha già la propensione a disprezzare il nostro Paese, quasi che solo altrove vi sia saggezza e onestà.

Il nostro Paese, invece, può ancora essere utile alla civiltà del mondo intero se mantiene il meglio della propria storia, tra cui deve continuare ad essere considerata anche la nostra bellissima lingua, resa ancora più nobile da una storia cristiana che ha espresso voci di portata universale, a partire da San Francesco. L’Italia è il Paese “dove il dolce sì suona”. Non rendiamo amaro il nostro Paese con troppi “yes”.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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